Ormai ho iniziato a farlo piuttosto spesso: si parte con la vignetta. Ci sentiamo dopo per i commenti!
Cronache di un'imperfetta cronica

Almeno per questa strip, l’ultima parola l’ho avuta io, e non il mio Whippettone Rodomonte: ogni tanto me lo deve, per tutte le volte che l’ha avuta lui!

Bene, avete capito: disegnerò molto meno. Io stessa ho dovuto considerarlo, quando ho accettato il nuovo lavoro, otto ore con pausa pranzo di una e mezza per cinque giorni alla settimana. Come ho dovuto considerare che sarò meno presente per Tommaso, che ha solo dieci anni e ancora bisogno di essere seguito, nonché portato a scuola e alle sue varie attività, alle quali si è aggiunta anche la chitarra. Tuttavia, so che lui è nelle buonissime mani della ragazza che già mi aiutava l’anno scorso e, quando sarò a casa, non mancherò di controllargli diario e quaderni e ascoltargli le lezioni come al solito: il giovanotto sa bene che è meglio che non abbassi la guardia, perché anche se la mamma sarà meno a casa, non è detto che la sua stronzaggine diminuisca.

(Ho sempre immaginato che, se avessi avuto un figlio, sarei stata una mamma stronza, e la previsione si è avverata; ciò non vuol dire che non mi piaccia coccolare Tommy. Al contrario: il mio amore è cresciuto con lui, anno dopo anno, esperienza dopo esperienza, e trovo che non ci sia niente di più bello di quando mi parla, e io l’ascolto e letteralmente mi perdo, più che nei suoi discorsi, nelle espressioni del suo viso.)

Ho considerato anche la gestione di Roddy, che non è un gatto e non può restare da solo tutto il giorno; ma la ditta dove andrò a lavorare è a cinque chilometri da casa, e il tragitto è percorribile, a seconda del traffico lughese, in dieci-quindici minuti, venti-venticinque al mercoledì, giorno di mercato, nel quale sembra di trovarsi nel traffico del centro di Milano anziché in quello di una nemmeno troppo grande cittadina di provincia: sicché, passeggiata al mattino, passeggiata a metà giornata e passeggiata alla sera (nonché giretto dopo cena, per portare via l’immondizia), sono sempre assicurate.

Francamente, quello che mi preoccupa di più sono i miei disegni. Ma, come ho già scritto nella vignetta, non sono pronta per fare esclusivamente la disegnatrice/illustratrice/scrittrice/fumettista/eccetera. Malgrado la rendita degli affitti che mi ha lasciato mio padre, pari a un buono stipendio, mi sento troppo dipendente da Daniele, e finisce che, per sdebitarmi, tendo a fare troppo la casalinga e poco la disegnatrice – e io non sono fatta per fare solo la casalinga, ci ho già provato e dopo pochi mesi sono finita a Villa Azzurra per la seconda volta. Inoltre, devo ammetterlo: forse ho talento, ma avrei dovuto coltivarlo meglio e in misura maggiore, non autolavandomi il cervello in base a ciò che si aspettava da me la mia famiglia per sentirmi benvoluta, e scegliendo il Liceo Artistico quando era il momento; oppure, dopo la maturità, anziché cercare lavoro, andare dritta filata ad iscrivermi all’Accademia delle Belle Arti o al DAMS – ma la situazione, in casa con mia madre e mia sorella, era arrivata a un punto tale che le mie priorità erano: 1) mantenermi da sola; 2) uscire da lì il prima possibile.

Tuttavia, non è il momento per i rimpianti: quel che è stato è stato, fine, e, per ricordarmelo sempre, due anni fa me lo sono pure tatuato – in inglese, perché in italiano suona peggio che male. Ho fatto la mia scelta, e farò l’impiegata. Amministrativa, non più commerciale estero: quello, è lavoro degli impiegati alla sede centrale dell’impresa, a Bologna, e purtroppo non userò i miei amati inglese e francese. Però potrò imparare cose nuove, e la ditta è solida, non c’è pericolo che vada a fondo – almeno per il momento: con la crisi economica che continua ad imperversare, non si sa mai, ma semmai quest’azienda dovesse fallire, significherebbe che il novantanove per cento delle altre ditte italiane avrebbe già fatto lo stesso.

E sinceramente, sono felice. Mi sento come quando ho iniziato a lavorare nella ditta precedente, nel lontano 1996: entusiasta, un po’ spaventata forse, ma decisamente, indiscutibilmente entusiasta. Disegnerò quando potrò, perché del disegno e della scrittura non posso fare a meno, ma la mia priorità, in questo momento, è diventare brava nella mia nuova occupazione, dimostrando di non essere stata assunta solo perché moglie del responsabile di produzione. Certo, lo so bene: questo è stato un punto a mio vantaggio. Ma dimostrerò che, dal momento che si tratta di una grande azienda, con notevoli possibilità di crescita per chi si da da fare, se anche fossi entrata come semplice operaia di linea, prima o poi sarei riuscita a farmi strada, come ha fatto Daniele. Insomma: ho fatto l’impiegata per tanti anni, qualcosa devo pur valere.

E per dirla tutta: quando la ditta in cui lavoravo prima andava bene, malgrado il mio lavoro non avesse niente a che fare con il disegno, ero felice. Certo, non vedevo l’ora di correre a casa per disegnare, ma quando tornavo a casa ero comunque soddisfatta di aver svolto con competenza il mio lavoro, e di essere riuscita a guadagnarmi pane, companatico e qualcosa in più anche quel giorno.

Anche questo dimostra come, mentalmente, non possa ancora diventare una fumettista professionista. Mi piace credere che le cose, belle e brutte, ti arrivino quando sei pronta a riceverle, anche se magari sul momento non ti sembra, soprattutto per quelle poco simpatiche. Non sono ancora pronta per diventare una disegnatrice professionista, io per prima lo so, per le ragioni che ho spiegato in precedenza. Tuttavia, sono una disegnatrice, disegnerò e scriverò ancora perché sento il bisogno di farlo, anche se non sono pagata, anche se nessuno mi legge, e questo post non è certo un addio: innanzitutto, perché ho ancora la storiella del concorso da postare: sette tavole in cui, come al solito, ho fatto del mio meglio. E chi ha voglia di lasciarle languire, scansionate e pulite e compresse, in una cartella del mio pc? Io, no di certo.

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