Allora: eccoci al terzo e ultimo capitolo della saga dedicata alla mia gravidanza e al mio parto. Il quale, se fosse stato filmato in live-action, avrebbe potuto essere trasmesso in televisione con discreto successo come candid camera, dati i suoi svariati momenti di involontaria comicità.

Dov’eravamo rimasti?

Sfrecciati a Faenza in meno di un quarto d’ora quando, da casa nostra, rispettando i limiti, sono necessari almeno venticinque minuti, siamo arrivati in ospedale. Mentre Daniele cercava un posto per la Matiz nel parcheggio pieno, io sono scesa e ho raggiunto il reparto ostetricia, sentendomi più che mai ridicola camminando a papera con il pannolino di Tommaso fra le gambe, nel mio vecchio vestito della Sisley sui toni dell’azzurro, la prima cosa che mi era capitata sottomano, e che comunque avevo indossato spesso durante i due mesi precedenti, con la solita cintura bassa sui fianchi per personalizzarlo. Non essere ingrassata ed avere avuto un pancino minuscolo mi ha permesso di non aver mai avuto bisogno di acquistare degli abiti prémaman, orribili quanto costosi: un altro dei seppur pochi vantaggi della mia anomala gravidanza.

Ero appena arrivata in accettazione e mi ero presentata, quando è arrivato anche Daniele con il mio trolley e il kit per la crioconservazione delle cellule staminali: aveva parcheggiato in divieto di sosta, o in un posto destinato ai disabili, e si è scusato con l’infermiera di turno, precisando che, non appena io fossi stata sistemata, sarebbe andato subito a spostare l’auto e cercare un parcheggio autorizzato.

Ora, io non ricordo tutto benissimo di quella serata: o meglio, ricordo quasi tutto piuttosto bene, è l’ordine degli avvenimenti che, forse, non collima con quanto è accaduto in realtà. Quindi, accettate il mio racconto per quello che è: la cronaca del parto di una gestante alla trentottesima settimana, alla quale era stato programmato uno sgradito cesareo per il venerdì successivo, eccitatissima e ad un tempo spaventata della possibilità di partorire naturalmente.

Il reparto era pressoché deserto, c’erano solo delle donne che avevano già partorito, nessun travaglio in corso. Tuttavia, non c’erano molte camere pronte, e mi è stata assegnata la numero 17.

“Può andare bene lo stesso?” mi ha domandato l’infermiera, dubbiosa. “Se vuoi, ne prepariamo un’altra.”

Io sono rimasta basita, e l’ho rassicurata: “No problem. Sono nata di venerdì, oggi è il 13, magari la stanza numero 17 mi porta solo fortuna.”

Apro una parentesi: sui numeri 13 e 17, a seconda dei paesi, la superstizione abbonda, ma preciso che qui in Romagna è in uso il proverbio: “Né di venere, né di marte”, e ciò che trovo incredibile è che molte persone ci si attengono pure. Pensate che la mia prima auto, una Renault Clio Oasis bordeaux metallizzata, sarebbe stata pronta per l’attesissima consegna un venerdì di gennaio, ma sia la mia famiglia, sia quella di Daniele, sia perfino il gestore della concessionaria, mi sconsigliarono il ritiro proprio quel giorno, obbligandomi a posticiparlo a quello successivo. Accorgimento che, a quanto pare, non funzionò come sperato: la mia povera Clio, poi sostituita dall’attuale Matiz nel settembre 2006, sembrava essere una calamita per le altre automobili e, a nemmeno due anni di età, la sua carrozzeria era già stata totalmente ricostruita a causa di guidatori incauti che letteralmente le correvano addosso – il primo incidente è avvenuto dopo nemmeno un mese dal ritiro, e per fortuna non mi sono mai fatta niente (e non ho mai dovuto pagare le riparazioni, non essendo mai stata colpa mia), a parte un doloroso colpo di frusta al collo dovuto a un ragazzo su di un’Alfa 75 rossa che fece il didietro alla mia Clio mentre ero ferma a uno stop in quel di Castel Bolognese in una fredda mattina di gennaio.

“Credevo stessi partendo”, si scusò.

Io ero nera dalla rabbia e, ammetto, la mia reazione fu un tantino esagerata: “Eccheccavolo, avevo pure il piede sul freno, e per fortuna, altrimenti mi spedivi in mezzo alla strada! Cosa parto, per attraversare l’Emilia proprio mentre arrivano auto da entrambi i lati?!? Se sei ancora addormentato, vatti a prendere un caffè prima di metterti in strada!!!”

