Cronache di un'imperfetta cronica
UNA LUNGA, LUNGHISSIMA STRADA (ovvero, avventure e disavventure amorose di una perfetta imperfetta cronica)

L’elenco di Tommaso potrebbe continuare all’infinito: per quanto riguarda i nostri gusti, Daniele ama la montagna, io la odio e preferisco il mare; a lui piace viaggiare, a me bastano i viaggi che faccio quando disegno, scrivo, leggo e medito; a me non piace il caos, lui invece ci si trova a suo agio; non mi piacciono nemmeno le feste di compleanno, i matrimoni, le cerimonie, eccetera, lui invece ci sguazza come un pesce nell’acqua; io sono sempre stata sportiva e divento isterica se non faccio qualcosa di fisico ogni giorno (malgrado ora il mio sport, per mancanza di tempo, si sia ridotto alle camminate con Rodomonte, non vi rinuncerei per nulla al mondo, e credo che se ricevessi cinque centesimi per ogni chilometro percorso con il mio Whippettone mi farei proprio una bella vecchiaia), mentre lui è pigro e detesta qualsiasi tipo di sport: il suo passatempo preferito è svaccarsi sul divano, facendo zapping fra programmi di cucina ed episodi di serie come il Tenente Colombo, l’Ispettore Barnaby o la Signora in Giallo, che io trovo di una noia mortale; per contro, lui ama andare a farsi fare massaggi, o trascorrere giornate intere alle terme o in una spa, mentre io non sopporto che mi si mettano le mani addosso (preferisco essere io a muovere i miei muscoli, non farli muovere da un massaggiatore), e quanto a terme e spa, due ore mi sono più che sufficienti.

Per quanto riguarda invece il nostro modo di essere, Daniele ci tiene ad osservare le tradizioni, le regole e le convenzioni sociali, tutte, indistintamente, mentre io mi faccio un baffo di quelle che non mi aggradano, o che trovo prive di buon senso; per lui l’apparenza è fondamentale mentre, per me, l’abito non fa il monaco; nel tempo, lui è diventato sempre più rigido nelle sue posizioni – il suo caposaldo è: “E’ una questione di principio” – mentre io, a suo dire, sono fin troppo elastica mentalmente; lui è permaloso, come si suol dire si lega i torti al dito, mentre io ho imparato che non ne vale la pena; per lui non ci sono mezze misure, o è tutto bianco o è tutto nero, io invece vedo solo miliardi di sfumature di grigio unite a miliardi di sfumature di tutta la gamma dei colori esistenti; lui è diventato sempre più credente nella fede cattolica, mentre io me ne sono staccata e mi considero agnostica: credo ci sia un Dio, un’Energia, uno Spirito, un Mistero, come lo si voglia chiamare (il mio famoso Chissachiocosa), ma ho sinceri dubbi che sia quello dei cristiani; lui ci tiene alla puntualità, arriva sempre dieci minuti prima dell’ora prevista, mentre io arrivo sempre al pelo o cinque minuti dopo (nella vita non devo mica timbrare il cartellino come a lavorare!); io sono estremamente diretta, spesso dura, tendo a sbattere la verità in faccia alla gente in modo troppo drastico, e del resto preferisco che la gente faccia lo stesso con me; lui invece, per dirla delicatamente, sarebbe un perfetto diplomatico e preferisce il silenzio alla verità; lui darebbe la vita, che dico, la felicità, per la sua famiglia di origine, fino all’abnegazione più totale (dopo tanti anni che lo conosco, non ho ancora capito se il suo sia vero altruismo o egoismo ben mascherato, della serie Come mi sento bene ad aiutare gli altri, sono davvero una brava persona), mentre io ho superato le vecchie incomprensioni, ma a tutto c’è un limite: con l’esperienza della depressione post parto ho compreso che, se non sto bene io per prima, non posso aiutare nemmeno gli altri.

E qui chiudo con le differenze, che altrimenti divento noiosa.

E allora, come abbiamo fatto a innamorarci?

Bene, riprendiamo da dov’ero rimasta con la mia storia precedente, nella quale ricordavo gli inizi della sottoscritta, una perfetta imperfetta cronica che da bambina era diventata ragazza.

Una ragazza che, dopo le esperienze vissute, aveva deciso che non avrebbe mai avuto una relazione stabile, non si sarebbe mai sposata, tantomeno avrebbe avuto figli. Avrebbe invece frequentato l’Accademia delle Belle Arti, poi sarebbe volata in Inghilterra o negli Stati Uniti, per lavorare in uno studio di animazione, ed avrebbe vissuto da sola, con un gatto, bastando totalmente a se stessa.

