… non sempre fa per tre, come recita il proverbio: a volte, al contrario, soprattutto quando non è esperto nell’attività che intraprende, chi fa da sé combina pasticci, perde tempo, s’arrabbia per lo scarso risultato e gli tocca rifare da capo o farsi aiutare – oppure, nel peggiore dei casi, i pasticci sono irrimediabilmente irrimediabili e non c’è più niente da fare. A me capita spessissimo, non solo a volte, e di questo parlo nel diario a fumetti alla fine del post. Qui di seguito, invece, eccovi un giochino che ogni tanto ho iniziato a praticare, e che considero allo stesso tempo divertente e terapeutico: scrivere una lettera ad una me stessa del passato. Questa, in particolare, risale a mercoledì scorso, durante l’ultima sera trascorsa a Düsseldorf per la solita fiera Medica. Buon divertimento!

Lettera (immaginaria) di un’imperfetta 42enne a un’imperfetta 24enne

Cara Daria ventiquattrenne,

forse non mi crederai se ti scrivo che ho compiuto quarantadue anni lo scorso novembre: incredibile, vero? Tu sei fermamente convinta che non arriverai ai trenta, e invece li hai belli e che superati da un pezzo!

No, non mi crederai, lo so. Allora, tanto per continuare a stupirti, metto le cose in chiaro fin da subito: ti sto scrivendo da una stanza del solito Domo Hotel di Düsseldorf, fumando abusivamente una pipa dalla finestra aperta (dal 2003 è proibito fumare in luoghi chiusi), con una lattina di birra a raffreddare sul davanzale. Domani è l’ultimo giorno della solita fiera Medica, a cui la ditta partecipa invariabilmente da decenni, e alla sera prenderemo l’aereo per tornare in Italia. A casa, ad aspettarmi, ho un figlio di nove anni e mezzo, insieme a Daniele, suo padre, e al nostro Whippet, Rodomonte. Non sai cos’è un Whippet? E’ un levriero, un cane.

In confronto a tutto ciò, immagino che l’avere superato abbondantemente i trent’anni ti sembrerà ordinario.

Tu detesti andare alla Medica, detesti il freddo di Düsseldorf e l’ambiente asettico della fiera, pieno di persone tutte professionalmente ben vestite, lì radunate solo in cerca di affari. Del resto, detesti lavorare come impiegata e lo fai solo per lo stipendio: il tuo sogno è dedicarti al disegno e alla scrittura, e stai cercando di realizzarlo frequentando la scuola di fumetto.

Hai smesso di fumare sigarette prima di sposarti perché Daniele non voleva, e sei astemia. Non volevi figli, non credevi più che con Daniele sarebbe potuta durare ancora per molto, ed avevi paura dei cani; al contrario, amavi i gatti.

Per dimostrarti che quella che scrive sono la te stessa futura, ti dico i nomi delle tue tre gatte: Minou, Bea e Fàntasia. Mi credi, ora?

E’ che le cose cambiano. E sono le persone che le fanno cambiare, cambiando loro stesse per prime.

Tante cose sono successe in questi diciott’anni, alcune belle, altre decisamente meno. Non voglio anticiparti troppi avvenimenti, per non toglierti il piacere di scoprirteli da te e per non essere prolissa come al solito; tuttavia, ti preannuncio subito che quelle decisamente meno belle sono state toste, in modo che tu ti possa preparare psicologicamente (non certo per fartele evitare: non sono idiota, so benissimo che questa lettera non ti raggiungerà mai e, in ogni caso, se tornassi indietro so che, col senno di allora, rifarei esattamente le stesse scelte).

Innanzitutto, la salute, punto dolente. Le emicranie peggioreranno, in certi periodi avrai attacchi ravvicinati, quasi ogni giorno, ma alla fine ti rassegnerai e imparerai a conviverci: tu che cerchi di sopportare stoicamente il dolore senza prendere medicine, inizierai ad assumere i tuoi farmaci quando sentirai che servono e, quando potrai e non ne potrai più dal dolore, ti caccerai a letto e buonanotte a tutti. Ma le emicranie non sono che un antipasto: presto avrai un periodo di alcuni anni in cui la faccia, soprattutto nel naso, si riempirà di bubboni che esploderanno per non rimarginare che dopo mesi e, malgrado visite da specialisti e cure varie, nessuno riuscirà mai a capire la causa. Ovvio che uscire di casa, con tre o quattro o più di quelle piaghe sul volto, sarà una sfida quotidiana.

