Anche per questa volta, mentre lavoro alle due paginette nuove del mio diario a fumetti, vado di diario in prosa con annessa foto finale dello scarabocchio sul moleskine.

Il fatto è che giovedì scorso è stata una giornata tremendamente faticosa, piena di sfide e incombenze particolari e, che andasse bene o che andasse male, per premiarmi o per consolarmi, alla fine di essa avevo deciso di farmi un Negroni, con inclusa lettura de La Repubblica in tutta calma (ho smesso a malincuore di comprarla, poiché non trovavo quasi mai il tempo per leggerla e, alla vista del quotidiano ancora intonso o solo appena sfogliato alle dieci di sera, quando magari avevo voglia di disegnare o scrivere se non ero riuscita a farlo durante il giorno, mi saltavano i nervi: sicché, l’aperitivo per me consiste anche in questa piccola soddisfazione, mentre Tommy e Daniele si sfidano a calcetto) al solito Route 66.

Purtroppo, le cose hanno preso una piega diversa: alla fine, si è sistemato tutto, e l’aperitivo in questione è stato semplicemente rinviato a ieri sera, ma sono arrivata sbriciolata (sebbene con la voglia di scribacchiare e scarabocchiare sul taccuino) e, per una particolare situazione, credo di avere perso almeno dieci anni di vita, nonché guadagnato un bel po’ di capelli bianchi.

Ma andiamo con ordine.

Alla mattina, dovevo caricare una gara d’appalto telematica per un consorzio di ospedali di Parigi: cosa mai fatta né da me, né dal collega che mi ha lasciato il posto, in quanto le precedenti erano sempre state cartacee, da spedire materialmente tramite corriere, non da in inviare on-line.

Ora, c’erano un sacco di documenti da produrre, e spero di averli azzeccati: ma quello che più mi preoccupava era il caricamento della gara stessa sul sito web. Già da qualche giorno stavo tentando di fare delle simulazioni, persino dal mio pc di casa e dal computer di Daniele, ma sembrava tutto inutile: quando andavo sullo step per inserire la cartella con tutti i documenti, il sito si bloccava inesorabilmente.

Nessuno rispondeva mai al numero verde dell’assistenza tecnica del sito in questione (partiva un messaggio registrato che diceva, in francese, Siamo momentaneamente impegnati, si prega di richiamare più tardi, BUM, tu-tu-tu-tu-tu…), sicché ho provato diverse volte a telefonare alla sede centrale dell’Ente stesso. Com’era prevedibile, nessuno mi poteva aiutare: loro si occupano della gara, ossia di confrontare i prezzi, verificare la correttezza dei documenti, esaminare le schede tecniche, effettuare prove sui campioni del materiale offerto, eccetera: la gestione del sito è una questione estranea alle loro competenze. Dire che mi seccava aver lavorato tanto per non riuscire a proporre la nostra offerta, prendendomi poi anche una sgridata dai capi, è un eufemismo: avevo un diavolo per capello. Così, mercoledì ho inviato un’e-mail all’assistenza tecnica di cui sopra, sperando in una risposta rapida (la quale, come da mia esperienza diretta, è estremamente insolita nel popolo francofono).

Con mia enorme sorpresa, la risposta è stata rapidissima: in cinque minuti, mi hanno inviato il link a un programma gratuito da scaricare, compito che si è assunto il mio collega, più esperto di me in queste cose – non capisco un’acca di informatica e, se mi capita di dover scaricare dei programmi, anche quando so che provengono da fonti sicure, ho sempre il timore di danneggiare il computer o qualche altro software.

Quel pomeriggio, ho telefonato al mio collega, che mi ha confermato lo scaricamento del programma sul portatile aziendale, dove teniamo tutti i software particolari: ma anche lui non aveva la più pallida idea di come utilizzarlo in relazione al caricamento della gara sul sito. Così, giovedì mattina, dopo una notte agitata e un risveglio ancor peggiore (della serie: “Nooo… è già mattina e la gara si chiude a mezzogiorno… e adesso?!?” Come di solito in questi casi, mentre faccio colazione, mi lavo i denti, vado in bagno e mi doccio e sveglio Tommy e porto Roddy a passeggio dopo la pappa eccetera, cerco di pensare alle canzoni più stupide che conosco, per tenere lontana la mente dai problemi più seri, tipo: “Ecco Doraemon/gatto spaziale/ non ha paura mai/di farsi male…”, e via su questo registro), sono andata alla guerra. Come immaginavo, se non sa che pesci pigliare Giovanni, figurati se io riesco a cavare il classico ragno dal buco: e, dopo essere ammattiti per cercare di caricare senza alcun successo quella dannata offerta con l’aiuto del nuovo programma, ho inviato un’ulteriore e-mail all’assistenza tecnica, sperando in una risposta altrettanto veloce di quella del giorno precedente.