Le tre settimane che trascorse in una famiglia a Bath, in Inghilterra, nell’estate del 1990 rafforzarono in lei queste decisioni: com’era bello non dipendere da nessuno, essere lontana dai problemi familiari, essere apprezzata per la propria padronanza della lingua inglese e per la propria abilità nello scrivere e nel disegnare!

Ragazzi, per il momento, non ne aveva e non ne voleva: non le servivano, si sentiva completa così com’era, malgrado tutte le sue amiche avessero un compagno più o meno stabile. La sua unica esperienza con un ragazzo era stata estremamente negativa: il suo primo amore era stato il suo vicino di casa, suo coetaneo, uno dei suoi migliori amici, con il quale poteva essere se stessa, trascorrendo pomeriggi ed intere estati giocando a pallone, con le costruzioni e con la terra del giardino, e parlando di tutto. Certo, non si trattava di amore: a dieci anni si può al massimo parlare di infatuazione; il punto è che lei si sentiva bene con lui, e lui stava bene con lei.

Il problema era sorto alle scuole medie, quando si erano ritrovati in classe insieme: i ragazzini sanno essere cattivi e maligni, e la ragazzina e il suo amico avevano iniziato ad essere presi in giro per il loro profondo legame. E invece di fregarsene, come avrebbero dovuto fare se fossero stati maturi, dimostrarono la loro immaturità allontanandosi, fingendo quasi di non conoscersi, rompendo così la bellissima amicizia che avevano coltivato fin da quando avevano quattro anni.

Alla ragazzina, questo era pesato parecchio: non solo veniva presa in giro per una delle cose più belle della sua vita, ma aveva perso il suo amico, e temeva che lui la odiasse per il fatto che anche lui veniva deriso. Quante volte si era domandata se davvero lui la odiava, o se invece provava i suoi stessi sentimenti: tuttavia, timida com’era, e temendo di sentirsi rispondere che sì, lui la odiava veramente, non trovò mai il coraggio di domandargli alcunché e si rassegnò – ancora oggi, adulti, si salutano se s’incontrano per caso, si scambiano qualche parola, ma c’è sempre una strana tensione, peggio che fra due estranei sul treno.

Sicché, la ragazza non ne voleva più sapere. L’amore era qualcosa che faceva soffrire, che portava solo guai: non l’aveva già constatato nella sua famiglia? Il rapporto fra i suoi genitori non era certo idilliaco, e il suo unico zio, il fratello di sua madre, aveva divorziato dalla sua prima moglie fra mille tribolazioni. Lei, di sofferenza, ne aveva già vissuta a sufficienza, e non aveva bisogno di procurarsene altra a causa di un ragazzo. Le bastava avere qualche amica, una compagnia con cui uscire e, semmai le fosse piaciuto qualcuno, e lui l’avesse ricambiata, non escludeva che avrebbe potuto avere una storia: però niente di troppo serio e impegnativo.

Ma la vita, come ho già detto, va come vuole lei. All’inizio della seconda superiore, dopo innumerevoli litigate con sua madre che non voleva lasciarla andare, aveva ottenuto, anche grazie all’intermediazione di suo zio e della sua seconda moglie, di poter uscire da sola con le sue amiche, e persino recarsi ogni tanto, alla domenica pomeriggio, nella discoteca della città vicina: naturalmente, accompagnata da qualcuno della famiglia, o al massimo dai genitori di qualche amica: salire in un’automobile guidata da un ragazzo più grande della sua compagnia o dal fratello o sorella di una delle amiche, tutti neopatentati, le era assolutamente vietato.

Lei, in discoteca, andava per ballare: non le fregava un fico secco di intortare qualcuno, per dirla come a quei tempi. E invece, proprio lì conobbe un ex compagno di classe di un suo amico: un diciannovenne biondo, alto e magro, con grandi occhi verdeazzurri e i capelli tirati indietro con la schiuma, in una tipica banana anni ‘90.

E fu amore a prima vista, per entrambi.

Chissà cosa videro l’una nell’altro, e viceversa: fatto sta che lui si fermò a chiacchierare con lei, e la chiacchierata proseguì per tutto il pomeriggio su un divanetto lontano dalla pista, dove si poteva parlare senza troppo sgolarsi per superare il volume della musica house, fortemente sincopata, in voga in quegli anni.