Quanto alla depressione, non credere di essere guarita. Ti annuncio una cosa che ancora non sai, o non vuoi sapere: non si guarisce. Anzi, al termine della scuola di fumetto, stanca morta per aver studiato lavorando a tempo pieno, cadrai in un esaurimento psicofisico pazzesco, che ti farà nuovamente crollare di brutto. Daniele ti porterà da una specialista, che non solo ti prescriverà dei farmaci, ma anche delle sedute psicoanalitiche, che continuerai settimanalmente e quindicinalmente per la bellezza di undici anni, dopodiché, ormai stufa e arrivata a un punto morto, quando la psichiatra ti prescriverà un tipo di farmaco più forte, con grossi effetti collaterali, lascerai perdere tutto quanto, per assumere autonomamente una dose media di fluoxetina, il classico Prozac.

Il problema è che su di te (su di me, su di noi), la psicoanalisi serve fino ad un certo punto: ciò che ci aiuta di più sono i farmaci – quelli giusti. Abituati all’idea che, per stare bene, li dovrai assumere vita natural durante. Ora, senza psicoanalisi, senza nessuno che mi seguisse, con solo una dose media di fluoxetina, sono stata bene per circa un annetto, poi sono crollata: al punto che ho provato a suicidarmi con benzodiazepine miscelate ad alcolici. Daniele mi ha beccata, portata al pronto soccorso, e da lì sono finita a Villa Azzurra, dove mi sono fatta un bel soggiorno di un mese, spesata dal servizio sanitario nazionale. Probabilmente non sarei morta comunque, ma ringrazio che non mi sono bruciata il cervello, anche se qualche neurone è certamente andato.

Non contenta, ho continuato con le cure fai da te, per ripiombare giù dopo qualche mese. Nuova cazzata, nuovo soggiorno (due settimane) a Villa Azzurra, al che sono ritornata dalla vecchia psichiatra, perché mi seguisse almeno con i farmaci – di psicoanalisi non ne volevo più sentir nemmeno parlare. Te la faccio breve: non ha funzionato, ho lasciato perdere di nuovo, sono di nuovo crollata ma senza fare cazzate e alla fine, nella disperazione più nera, mi sono affidata al centro salute mentale dell’ASL dove, alleluia, ho trovato una psichiatra disponibilissima che ha azzeccato il farmaco giusto, e che mi sta tuttora seguendo. La depressione mi ricolpirà in futuro? Non lo so, non me ne frega niente. Se lo farà, so che c’è qualcuno a cui posso rivolgermi, e che proverà ad aiutarmi.

Tanti dei sogni che avevi, che avevamo, sono andati alla malora. Mi dispiace; ma sappi che ci ho sempre provato. Tu ci hai sempre provato. Solo che… la vita va come vuole lei. Soprattutto, va. Scorre. Le cose belle come le cose brutte, tutto passa, anche se quando ci sei in mezzo, soprattutto alle cose brutte, sembrano non passare mai.

E a volte, credimi, non c’è nient’altro da fare che rilassarsi, prendersi dieci-quindici gocce di Valium, caricare una bella pipa capiente e uscire per una passeggiata.

Hai capito bene: niente più palestra per tenersi in forma e soprattutto sfogare lo stress. A parte che non ho il tempo, vedere tutta quella gente che finge di correre o pedalare o scalare montagne sulle macchine cardio, in riga come soldatini alle vetrate della Wave Fit vicino a casa, la maggior parte con le cuffie in testa per distrarsi dall’assurdità di ciò che stanno facendo, mentre io passeggio tranquillamente con Roddy alla sera (attività che considero una delle migliori della giornata), mi mette un po’ tristezza.

Forse vogliono dimagrire, rimettersi in forma o restarci. Buon per loro, se s’impegnano ce la possono fare.

Forse vogliono scaricare lo stress. Certo, funziona: ho fatto lo stesso per anni.

Forse devono riabilitarsi dopo un infortunio. I miei migliori auguri.

Forse non hanno un amico che adorano con cui uscire a camminare. Mi spiace per loro.

E pensare che, per un po’, ho fatto anche l’insegnante di fitness!

Non mi ha dato di volta il cervello: è solo che tutte le cose che sono successe in questi diciott’anni mi hanno cambiata.

Ops… ti hanno cambiata.

Ci hanno cambiate.

No, non andare a provare di suicidarti per evitare di diventare quella che sei diventata a quarantadue anni. A te la mia vita potrà sembrare uno schifo, ma non lo è affatto, anzi.

Avrai molti momenti duri, è vero, ma li supererai, scoprendoti forte come non avresti mai creduto di essere. E la tua autostima, incredibile ma vero, crescerà – e non ti ritroverai all’ultimo piano del Domo Hotel a considerare se è abbastanza alto per essere sicura di rimanerci secca se ti butti giù.

In queste sere, l’ho fatto: sono salita, mi sono affacciata, ma non ho minimamente pensato di lanciarmi nel vuoto: invece, mi sono fatta una Marlboro sorridendo. Voglio vedere cosa c’è ancora. Cosa riesco a fare, cosa riesco a superare.