La mia speranza è stata esaudita: neanche un quarto d’ora dopo, mi ha telefonato un certo Frédéric, che poi si è identificato come il tecnico che ha risposto alla mia prima e-mail.

Si è collegato al nostro account e, un po’ facendo lui, un po’ facendo io, la gara è stata caricata. Se dovessi rifarlo, non saprei neppure da dove iniziare: ho esposto i miei dubbi a Frédéric, il quale mi ha confermato, tranquillamente, che il più delle volte nessuno riesce a caricare da solo le offerte, ed ha bisogno di assistenza. E’ per questo motivo che, il più delle volte, non riescono a rispondere al telefono, ma solo alle e-mail – in quanto, se uno scrive, significa che è proprio arrivato alla frutta.

Dico, ma non potevano costruire un sistema meno complicato?!?

La cosa importante, tuttavia, è che sto riprendendo dimestichezza con il francese. Inizialmente, comprendevo bene lo scritto, ma faticavo a scriverlo a mia volta (il traduttore di Google, scusatemi, fa pena e, se per l’inglese mi servo al bisogno del fantastico sito WordReference.com, per il francese non esiste niente di simile, e il sito migliore che ho trovato, per ora, è quello della Larousse, che tuttavia è principalmente un dizionario e quasi non contiene modi di dire, termini tecnici o coniugazioni di verbi); ora invece va molto meglio e riesco a rispondere abbastanza velocemente. Riguardo al parlato: se la pronuncia dell’interlocutore era chiara e non parlava troppo velocemente, lo comprendevo, ma mi veniva inevitabilmente da rispondere in inglese. Adesso, anche in questo sono migliorata: con Frédéric, mentre la nostra offerta si caricava, ho parlato persino del tempo che fa a Parigi e qui da noi, del fatto che fa anticipatamente caldo e si può già iniziare ad andare al mare, che dista circa una quarantina di minuti… senza che la mia mente e la mia bocca ricorressero come d’abitudine alla lingua inglese.

Se poi i nostri prezzi sono alti, o i nostri campioni non vanno bene, o c’è qualche documento non corretto o mancante (che sarebbe colpa mia), non lo so: ma per ora, lo considero un successo, e dovrò ricordarmene nel caso di qualche documento sbagliato. Che poi potrebbe essere possibile: con l’aiuto di Frédéric (che, dalla voce calda, sembrava abbastanza giovane, aveva una pronuncia comprensibile e non parlava troppo velocemente come spesso fanno i parigini: non saprò mai nient’altro di lui, ma non finirò mai di ringraziarlo), ho scoperto che nella gare d’appalto telematiche francesi bisogna includere sia il documento scansionato, sia lo stesso firmato digitalmente, mentre in quelle italiane è sufficiente quest’ultimo. Nel Capitolato di gara non stava scritto da nessuna parte e, senza l’aiuto di Frédéric, io avrei allegato la metà dei documenti, con conseguente esclusione dalla procedura.

Al pomeriggio, dovevo portare Tommaso dal dentista. Come sapete, tiene meno di niente alla sua igiene personale e, con i denti, è una vera tragedia: malgrado la nostra insistenza e i nostri controlli, a quasi nove anni ne ha già sei (da latte) curati: cinque otturati, ed un molare devitalizzato due volte, ché la prima non era riuscita bene.