Nei quali non esistevano i cellulari, tantomeno i social.

E i due, scioccamente, dimenticarono di scambiarsi i numeri di telefono: dimenticarono persino di dirsi il cognome.

Il giorno successivo, lei se ne rese conto: il problema poteva essere superato domandando all’ex compagno di classe del ragazzo che le piaceva, ma l’ex compagno in questione era interessato a lei, che a sua volta lo considerava solo un amico, ed aveva paura di ferirlo.

Inoltre, malgrado fosse dimagrita, si fosse fatta crescere i capelli e si sentisse un po’ più carina, davvero lei, un’insignificante quindicenne sempre struccata, in jeans, felpa e Dr. Martens, aveva fatto colpo su un diciannovenne che già lavorava, aveva la patente e sicuramente conosceva coetanee ben più attraenti?

Il dubbio si sciolse il lunedì sera, quando lui le telefonò: abitava a Fiumazzo, una frazione di Alfonsine, ad una ventina di chilometri dal suo paese, ma lavorava in una grande azienda di Barbiano, frazione del paese della ragazza, ed aveva un sacco di colleghi che provenivano dalla zona e conoscevano la sua famiglia.

Per farla breve, lui era andato subito il lunedì alla fermata dell’autobus che lei prendeva per tornare a casa da scuola, ma non era riuscito a trovarla perché lei era rimasta anche il pomeriggio, per vedere con la classe un film in lingua inglese. Così aveva cercato il suo cognome, rivelatogli da una collega, nell’elenco telefonico, ed aveva telefonato a sua nonna paterna – il telefono in questione era ancora intestato a nome del suo defunto figlio, che lì aveva l’officina meccanica – la quale, senza troppo insospettirsi, gli aveva dato il vero numero di casa, intestato alla madre.

Complicato, no? Oggi sarebbe molto più facile, ma allora andava così. E la ragazza ne fu felice, perché se aveva cercato di ritrovarla in quel rocambolesco modo, significava che doveva essere parecchio interessato a lei!

Cominciò così una fase di corteggiamento, molto breve in verità: lui l’andava a riprendere da scuola e la conduceva alla fermata dell’autobus del suo paese (se la madre di lei avesse saputo che saliva in auto con uno sconosciuto, neopatentato per giunta, probabilmente le avrebbe vietato di uscire per un mese, portandola e andandola a prendere personalmente da scuola per accertarsi che non trasgredisse), le telefonava, e lei si trovò ad essere estremamente contenta di aver trovato un ragazzo che, oltre ad essere fisicamente carino, la gratificava con un sacco di attenzioni e sembrava gradire la sua compagnia, almeno quanto lei gradiva la sua.

Dopo una settimana, si misero insieme – con estrema delusione dell’ex compagno di classe al quale, del resto, lei aveva già detto che lo considerava nulla più di un amico – ed anche quel Natale fu splendido. Certo, ci fu da discutere con la madre, all’inizio piuttosto pesantemente; poi, quando lui entrò in casa insieme alla sua compagnia di amici (non so come si usi adesso, ma a quei tempi, in inverno, si era soliti ritrovarsi il sabato a casa di qualcuno a guardare una vhs, una videocassetta, quasi sempre piratata, giocare a un gioco di società o semplicemente chiacchierare, o ancora, più raramente, andare al cinema, talvolta dopo una pizza) e lei lo conobbe, iniziò a fidarsi e le concesse un po’ più di libertà.

Non deve essere stato facile nemmeno per lei: quarant’anni, vedova da poco a causa di un incidente stradale occorso al marito, un solo stipendio da impiegata statale su cui contare e due figlie da crescere, una di otto anni sofferente di epilessia, ed una di quindici irrequieta e ribelle, la classica pecora nera della famiglia, della quale le riusciva difficile fidarsi, malgrado andasse bene a scuola e, fondamentalmente, non trasgredisse alle regole che le imponeva. O forse, aveva visto giusto: quello era un ragazzo per bene, che poteva evitare alla sua inquieta, problematica figlia delle grosse magagne.

E credo che così sia stato. Non posso affermarlo con sicurezza ma, se non ci fosse stato Daniele, col suo temperamento rigido, ligio al senso del dovere, alle regole e al perbenismo, chissà cos’avrei potuto combinare. Certo, per farmi dei viaggi avevo disegno e scrittura, per sfogarmi lo sport – il tamburello e la corsa a piedi, che usavo come scusa per uscire quando l’atmosfera in casa si faceva troppo pesante – ma avevo iniziato a mangiare davvero come un uccellino e, se avessi conosciuto le persone sbagliate, forse…

Non lo so, non m’interessa e non è di questo che voglio parlare in questa storia.