Sicché, preparati: avrai parecchie rogne, ma arriverai ad un’età insperata desiderando di avere ancora tempo da vivere per vedere cos’altro c’è.

Di bello c’è che Daniele si rassegnerà e accetterà la tua passione per i tatuaggi, sicché ne avrai tanti, tantissimi, molti dei quali ideati e disegnati da te stessa, secondo le tue esperienze e il tuo vissuto.

A proposito di Daniele: resterete insieme ma, diversi come siete, non sarà facile. Più volte sarete sul punto di separarvi e cavoli, quante litigate… ma per il momento, siamo ancora qui, nella stessa casa, e non stiamo male. Ci accettiamo come siamo, lui sempre più bacchettone, io sempre più spirito libero, ci diamo una mano nel crescere nostro figlio, e sì, a volte ci divertiamo pure.

Per quanto riguarda nostro figlio, ti domanderai come ho fatto a cambiare idea riguardo a questa decisione. Bé, in poche parole, verso i trenta, complice la seppur lenta regressione dello sfogo in faccia e soprattutto della depressione (guarda caso, in quegli anni stavo assumendo lo stesso farmaco che l’ultima psichiatra mi ha prescritto, e con il quale sto bene, senza effetti collaterali), ho iniziato a pensarci, e alla fine Daniele ed io, che finalmente avevamo trovato un equilibrio di coppia, ci siamo decisi. Non credere però che sia stato facile, eh! La gravidanza è stata un macello, ho avuto attacchi emicranici in continuazione senza poter prendere nient’altro che Tachipirina, e dopo è stato pure peggio: ero stremata, avrei voluto solo riposare, invece avevo questo esserino da accudire, ero totalmente impreparata ad uno sconvolgimento così totale della mia vita, e la depressione si è ripresentata di brutto. Quanto mi sono sentita inetta come mamma: non avevo nemmeno il latte (ma è stata una fortuna, perché così ho potuto ricominciare ad assumere i miei farmaci)! Tuttavia, ora che ha nove anni e mezzo, posso dire che è un’esperienza positiva, malgrado le grosse difficoltà: una vera e propria sfida, che ha contribuito a cambiarmi in meglio. C’è stato e ci sarà da litigare, sia con lui sia con Daniele (in crisi non sono andata solo io, ma anche il rapporto di coppia, che si è di nuovo sfasciato, e che fatica ricostruirlo!), spesso mi sono sentita e mi sento impreparata, altre volte stanca, spesso mi è seccato e mi secca dovergli dedicare del tempo quando invece vorrei disegnare o fare gli affaracci miei… ma gli voglio un bene dell’anima: anzi, lo amo come non hai mai amato nessuno. E inoltre… in futuro non te ne fregherà molto, t’importerà molto di più di altre questioni ad esempio la salute, che non è così scontata, ma so che a te, me stessa ventiquattrenne, importa, quindi ti rassicuro: sarà bellissimo, con un fisico esagerato dovuto in parte alla genetica, in parte allo sport, tanto che ogni volta che lo guarderai, ti domanderai come ha fatto a venir fuori un ragazzino così tremendamente bello. Però mettiti il cuore in pace: dalla nascita fino ad oggi l’igiene personale sarà il suo più grosso problema: ha una vera e propria idiosincrasia per il lavarsi. C’è di peggio, ringrazia che il suo più grosso problema sia questo, e cerca di godertelo!

Si chiamerà… te lo dico? Ti ho già detto che sarà un maschio, e allora ti anticipo anche che si chiamerà Tommaso. Tutti i nomi maschili che mi piacevano non piacevano a Daniele, e viceversa, e una notte ho sognato la Nonna Angelina che mi suggeriva questo nome, che ha messo d’accordo entrambi. Probabilmente è stato il mio inconscio, non la Nonna: ti dice niente il nome Tommy O’Donnel, uno dei protagonisti di un tuo fumetto di allora? A proposito, preparati, perché la Nonna morirà prima che tu e Daniele decidiate di avere Tommaso, e non ti darà in sogno i numeri con cui vincere una strabiliante somma al Superenalotto, come ha sempre detto che avrebbe fatto salvo impedimenti.

Questo mi ha portato a chiedermi, per qualche anno dopo la sua morte: dove si va quando si muore? Se avesse potuto, so che mi avrebbe fatto vincere una somma stratosferica. Ergo… non poteva farlo. Non mi fregava niente del denaro, ma… perché non poteva? Perché non esisteva più? Perché esisteva ancora, da qualche parte, ma non poteva vedermi? O perché non poteva raggiungermi? Oppure, perché mi aveva dimenticata?

Ma quelle appunto sono le domande che mi ponevo a trent’anni. Ora invece dico: chissenefrega. Non posso saperlo, ed è inutile lambiccarmici sopra.

