Per questo disegno ho avuto un committente d’eccezione: Tommaso!

Precocemente appassionato di film horror (come me), mi ha assolutamente vietato, pena un mese di disobbedienza continua, di andare a vedere la nuova versione di “It”, uscita al cinema l’anno scorso, in quanto vietata ai minori di 14 anni. A malincuore non sono andata, perché questa nuova interpretazione m’interessava, ma non ho mancato di comprare il dvd appena uscito, mascherandolo come regalo di Pasqua proprio per Tommy.

Inutile dire che, il pomeriggio della scorsa Pasqua, l’abbiamo trascorso in casa (al buio: e pensare che era una stupenda giornata di sole; ma dopo ho recuperato con una mega-passeggiata insieme a Rodomonte), a vederci il film.

Bello, niente da obiettare, a parte che – come accadeva anche nell’adattamento di kubrickiano di “Shining” dove si vedeva lontano dieci chilometri che Jack Nicholson-Jack Torrance era schizzato fin dall’inizio, al contrario del romanzo, nel quale il protagonista impazziva a poco a poco a causa dei fantasmi che infestavano l’Overlook Hotel al quale faceva da custode invernale – il clown Pennywise, sottoforma del quale It il più delle volte si presenta alle sue vittime, è tutt’altro che rassicurante, diversamente del Pennywise del romanzo e di quello del precedente adattamento cinematografico del 1990. Quale bambino (e, a maggior ragione, quale adulto) sano di mente l’avvicinerebbe mai? Chiunque, alla sola vista, scapperebbe a gambe levate!

Comunque, sono scelte – e a me, onestamente, i clown sembrano tutti un po’ inquietanti, da quelli umani a quelli sotto forma di bambolotto, ma è una mia paranoia.

In ogni caso, come spesso accade, il romanzo è un’altra cosa, molto più complesso e articolato. Lo lessi per la prima volta nell’estate del 1988, quando mi capitò sottomano come selezione premium di Euroclub, al quale mia madre era abbonata. Già a quel tempo ero una lettrice compulsiva, frequentatrice abituale della piccola biblioteca del paese: i libri che circolavano in casa non mi attiravano per nulla, essendo mio padre un classico non-lettore, appassionato solamente a Quattroruote e pubblicazioni simili, e mia madre divoratrice di romanzi d’amore in stile Harmony e compagnia bella (o brutta, de gustibus), sulle copertine dei quali troneggiavano la protagonista, sempre bellissima e dotata di chioma fluente, tenuta fra le braccia dal figaccione di turno, alto ed atletico, variamente abbigliati a seconda del periodo storico in cui era ambientato il racconto.

“It”, invece, mi aveva stuzzicata, sebbene non avessi la più pallida idea di chi fosse Stephen King: non ricordo l’immagine in copertina, andata persa negli anni, ma di certo non era la classica illustrazione che contraddistingueva i romanzetti di mia madre. Ho provato a cercare su internet, e ho trovato diverse immagini, legate alle diverse edizioni: forse era quella con la mano di un mostro che esce dalla grata di un tombino, pronto ad afferrare una barchetta di carta, con il titolo scritto in inquietanti caratteri rossi, ma non sono convinta – credo che quella fosse l’edizione in formato economico, successiva a quella che possedevo e tuttora posseggo, che invece era con copertina in cartonato nero, con sovraccoperta staccabile.

Comunque, in una serata domenicale dell’inizio delle vacanze estive, reduce dalla tremenda epidemia di morbillo che aveva impestato Cotignola a metà giugno, con gli occhi che mi bruciavano, cinque chili in meno e la faccia che sembrava ancora una grattugia, ho provato ad iniziarlo (lettrice accanita va bene, ma quello era un tomo grosso quanto i Promessi Sposi, per giunta scritto a caratteri piuttosto piccoli)… e non l’ho più mollato fino a che non l’ho terminato.

Per poi rileggerlo diverse volte nel corso degli anni successivi, ed appassionarmi ai romanzi di Stephen King, almeno fino a qualche anno fa: da un po’ di tempo a questa parte, trovo che abbia perso lo smalto originario, ma trovo che succeda a moltissimi artisti.

Per concludere: Tommaso mi aveva chiesto un Pennywise con in mano un palloncino e una barchetta, nell’atto di offrirli a Georgie, lo sfortuato (e un tantino ciula) fratellino di uno dei protagonisti, Bill Denbrough, che viene brutalmente circuito e ammazzato proprio nelle prime pagine – Georgie, non Bill, s’intende. Bene: io avevo più voglia di dedicarmi al mio personaggio preferito, l’unica ragazza del Club dei Perdenti, Beverly Marsh (che fortunatamente nel film hanno deciso di non “sacrificare”, come invece King ha fatto nel romanzo: cosa, questa, che non ho gradito, trovandola eccessivamente maschilista. Molto meglio un paritario “patto di sangue”, per intensificare l’unione e l’amicizia dei membri del Club, che far fare sesso per la prima volta all’unica ragazza con gli altri cinque componenti maschi, o no? A me, allora ragazzina dodicenne, e ancor più oggi, donna quarantaduenne, sapeva e continua a sapere molto di perversione – dell’autore – più che di amicizia), con la promessa che, se a Tommy l’illustrazione non fosse piaciuta, me la sarei tenuta e gliene avrei fatta un’altra con il soggetto che voleva – e comunque, dato che mi sono divertita con questa, non è detto che più avanti io non possa disegnare anche quella che mi aveva chiesto lui.

Bene: a Tommaso è piaciuta, e ha voluto incorniciarla e appenderla in camera. Ed eccola qui di seguito!

Pennywise e Beverly, It 2017

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