Come tutti sanno, il medico bravo è quello che ci azzecca (nel tuo caso). Con Tommy, il primo studio dentistico a cui ci siamo rivolti, il più rinomato di Lugo per i bambini, non ci ha proprio azzeccato. La gengiva del dente devitalizzato (due volte) era sempre irritata, produceva spesso ascessi malgrado gli impacchi di acqua salata alternati a toccate con l’acqua ossigenata… così, su consiglio di un collega di Daniele, ci siamo rivolti ad un altro studio, più piccolo e meno popolare ma che, francamente, trovo più scrupoloso. Alla prima visita, gli ha scattato una lastra panoramica, accorgendosi che i denti cariati non erano solo due (come ci aveva detto il primo studio), bensì quattro in più, e proprio dove questi si toccano – li ha molto vicini e quelli definitivi, già formati nelle gengive, sembrano la fotocopia dei miei pre-apparecchio (infatti, ci hanno già avvertiti che presto sarà il caso di fargli iniziare ad indossare un apparecchio mobile di notte, perché la dentista ha già capito con che cura Tommy tratta i suoi denti e teme che, con un apparecchio fisso, alla rimozione i denti sarebbero sì dritti, ma non ne sarebbe rimasto uno sano).

Nelle sedute successive gli ha otturato tutte le carie e, per il dente devitalizzato, ha deciso di provare ad attendere. La situazione però è rimasta tal quale, e ieri avevamo appuntamento per decidere cosa fare: se ri-devitalizzarlo, o se levarlo definitivamente, sebbene sia un molare che, in teoria, potrebbe rimanergli fino ai 10-12 anni.

Da ri-devitalizzare non c’era più niente, l’interno era vuoto e mancava persino una radice, sicché la dentista ha deciso per l’estrazione. Solo che… dal dentista, io ho la mia tecnica: tenere gli occhi chiusi per non vedere l’armamentario che mi ficcano in bocca che, in quella scomoda situazione, malgrado non si provi dolore grazie all’anestesia (ma si senta comunque spingere o tirare o limare o che altro, con tutti gli irritanti rumori inclusi), sembra sempre più terribile e più gigante di quanto sia in realtà. Tommaso ha sempre seguito la mia tecnica ma giovedì, sentendo spingere nel dente già anestetizzato, ha aperto gli occhi e, alla vista della spatola con cui la dentista stava cercando di scalzare la radice, si è spaventato a morte.

Non ha pianto, non è scappato, ma è stata dura: appena sentiva spingere si lamentava, tanto che la dentista ha dovuto tagliare il dente in due parti per estrarlo più agevolmente. E in effetti, era devitalizzato male: l’unica radice rimasta era piena di pus che, non potendosi sfogare all’esterno, infiammava la gengiva producendo ascessi.

All’uscita, per calmarlo, ho dato a Tommy un’alternativa: gelato subito, oppure ghiacciolo e aperitivo con partita a calcino prima di cena.

Risposta: “Buona la seconda, ho proprio voglia di un Calippo.”

Solo che… boh, forse siamo stati sfortunati, ma trovare un Calippo a Lugo il 13 di aprile sembrava impossibile: nemmeno il supermercato in piazza ne aveva una confezione e, alle sei di sera passate, non avevo proprio voglia di andare alla Coop e fare una fila di mezz’ora alla cassa, tanto più che dovevo ancora portare Roddy a fare la consueta camminata.

Alla fine, abbiamo trovato il Sax pub fornito della “Bomba”, quel ghiacciolo a forma appunto di bomba, delizioso, che si trova chissà perché in pochissimi bar. E mentre Tommy lo scartava, ci è arrivata la voce della barista: “Ops… ho trovato UN Calippo al limone!”

Alla fine, Tommy si è saggiamente tenuto la Bomba già scartata… anche perché, va bene che stava in freezer, ma sicuramente quel Calippo era una rimanenza dell’estate scorsa!

Credete sia finita qui? Giammai: dopo il giro con Roddy, mentre stavo impostando la cena per me (ché Tommy e Daniele erano a cena dalla sorella di quest’ultimo) e tagliando una carota cotta da mischiare alle sue crocchette, mi vedo il mio Whippo trotterellare afflitto verso la porta-finestra, con la coda fra le zampe, leccandosi incessantemente le labbra.

Gli apro, credendo che avesse ancora un po’ di bisogni da fare… e invece, non ho mai visto una scena del genere: si è precipitato a mangiare l’erba del prato come una capra digiuna da dieci giorni.

Ora, i gatti ed alcuni cani, per purgarsi o vomitare, mangiano l’erba, ma lo fanno con calma, quasi gustandola. A Roddy certi tipi di erba piacciono proprio: quando siamo a passeggio, “erbicchia”, come lo definisco io, ma la digerisce benissimo e non l’ha mai vomitata; del resto, gradisce persino le comuni insalate!