“Eh, lo so, scusa, scusa…”

In ogni caso, avete capito: a me, le superstizioni, non fanno un baffo. E chiusa parentesi.

Assegnatami la stanza, mi sono infilata una camicia da notte (ne avevo due, comprate apposta per l’occasione, una azzurra e una rosa, entrambe con la scritta “Di mamma ce n’è una sola” e il disegno stilizzato di un bebé: le uniche che avevo trovato un po’ decenti e non, come si suol dire, da signora. In estate non mi servono, dormo nuda o al massimo in maglietta, ma in ospedale non mi pareva proprio il caso) e sono andata in bagno, dove ho notato che stavo iniziando a sanguinare. Confesso di essermi un po’ spaventata, e Daniele ha chiamato un’infermiera, che mi ha rassicurata che era normale, e che il medico e una delle ostetriche di turno sarebbero arrivati a breve. Poi, mi ha dato qualche pannolino post-parto. Ne avevo un pacco anche nel trolley, insieme alle mutandine usa e getta da abbinarvi, ma non mi era venuto in mente di ricorrervi quando ho rotto le acque, e sono rimasta stupefatta nell’appurare che si trattava di cosi lunghi, larghi e spessi quanto un telo da bagno ripiegato più volte ma, incredibilmente (chi è che inventa questo tipo di assurdità? Dei maschi, ovvio), privi dello strato di plastica adesiva sotto, che li fissa alle mutande ed impedisce a sangue e fluidi di macchiarle, del quale sono dotati tutti i comuni assorbenti, persino quelli delle marche più infime.

All’arrivo del primario, con relativa visita, i ricordi sono discordanti, se mi si passa il gioco di parole: io rammento di essere stata dilatata di cinque centimetri, Daniele sostiene di sette. Poco importa: malgrado ciò, non avevo ancora la benché minima ombra di contrazioni, e sono stata collegata ad un monitor fetale, per accertare che il cuore di Tommaso non fosse in sofferenza. Tutto andava bene, ed abbiamo concordato che avrei provato a partorire naturalmente: ma al primo, minimo cenno di complicazioni o di travaglio prolungato, di corsa in sala operatoria e via con il cesareo.

Abbiamo fatto anche conoscenza con l’ostetrica, un donnino con un caschetto di capelli neri mossi, di nome Tommasina. Alla nostra domanda se avesse mai praticato una procedura per la crioconservazione delle cellule staminali del cordone ombelicale, ci disse la verità: lei in persona non l’aveva mai fatto, ma in reparto era già successo una o due volte, sicuramente il medico e qualche infermiera conoscevano la procedura; e in ogni caso, siccome le mie contrazioni ancora latitavano e sembrava esserci tutto il tempo, ha avuto il buonsenso di prendere il foglietto d’istruzioni allegato al kit e studiarselo. Non so: sarà stato che apprezzo le persone sincere, sarà stato il nome (mio figlio si sarebbe chiamato Tommaso, lei si chiamava Tommasina: non sono superstiziosa, ma…), sarà stato che, comunque, non era più giovanissima, aveva sempre lavorato come ostetrica e doveva pur avere esperienza nella sua professione, ma mi ha comunicato una grande fiducia, molta più del medico (sarò prevenuta, ma per questioni da donne preferisco delle specialiste di sesso femminile), nonché della dottoressa con cui avevo sempre avuto a che fare, quella che, malgrado i pareri del cardiologo e della mia ginecologa, trovava eccessivo dover ricorrere ad un cesareo programmato – ribadisco: l’idea non sfagiolava nemmeno me, ma di fronte al parere di due esperti, che potevo ribattere? – e che, fortunatamente, quella sera non era di turno.

Nel frattempo, ecco arrivare mia mamma, mia sorella e il suo ragazzo di allora, il biondo ravennate Eric, che sarebbe successivamente diventato per Tommaso “lo zio Eki”. Mia mamma era spaventata e nervosa, non era del tutto convinta del fatto che volessi provare a partorire naturalmente, e siamo state Tommasina ed io a rassicurarla: poi, in barba all’ospedaliera regola del silenzio, mentre Daniele andava a cercarsi qualcosa da mettere sotto i denti, mia sorella, Eric ed io ci siamo messi, come si dice qui da noi, a “fare trebbo”. Cioè a chiacchierare del più e del meno come se fossimo seduti in un pub davanti a un boccale di birra ciascuno, anziché in una stanza di ospedale, in un reparto ostetricia, dove una donna (la sottoscritta, che forse, nell’eccitazione del momento, era quella che faceva più chiasso di tutti) era in procinto di partorire.