Voglio invece parlare di una relazione fra due persone totalmente diverse, che però sono riuscite a stare insieme per tanti anni, fra amore folle, passione, litigi epocali, ripicche, contrasti, in un continuo saliscendi in cui l’equilibrio non è quasi mai stato di casa; senza contare che la ragazza ha sofferto di anoressia per cinque anni, seguiti da un annetto di bulimia, nonché di crisi depressive anche gravi.

Prima del matrimonio si sono amati, si sono odiati, si sono presi e si sono lasciati innumerevoli volte: credo succeda a molti, soprattutto quando la relazione diventa a lungo termine, soprattutto quando le due persone sono così diverse.

Tuttavia, i due, la ragazza con il ragazzo biondo, sono rimasti insieme, fino alla decisione di sposarsi, e sono tuttora insieme, uomo e donna di mezz’età.

Cos’è che li ha fatti stare insieme malgrado le difficoltà? Cos’è l’amore?

Perché si è innamorata a prima vista di quel ragazzo, nel lontano 1990? Questione di chimica, come sostengono gli scienziati? O forse cercava in lui, sciocca che non era altro, approvazione, affetto, qualcuno a cui appoggiarsi, una figura maschile in sostituzione del padre che aveva da poco perduto?

Forse. In fondo, l’innamoramento, l’amore romantico, argomento da sempre prediletto nelle varie arti, non è il cercare qualcosa che ti manca in un’altra persona, e idealizzarla, illudendosi di trovare in lei ciò di cui hai bisogno, spesso senza vedere quello che lei è davvero?

Ma perché, tuttavia, proprio quel ragazzo? Perché non qualcun altro, l’ex compagno di classe di lui per esempio, che la corteggiava da mesi? Perché non si era mai fermata a parlare con altri ragazzi che avevano cercato di conoscerla? Indubbiamente, doveva esserci qualcosa: era attratta da quel ragazzo biondo, altrimenti non gli avrebbe dato corda e, quella domenica, non sarebbe rimasta tutto il pomeriggio a chiacchierare con lui anziché scatenarsi in pista, per poi confidare alla sua amica del cuore, all’uscita della discoteca: “Ho trovato un ragazzo che mi piace… ops, che idiota, non gli ho chiesto il telefono!”?

E perché ha continuato a stare insieme a lui malgrado tutto, malgrado i suoi difetti, malgrado i litigi, malgrado le incomprensioni, malgrado le differenze di opinioni e di vedute? Non sarebbe forse stato più facile mollarlo e starsene da sola?

Ah, per mollarlo, l’ha mollato, e anche più volte, come ho già scritto: ma lui tornava sempre indietro per riprendersela, e lei non riusciva a resistergli.

E perché non resisteva? Forse perché temeva che, senza di lui, non sarebbe stata in grado di cavarsela da sola nelle difficoltà di ogni giorno, fra litigate con la madre e la sorella, depressione, anoressia e bulimia?

Forse.

O forse perché i momenti belli erano tanti, e tali da superare tutte le incomprensioni?

Forse.

O forse, un misto di entrambe.

Ma sto divagando: continuiamo con la storia. Nel 1995, grazie al denaro che lui aveva messo da parte lavorando, e a quello che lei aveva ereditato dal padre, del quale, essendo ormai maggiorenne, poteva usufruire, decisero di andare a convivere ed acquistarono una graziosa villetta a schiera nella cittadina dove lei aveva frequentato la scuola, cittadina che entrambi amavano, non troppo grande ma fornita di tutti i servizi e le comodità, e vicina all’azienda dove lui lavorava – lei, che aveva ormai rinunciato all’Accademia per cercarsi un lavoro e uscire al più presto dalla casa materna, dove la situazione si era fatta insostenibile, non aveva ancora un posto stabile, quindi sembrava la soluzione migliore per tutti.

Poco prima di andare a convivere, lui le domandò di sposarlo, e lei, che comunque considerava la convivenza un impegno alla stregua del matrimonio, sebbene non fosse convinta di credere al Dio della chiesa cattolica, rispose di sì. A posteriori, lo trovo un po’ ipocrita, ma allora non mi consideravo ancora agnostica (per essere sincera, non sapevo bene come considerarmi); anzi, ero felice di soddisfare un suo desiderio e di celebrare ufficialmente la nostra unione – allora, molto più di oggi, l’apparenza contava, ed essere sposati, sia civilmente sia religiosamente, era un segno di impegno serio, mentre la convivenza non era considerata altrettanto.