Ho provato a chiamarlo in casa, a mettergli davanti la ciotola, ha assaggiato una crocchetta e un pezzo di carota e si è riprecipitato fuori, a inghiottire nuovamente erba come se fosse questione di vita o di morte.

Ho preso il telefono e chiamato il veterinario, raccontandogli cosa stava succedendo. In passeggiata, non mi pareva avesse mangiato niente (sto talmente attenta che non inghiotta qualcosa da terra che, se un conoscente non mi saluta a voce, non lo vedo, non ricambio il saluto e passo pure per maleducata), ma non si sa mai; in casa, ormai non prende più i giochi di Tommaso, e del resto non li ha mai ingeriti, nemmeno quelli più piccoli: da cucciolo, al massimo li smembrava o li rosicchiava, ma trovava intelligentemente la frutta dalla fruttiera molto più gustosa da rubare e mangiare), tuttavia era evidente che c’era qualcosa che non andava, ed ho provato ad infilargli le dita in bocca, per controllare la presenza di un corpo estraneo.

Ciò che vedevo era solo erba, e al tatto non sentivo nulla di strano.

Stimolato dalla mia manovra, Roddy ha vomitato: erba, bava, e quel poco di crocchette e carota. E si è ridato a mangiare erba.

Consiglio del veterinario: correre subito alla clinica: poteva essere di tutto. Da una cavolata come la faringite, a qualcosa di peggio come una spina, un corpo estraneo, i peli urticanti di una processionaria, la retroversione dello stomaco, un boccone avvelenato.

E allora via in autostrada (per la solita strada ci sono dei lavori in corso, ed avremmo impiegato più di un’ora per raggiungere San Marco, contro i consueti tre quarti d’ora): Daniele, di solito rispettoso dei limiti, andava ai 170, mentre Tommy, un po’ seccato per il mancato aperitivo, guardava preoccupato Roddy, che continuava a leccarsi la bocca in braccio a me, alla sua destra sul sedile posteriore.

Siamo arrivati alla clinica nel tempo record di mezz’ora; nel frattempo, Rodomonte si era calmato e, sceso dall’auto, non ha ricominciato a mangiare erba, bensì ha iniziato ad annusare e marcare il territorio. Solo che quello che era successo non era normale, e un controllo era indiscutibilmente necessario.

Risultato? Faringite. Niente di più facile: al mattino lo porto fuori sulle 6.45-7.00, ed è ancora freddo, malgrado durante il giorno si raggiungano temperature anomale per questo periodo. Gli metto l’impermeabile, ma ho tolto l’imbottitura, e non gli faccio più indossare lo scaldacollo – non ridete: per i levrieri, in inverno è un accessorio indispensabile.

Soluzione: siringate di antinfiammatorio, antibiotico, gastroprotettore, eccetera, e antibiotico per bocca per otto giorni.

E sospiro di sollievo, dieci anni di vita bruciati, e una decina di capelli bianchi in più sulla mia testa.

E mi viene da pensare che Roddy ed io siamo in qualche modo simbiotici: quando io prendo qualcosa, la prende anche lui, o viceversa. Questa volta ho iniziato io martedì con la raucedine, e mercoledì mi è scoppiato il raffreddore. La volta precedente, quando quest’inverno ho avuto il virus intestinale, Roddy l’aveva avuto, in forma leggera, prima di me…

Siamo arrivati a casa alle 21.30 circa. Roddy era un po’ sballottato, ma è corso nel garage a mangiare, ché la sua ciotola era ancora per terra da prima. Daniele e Tommy sono andati dalla Zia Lorena, io mi sono fatta una doccia e, mentre il mio insostituibile frullatore Vitamix mi cucinava una bella vellutata di zucca e carote, piccantina come piace a me, mi sono preparata e gustata un Negroni.

Senza La Repubblica, ma a questo abbiamo rimediato ieri sera.

E beccatevi il disegnetto che chiudeva gli appunti sulla terribile giornata di venerdì, che non ho potuto fare a meno di riportare sul taccuino. Non si vede mica che sono a pezzi, no?

La prossima volta, promesso, diario a fumetti. E già che ci siamo, buona Pasqua a tutti!

Scarabocchi dal moleskine

Lascia un commento