Tommasina si è raccomandata di parlare a bassa voce, ma ha assicurato che, malgrado fossero ammessi uno, o al massimo due visitatori per stanza, finché non fossero iniziate le contrazioni avremmo potuto stare lì a chiacchierare: il reparto, come ho detto, era pressoché vuoto, le altre stanze occupate lontane dalla mia, e forse si era accorta che io avevo bisogno di esorcizzare i miei timori con qualche sana risata.

Tuttavia, mia sorella ed Eric sono dovuti partire in anticipo, per andare a Modena, non ricordo se a sentire un concerto dei Sigur Rós o dei Radiohead. Ciò conferma la mia irrequietezza per quello che stava avvenendo: mentre amo i primi, e magari avrei provato una punta d’invidia per mia sorella e il suo compagno, i secondi non mi dispiacciono, riconosco il loro valore, ma riesco ad ascoltare un brano alla volta e solo ogni tanto, perché mi fanno scendere l’umore sotto i piedi, e soffrendo di depressione non ne ho granché bisogno.

Tornato Daniele, che non aveva trovato uno straccio di bar aperto nelle vicinanze, ma almeno era riuscito a spostare la Matiz in un parcheggio regolamentare, ancora non avevo contrazioni.

“Ma scusa, non potevi andare in un ristorante e cenare come si deve?” ho domandato, ed ecco che, mentre lui rispondeva che non voleva allontanarsi e stare via troppo, le contrazioni sono partite.

Non so che ore fossero: credo, intorno alle 22.00.

Le prime, sono state brevi e distanti: poi, in poco tempo, si sono trasformate in quelle del giovedì precedente. E’ venuto il medico a visitarmi e, con la manovra, il dolore è diventato ancor più insopportabile: malgrado sentissi chiaramente contrarsi la parete addominale ed uterina, quello che mi doleva terribilmente era l’interno coscia (il giorno dopo, scoprii di avere dei capillari rotti in entrambe le gambe, che poi sono rimasti tali), e soprattutto la parte bassa della schiena tanto che, ad un certo punto, ho temuto che Tommaso, anziché uscire ordinariamente dalla vagina, si fosse aperto in qualche modo un varco per uscire dall’ano, e l’ho comunicato all’ostetrica.

“Tranquilla, in tanti anni non ho mai visto un neonato uscire dal di lì”, è stata la sua risposta. “Piuttosto, credo che sia ora di trasferirsi in sala travaglio.”

Non avrei voluto utilizzare una sedia a rotelle, ma sono stata costretta, a causa dei crampi alle gambe. Mentre mi accomodavo, le contrazioni si sono intensificate, trasformandosi in un’unica continua contrazione, e ho iniziato a sospettare che, come per l’uscita del liquido amniotico, il movimento fungesse da stimolante anche per tutto il resto.

“Bisogna prendere i vestitini del bimbo”, ha suggerito Tommasina, e Daniele e mia mamma hanno iniziato a rovistare nel trolley, in cerca di un body, dei calzini, della tutina e della coperta.

“Ehi, ma questo body non sta bene con il pagliaccetto”, ha obiettato l’ostetrica, alla vista di quelli che avevano scelto Daniele e mia mamma. “Forza, prendete qualcosa che stia bene, non vorrete mica che questo bambino sembri figlio di nessuno!”

Io intanto mi contorcevo: “S-scusate… non è che p-possiamo andare?”

“C’è tempo”, ci rassicurava Tommasina, con britannica flemma.

Trovato finalmente il body adeguato, bianco bordato di verde anziché quello a righe azzurre, da accostare al pagliaccetto verde, turchese e bianco con la stampa di una simpatica ranocchia, ci siamo avviati in sala travaglio, in quella che si definisce velocità di crociera: né troppo lentamente, né troppo in fretta.

E ad un certo punto del corridoio ci siamo fermati, perché il carrello del monitor fetale si era inchiodato.