Niente palestra né danza né altri sport, al momento, sebbene, dopo la nascita di Tommy, per rimettermi in forma (da 57 chili di muscoli prima di rimanere incinta, ero arrivata a 52 dopo il parto, e 50 dopo un mese e mezzo di allattamento), ne ho praticato tantissimo. Tuttavia, sono più magra che a ventiquattro anni. Bello, no? Sono libera da qualsiasi paturnia circa il mio fisico, non m’importa più tanto di essere sempre soda e tirata, e anche con il cibo ho trovato il mio equilibrio. Davvero, del cibo non t’importerà tanto. L’apprezzerai, ma non sarai schiava di un pezzetto di cioccolato o di una ciotola di panna montata. La volta che ne avrai voglia, ne mangerai e non ti sentirai in colpa perché fanno ingrassare. La volta che non ne avrai voglia, non ne mangerai, e amen.

Non t’importerà nemmeno dei vestiti – anzi, considererai il doverteli provare una vera seccatura. Però continueranno a piacerti le scarpe: solo che lascerai da parte i tacchi per qualcosa di più pratico. Chi ha detto che non esistano scarpe belle e pratiche insieme?

Ti piaceranno ancora anche i gioielli. E molto, soprattutto quelli antichi, in particolare gli anelli.

Tutta roba costosa, ovviamente: la tua attrazione verso la scelta più costosa, per scarpe e gioielli, non ti ha mai abbandonata.

Ma imparerai che anche il denaro non conta poi così tanto, è solo un mezzo di scambio. Lo guadagni e lo spendi per comprare oggetti e usufruire di servizi che ti permettono di goderti la vita, ma capirai che la maggior parte degli oggetti e dei servizi non sono fondamentali, sono solo un “di più”, scarpe e gioielli compresi. Quando avrai meno denaro, ne spenderai di meno, rinunciando ad oggetti e servizi superflui, ma non ne farai un dramma, e non ti gireranno in testa per giorni, cercando di convincerti che senza di essi non potrai mai essere felice. La felicità non si compra, a quarantadue anni ho imparato anche questo.

Ciliegina sulla torta: diventerai disegnatrice – anzi, autrice – di fumetti. E scrittrice. Imparerai a costruire e gestire un sito internet (scusa, so che questo è arabo per te, internet ai tuoi tempi non era che all’inizio, ma fidati sulla parola: anzi, probabilmente inserirò questa lettera nel prossimo post) dove scriverai e pubblicherai i tuoi fumetti. Roba tua, originale, non tratta da opere altrui.

Non sarai famosa (per ora, o forse per mai, ma chi lo sa?), ma comunque ti manterrai continuando a lavorare part-time come impiegata, dopo una breve, disastrosa parentesi come insegnante di fitness – la prima palestra in cui ho lavorato ha fallito e chiuso, mentre la seconda mi dava una paga da fame, si trattava di sfruttamento vero e proprio, e mi sono licenziata: inutile dire che questo fallimento è stata una brutta botta, a causa della quale la depressione si è ripresentata più agguerrita che mai.

In ogni caso, ricorda che sei paraculata: non sei una Rockefeller, ma la piccola rendita che ti ha lasciato tuo padre ti permetterebbe di vivere senza lavorare. Tuttavia, ho scoperto che lavorare mi piace, e non parlo solo di scrivere e disegnare: mi piace anche fare lavori per cui non sono tagliata, come l’impiegata. E’ un modo per mettermi alla prova, per vedere che, malgrado le difficoltà, posso riuscire a fare anche qualcosa che non amo particolarmente, e per il quale non ho un grande talento – tuttavia, l’inglese e il francese, lingue che uso nel mio lavoro, mi piacciono, e spesso le parlo anche con Roddy in passeggiata, e al diavolo chi mi sente e pensa male. Inoltre, ebbenesì, mi piace guadagnarmi il mio stipendio. Su questo non sono ancora riuscita a venire a compromessi: i soldi di mio padre, non essendo guadagnati, non li sento “miei”. E’ una questione su cui devo lavorare: come tante altre, del resto. Mica sono diventata un Buddha! Ci sono ancora tante di quelle cose che mi mettono ansia, rabbia, m’infastidiscono, eccetera. Ma ho capito che anche questi sentimenti fanno parte dell’essere umani, della vita. E mi va bene così.

Forza, goditi il viaggio, e vedi un po’ dove siamo riuscite ad arrivare.

Sei forte e ti voglio bene,

tua

Daria quarantaduenne.

P.S.: anche con tua mamma e tua sorella le cose si appianeranno. Non ci credi? Bé, vivi e lo vedrai da te!

Un abbraccio,

D. 42enne.

Cronache di un'imperfetta cronica
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