E fu così che il primo settembre del 1996 si sposarono, con rito cattolico: lei avrebbe preferito una cerimonia pomeridiana, seguita da un rinfresco per pochi intimi, magari animato da un complessino, ma siccome era lui che ci teneva al matrimonio religioso, assecondò i desideri di lui, acconsentendo ad una tradizionale cerimonia al mattino, seguita da un tradizionale, interminabile pranzo, pieno di invitati, compresi tutti i parenti e i colleghi di lui, suoi migliori amici. Tuttavia, per la ragazza fu una bella giornata, che nemmeno qualche scherzo di pessimo gusto dei suddetti colleghi riuscì a turbare: era felice di aver accontentato quello che ormai era suo marito nei suoi desideri per la cerimonia, felice di averlo sposato, rendendo ufficiale la loro unione, felice di provare a costruire una famiglia con lui: famiglia che i suoi genitori, malgrado le apparenze, non erano riusciti a costruire.

I primi mesi, non andò male: fuori dalla casa materna, la ragazza si era da subito sentita più tranquilla, e si era convinta di poter riuscire a buttarsi il passato alle spalle. Aveva una casa, aveva trovato un lavoro fisso come impiegata commerciale estero che non era poi tanto male, soprattutto aveva un uomo da amare, che l’amava. Ma presto, qualcosa iniziò a guastarsi: il passato non si può buttare alle spalle come un mozzicone di sigaretta, e lei iniziò a sentirsi inquieta e insoddisfatta, sentimenti aggravati dal fatto che non riusciva a stare insieme al marito quanto avrebbe voluto: mentre lei lavorava in giornaliero, dal lunedì al venerdì, lui faceva i turni, lavorando anche dodici ore di fila, spesso anche al sabato.

E, spesso, non contento di trascorrere tante ore con loro, usciva con i colleghi o li invitava a casa, o andava a casa loro.

Questo la portò a sentirsi trascurata, tradita quasi: l’aveva sposato in chiesa; cercava di essere una brava casalinga e s’impegnava nella cucina; aveva abbandonato la palestra, il disegno e la scrittura per gestire al meglio la casa; per lui aveva smesso di fumare; per lui si era fatta solo un piccolissimo tatuaggio su di una mano con il primo stipendio; malgrado ciò, per un motivo o per l’altro si ritrovava sempre a casa da sola, ad aspettarlo.

Sciocca che era stata: l’ha capito solo anni dopo. La sua realizzazione personale non poteva dipendere dal marito, tantomeno dalla casa, dal lavoro, nemmeno dalla situazione familiare in cui aveva vissuto per i primi vent’anni della sua vita, che aveva lasciato ma che continuava a tormentarla: la sua realizzazione personale dipendeva da lei, da lei sola.

Ma a quel tempo era ancora immatura, e non poteva capirlo.

Così, tornò in palestra, riprese a disegnare e scrivere allestendosi uno studio in mansarda con le sue due vecchie scrivanie e, dal momento che ora aveva un lavoro, una casa e un’auto di proprietà, pensò bene di sfogarsi nello shopping, complice il bel corpo che aveva conquistato sudando in sala pesi e vincendo la bulimia (ricordate? Metodo-Daria, da provare solo se si è dotati di una buona dose di zucconaggine: impedirsi di vomitare, stando male come un cane nell’immediato e prendendo peso a lungo termine. Non era stato facile e talvolta aveva avuto delle ricadute, ma in pochi mesi era guarita), nonché la bella dentatura ottenuta dopo due anni abbondanti di apparecchio fisso ai denti.

Si fece fare inoltre due tatuaggi oltre al piccolo tribale sulla mano destra: prima la silhouette di un gatto sulla spalla sinistra, poi un sottile bracciale sul deltoide dello stesso lato, composto da tante lune intrecciate. Inutile dire che dovette subire l’ira del marito, che li prese come un affronto personale, come una mancanza di rispetto nei suoi confronti, cosa che lei proprio non riusciva a capire. I tattoo le piacevano, da quando era ragazzina sognava di farsene fare tanti, e cosa diavolo c’entrava il rispetto verso di lui? Mica gli imponeva di farsi tatuare, era lei a farlo! Al contrario, era convinta che, per rispettarlo, lo stesse rispettando anche troppo, dal momento che, per evitare i soliti alterchi epocali, non ne era già bell’e che coperta.