“Cavolo, ha perso una ruota”, ha osservato Tommasina. E tutti e tre si sono precipitati a cercare la ruota mancante nel percorso inverso, dalla sedia a rotelle alla camera.

Dopo essermi voltata, alzandomi leggermente, per vedere cosa stessero combinando e perché ci stessero mettendo tanto, ho iniziato a provare un fortissimo, irresistibile impulso a spingere.

E loro continuavano a cercare quella maledetta ruota.

“R-ragazzi”, ho chiamato, “qua mi viene da spingere!”

“Ma manca la ruota”, ha obiettato Tommasina.

Portatemi in sala travaglio, porcadiquellamiseria, altrimenti lo faccio qui!” ho strepitato, stringendo forte i braccioli della sedia a rotelle. Qualche ora dopo ho trovato la situazione, se filmata, degna di un eventuale primo premio in una gara di candid camera ma, credetemi, sul momento mi è sembrata tutt’altro che divertente.

“Non spingere, non spingere, aspetta un attimo!”

Come se fosse stato semplice.

Tuttavia, come per miracolo, qualcuno ha esclamato: “Eccola!”, la ruota è stata riposizionata, e via, questa volta di corsa, in sala travaglio.

“Chi vuol entrare? Può solo una persona.”

Con Daniele ne avevamo parlato. Come molti uomini, la vista del sangue non gli va molto a genio (anche solo fare un prelievo per lui è una tragedia, a volte è stato sul punto di svenire, una volta è proprio svenuto secco), e non volevo obbligarlo a restare con me se non se la sentiva. Tuttavia, in quel momento si è fatto coraggio, e ha detto: “Resto io.”

(E mio gran sospiro di sollievo: con mia madre, il rapporto non è mai stato idilliaco, e non volevo che mi vedesse partorire. Se Daniele non se la fosse sentita e fosse voluta entrare lei, avrei davvero faticato a dirle che preferivo restare da sola, malgrado fosse la verità. Già trovavo strano il fatto che si fosse precipitata in ospedale – doveva esserle costato un grosso sforzo, dovuto soprattutto al fatto che era preoccupata per il mio cuore, che lei, al pari di me, aveva sempre considerato totalmente guarito – e, nonostante tutto, mi sarebbe spiaciuto rispondere in quel modo al suo gesto di riconciliazione.)

In sala travaglio, mi hanno aiutata a trasferirmi sul letto. Come avevo già capito, il muovermi stimolava quello che mi stava succedendo dentro, e dopo lo spostamento mi è venuto inevitabilmente da spingere.

“Non spingere, respira”, mi sollecitavano Tommasina e il medico. “Non siamo ancora pronti, resisti, non spingere!”

Eccheccazzononcelafacciooo!!!

Questa volta, trovavo la situazione alquanto comica: di solito, le partorienti non vengono forse esortate a spingere? Ero – e sono – proprio fatta al contrario!

Ho trovato meno comico quando il medico, per visitarmi di nuovo (ma che cosa c’era poi da visitare? Il mio stato era più che evidente), ha tentato di aprirmi le gambe: i muscoli delle cosce erano talmente tesi e irrigiditi dai crampi che ho gridato dal dolore. E il bisogno di spingere si è come centuplicato.

“Si vede la testa”, ha esclamato il medico. “Presto, presto!” e poi a me: “Allora, quando gridi, non gridare a vuoto, ma cerca di coordinarlo con la respirazione, okay?”

Non sono riuscita a dirgli che non avevo gridato per le contrazioni, bensì per il dolore che avevo provato quando mi aveva aperto le gambe, che qualcuno mi ha siringato una chiappa – procedura necessaria, in quanto non erano ancora arrivate le analisi di non mi ricordo quale infezione che potrebbero avere le partorienti, a cui poi sono risultata negativa (procedura comunque inutile, in quanto, come appresi dopo, l’eventuale iniezione andrebbe praticata almeno un’ora prima del parto, per dare il tempo al vaccino entrare in circolo). Quasi nello stesso tempo, qualcun altro mi ha infilato un catetere nel polso sinistro, dal quale è partito un fiotto di sangue (è stata questa manovra a lesionarmi la guaina che contiene i nervi, a causa della quale, dopo tredici mesi di Brufen, Artrosilene, tutori vari e patimenti, mi sono decisa a consultare un ortopedico che, dopo tre inutili infiltrazioni, ha deciso che era necessario un intervento), ma io non ho quasi sentito dolore, tanto era atroce quello che provavo alla schiena e alle gambe. Daniele, invece, mi ha confessato di essere stato sul punto di svenire.

“Ecco”, ha detto il medico, “quando senti la contrazione, puoi spingere.”

Non chiedevo di meglio, e ho spinto, mentre rispondevo alla domanda di qualcun altro, forse un’infermiera, che mi domandava come si sarebbe chiamato il neonato: “Tommyyyy!!!

Non vedevo quello che succedeva là sotto, e quasi non sentivo le voci intorno a me, perché, diciamo, ero intenta a fare altro, ma forse la testa di Tommy doveva essere uscita, in quanto ho distintamente udito il medico dire: “Okay, se non esce con la prossima spinta, preparatevi per un taglietto.”

Eh no, caro mio, ho pensato. Non mi avete tagliato la pancia, adesso non mi tagliate proprio da nessun’altra parte, tantomeno !

Col senno di poi, mi sono resa conto di avere rischiato: se Tommaso fosse stato grosso, avrei potuto lacerarmi. Ma ho preso fiato, gridato e dato una spinta esagerata, la più energica e potente che mi fosse possibile.

E Tommaso è uscito.

Ho guardato fra le gambe, e c’era questo cosino piccolissimo, girato a pancia in giù, tutto raggomitolato come se le sue ossa fossero di gomma, completamente pulito a parte uno sbruffo di sangue sulla spalla sinistra, con gli occhi blu, aperti spalancati – Daniele sostiene che avesse gli occhi chiusi e io, data la situazione, ammetto di potermi essere sbagliata: ma, a me, parevano blu e spalancati.

Poi è sopravvenuto il terrore: “Non piange?” da romanzi, film e telefilm sapevo che i neonati, appena nati, piangono, a meno che… “Perché non piange?

“Tranquilla, va tutto bene”, Tommasina ha preso Tommaso, gli ha tolto il cordone ombelicale arrotolato intorno al collo (con tutte le capovolte che ha fatto nella mia pancia, avrei dovuto aspettarmelo: anzi, era un miracolo che avesse soltanto un giro e non si fosse strozzato prima), l’ha afferrato per i piedi e gli ha dato una scrollata.

Gneeeeeccc”, ha protestato Tommy. E mio sospiro di sollievo.

“Sei stata brava”, si è complimentato qualcuno, ma io l’ho trovata una frase fatta: suppongo lo dicano a tutte. Così ho ribattuto: “Insomma… ha fatto tutto lui!”

Solo che adesso c’erano le procedure da seguire per estrarre il sangue dal cordone ombelicale (per fortuna conclusesi con un successo) e, dopo avere avvolto Tommaso in un telo, con mio estremo disappunto l’ha consegnato a Daniele e non a me. “Fammelo vedere”, lo pregavo io. “Fammelo vedereee!”

“Ecco”, Daniele si chinava un poco, ma non era sufficiente: temo che avesse paura di tenerlo in braccio (la stessa cosa è successa a me, più tardi, tanto mi sembrava piccino, ma mi sono presto abituata, anche perché non avevo molte alternative), e Tommaso era talmente avvolto in quel lenzuolo bianco che si vedevano a malapena gli occhi, il naso e la bocca.

I lavori intorno a me continuavano: sicuramente hanno tagliato il cordone ombelicale, forse mi hanno fatto espellere la placenta, forse era già uscita, ma io ero troppo elettrizzata per darvi importanza e non ricordo niente: l’unico mio obiettivo, che non riuscivo a portare a termine, era vedere il figlio che avevo appena vittoriosamente partorito senza alcun taglio. “Com’è?” domandavo ansiosamente a Daniele. “Fammelo vedereee!!”

E lui continuava a chinarsi a malapena con il fagottino, rispondendo: “E’ bellino”, oppure: “E’ piccolo”.

Poi, Tommasina e Daniele sono andati a lavare, vestire, pesare e misurare Tommy, sebbene, per dirla con l’ostetrica: “Non ci sarebbe nemmeno bisogno di lavarlo. E’ già pulito, mai vista una cosa simile.”

Già: non sarà uscito dal buco sbagliato, ma Tommaso è riuscito comunque a far vivere a Tommasina una nuova esperienza. Chissà se poi le è capitato di nuovo!