Ciliegina sulla torta, finalmente riuscì a convincere suo marito ad esaudire uno dei suoi più grandi desideri: adottare un gatto, anzi una gatta, una piccola micetta dal lungo pelo bianco e crema che chiamò Minou, come uno dei cuccioli degli Aristogatti, uno dei suoi film d’animazione preferiti di sempre, a cui seguirono l’Exotic Bea e la Persiana Fantàsia.

Ma tutto questo sembrava non bastarle. Spesso si domandava se la vita fosse tutta lì, che senso ci fosse nell’andare a lavorare come impiegata quando non vedeva l’ora di uscire dall’ufficio per correre in palestra a sfogarsi, e poi a casa a disegnare o scrivere insieme alle sue gatte, persa nel suo mondo di carta e inchiostro che, comunque, non si sentiva di mostrare ad altri che a suo marito.

Certo, il senso del lavoro come impiegata era lo stipendio, il denaro, che le permetteva di acquistare quasi tutto quello che voleva. Ma anche questo, non sembrava farla felice. Quello che si chiedeva, ancora più spesso di che senso avesse quella vita in fondo vuota, era perché diamine perdesse tanto tempo a disegnare: per chi e per cosa, dato che non si considerava per nulla brava, per nulla all’altezza degli altri fumettisti e scrittori che ammirava?

Inadeguata: ecco la parola che la perseguitava. Le altre persone le sembravano felici delle loro semplici vite fatte di casa, lavoro e tempo libero da occupare con innocui svaghi, e lei avrebbe dovuto esserlo altrettanto, se non di più, dal momento che aveva tutto ciò che una persona assennata potesse desiderare. Ma non si sentiva felice, anzi: il senso di inadeguatezza cresceva sempre di più, fino a portarla a considerarsi l’essere più inetto della terra, a sentirsi addirittura in colpa per sentirsi in quel modo, invece di ringraziare per tutto ciò di cui avrebbe dovuto gioire, e a considerare il suo dono del disegno e della scrittura una vera e propria maledizione, una droga dalla quale non riusciva a disintossicarsi, che la faceva sentire bene quando la assumeva, ma la faceva piombare nella più cupa depressione quando ne era lontana. Quanto avrebbe voluto tornare indietro, frequentare l’Accademia delle Belle Arti, migliorare nei suoi talenti, poterli sviluppare e utilizzare al meglio, non avere paura di mostrarli al mondo, e ricavarne qualcosa di costruttivo!

Ma ormai, era tardi. Dopo la maturità, aveva scelto di trovare un lavoro e andarsene dalla casa materna perché, se fosse rimasta lì, la situazione già insostenibile sarebbe ulteriormente degenerata: non aveva avuto scelta, anche senza Daniele avrebbe fatto lo stesso. E ormai, a ventiquattro anni, sentiva che non poteva più tornare indietro, come sentiva che non poteva continuare con la vita che stava vegetando.

Vecchia, si sentiva. Ma vecchia non era, almeno non anagraficamente. Sognava la pensione, finalmente essere libera di scrivere e disegnare tutto il giorno, al diavolo tutto il resto, come faceva quando era in ferie e Daniele al lavoro: era convinta che, se si fosse allenata ininterrottamente, sarebbe migliorata e magari, presto o tardi, si sarebbe sentita soddisfatta dei propri lavori e si sarebbe decisa di mostrarli al resto del mondo.

Ma come diavolo avrebbe fatto ad arrivare all’età della pensione vegetando in quel modo?

Brutta domanda, che cercava di non porsi troppo spesso: perché la risposta, inevitabilmente, era: O ne esco in qualche modo, o mi ammazzo prima dei trent’anni.

Nel frattempo, non trovando una soluzione, proseguiva nel suo vegetare, e le crisi depressive tornarono, più agguerrite che mai. E i contrasti col marito si moltiplicarono, accentuati dalla loro diversità di temperamento e carattere.

Che fatica deve essere stata anche per lui, stare vicino ad una persona in quelle condizioni: doveva amarla davvero tanto, con tutto il cuore. Perché chiunque altro, credo, l’avrebbe mandata affanculo, risolviti da te i tuoi problemi, e grazie tante.

Finché una sera, la cruda, brutale realtà la mise con le spalle al muro.

E per ora chiudo qui, perché questa storia sta diventando davvero troppo lunga: il seguito, nel prossimo post!

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