Quando sono tornati, finalmente me l’hanno dato in braccio, e lui si è attaccato a un capezzolo ed ha iniziato subito a succhiare voracemente, mentre io gli osservavo ciò che riuscivo a scorgere, avvolto com’era nella sua coperta bianca, stampata con nuvole azzurre: il nasino a patata (che già avevamo visto dalle ecografie), gli occhi grandi, le guanciotte piene. Intanto, Tommasina mi ha illustrata sulle caratteristiche del neonato: tutto regolare, indice di Apgar perfettamente normale, lunghezza 49 cm., peso 2,440 kgs.

“Come, duechiliquattrocentoquaranta?!?” ho esclamato, preoccupata. Forse era stata la mia scarsa alimentazione in gravidanza ad impedirgli di crescere? Ma era proprio a causa dei disturbi che avevo avuto che non ero riuscita a nutrirmi correttamente! “Non è troppo poco?!? Ma non doveva essere un bambinone?”

“Lo diventerà, lo diventerà”, ha sorriso l’ostetrica. “Ha dei piedi giganteschi.”

Non si sbagliava: in effetti, come ho potuto appurare, e come mi confermavano tutti quelli che incontravo – era estate, e spesso lo lasciavo scalzo – i suoi piedi erano, e tuttora restano, davvero due belle fette, come le sue mani. E, all’età di nove anni, ha un trentasette di scarpa, è alto la bellezza di centoquarantadue centimetri ed ha un fisico esagerato, lo stesso che metto su io se mi alleno seriamente.

E qui termina la storia tragicomica della mia gravidanza e del mio parto. Ho sempre pensato che avrei festeggiato con una sigaretta e un Jack Daniel’s, ma dovevo allattare e non potevo farlo; e comunque, incredibile ma vero, era l’ultimo dei miei pensieri. Siamo tornati in camera, e Daniele ha dormito nel letto vuoto di fianco al mio, con la culla con dentro Tommy in mezzo a noi.

Anzi: Daniele, al pari di me, non ha dormito: l’unico che ha dormito, quell’ultima notte in cui noi genitori avremmo potuto riposare tranquilli, è stato Tommaso. Chi riesce a dormire dopo un evento tanto eccezionale? Stavamo in silenzio, tentavamo di chiudere gli occhi, ma io, stupita dal fatto di provare dolore al polso che, sotto il bendaggio, si stava gonfiando insieme alla mano (tanto che ho dovuto togliere gli anelli, che di solito mi stanno lenti, e il giorno dopo ho intimato ad un’infermiera recalcitrante di sfilarmi quel dannato catetere, altrimenti avrei fatto da sola, perché il dolore era tale da non poter usare la mano, e non riuscivo a gestire Tommaso in sicurezza), ma assolutamente più nulla a gambe e schiena, non riuscivo a distogliere lo sguardo da quell’esserino, uscito talmente in fretta da non avere nemmeno ematomi, gli occhi gonfi o la testa malformata, come spesso accade ai neonati: al contrario, era perfettamente tonda e regolare. E mi chiedevo: Sarò in grado di accudirlo, curarlo, educarlo, senza rovinare una creatura tanto perfetta?

Il resto è storia: la storia più o meno ordinaria della classica madre che non è preparata ad esserlo, che si trova a combattere con la depressione post-parto, che deve smettere di allattare dopo un mese e mezzo in quanto, malgrado l’ostetrica di Lugo sostenesse il contrario, il mio latte era senz’ombra di dubbio insufficiente, sicché sia la pediatra, sia la ginecologa, sia la mia psichiatra di allora, mi consigliarono saggiamente di proseguire con l’allattamento artificiale, in modo che Tommaso potesse nutrirsi adeguatamente e crescere (alla dimissione dall’ospedale, il mercoledì pomeriggio, dopo il calo fisiologico era arrivato a tre chili e novecentocinquanta grammi), ed io potessi ricominciare ad assumere i miei farmaci.

Questa storia del latte mi ha fatto sentire estremamente inadeguata: come mamma mi sentivo tutt’altro che capace, e per giunta non avevo nemmeno il latte. Ma me ne sono fatta una ragione e, in qualche modo, grazie anche agli antidepressivi, sono riuscita a farmi forza per me e per lui, o almeno provarci, sebbene non sia stata una passeggiata… e, spesso, non lo sia tuttora.

E ora vi lascio alla vignetta finale, che conclude questa serie di post dedicata a un capitolo tanto importante della mia vita…

Cronache di un'imperfetta cronica

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