A volte (leggasi praticamente sempre), vedo la mia vita come un’eterna lotta contro il tempo dalla quale, purtroppo, raramente esco vincitrice.

Ho sempre troppe cose che devo fare, troppe cose che voglio fare, talvolta coincidono, più spesso no, e il tempo non mi basta mai.

Forse si tratta anche di disorganizzazione; ma le cose che m’impegnano sono davvero molte e, non potendo sacrificare quelle che devo fare, mi tocca sacrificare quelle che voglio fare – che poi corrispondono alle mie passioni, come disegno e scrittura, sport e letture varie. Quanto invidio le persone come Daniele, il cui passatempo preferito, quando non è al lavoro, è fare zapping con il telecomando e non ha un vero e proprio hobby, se non andare ogni tanto dall’estetista o dall’osteopata a farsi rimettere in sesto, o fuori a cena con gli amici!

In ogni caso, mi rendo conto che la mia mancanza di tempo, alla fine, è da considerarsi positiva. E’ una mancanza di tempo sana, di una donna di mezz’età che cerca continuamente di trovare un proprio equilibrio, ne ha passate diverse, di piacevoli e di meno piacevoli, e ne passerà altrettante; ma in fondo, ora come ora, cos’ha da chiedere di più dalla vita?

Mio figlio mi fa ammattire con l’igiene personale e con l’arroganza che gli deriva dalla consapevolezza di essere intelligente e quindi considerarsi nato imparato, ma è sano e forte, e pure piuttosto carino, che non guasta mai (non per vantarmi, ché non c’è proprio niente da vantarsi dell’aspetto fisico del proprio figlio, non sono i genitori che lo decidono; tuttavia, a parte qualche quisquilia come i miei “lecchi” nei capelli, che lo fanno apparire sempre spettinato a meno che li tenga corti o li lasci allungare fino a legarli, o l’andatura dinoccolata di Daniele, che gli fa distruggere le scarpe anzitempo, ha preso esteticamente il meglio di noi due, insieme a qualcosa dei suoi antenati, come il mento con la fossetta nel mezzo, ed è di aspetto davvero gradevole), e soprattutto non ha ereditato nessuna delle tare genetiche mie e della mia famiglia (quando ero incinta, il mio maggior timore era che si ritrovasse la mia stessa malformazione alla valvola interventricolare, per la quale ho dovuto essere operata a tre anni; nato sano, ho iniziato a temere che ereditasse le mie emicranie con aura e l’epilessia di cui soffre mia sorella ma, grazie al solito Chissachiocosa, le mie preoccupazioni erano inutili: a tempo debito lo abbiamo fatto visitare e ci hanno assicurato che entrambi i disturbi sono da escludere, ché al contrario si sarebbero manifestati molto prima. Tuttavia, mi sa che dovrò convivere con il timore che erediti i miei problemi mentali, i quali si possono manifestare anche da adulti: sono apprensiva da far schifo, lo so, ma non posso farci niente; e del resto, se la gente non facesse figli per timore di generare prole con tare ereditarie, credo che il genere umano si sarebbe estinto già da un bel pezzo); ho un marito che conosco dal ’90, con il quale sono sposata e convivo dal ’96 e, malgrado tutto, siamo ancora insieme, anche se la passione si è inevitabilmente trasformata in qualcos’altro (chi sa cosa, ce lo dica, per favore), dopo tutto quello che abbiamo condiviso, nel bene e nel male; viviamo in una villetta a schiera di proprietà, persino troppo grande (è da pulire, eh!!!); ho un lavoro part-time che mi dà uno stipendio e mi permette (di corsa) di dedicarmi al disegno, nonché una piccola rendita dovuta alle proprietà che mi ha lasciato mio padre e, in fin dei conti, non ce la passiamo male: nei nostri limiti di famiglia ordinaria, arriviamo tranquillamente a fine mese, mettendo sempre da parte qualcosina e togliendoci i nostri sfizi, come cinema, teatro, cene fuori, aperitivi, sport e attività per Tommy, parrucchiere quando è il caso, estetista per Daniele, tatuaggi per me, abiti e scarpe secondo necessità, ed eventuali emergenze quando si presentano. Per alcuni, sembrerà appunto una vita ordinaria… ma io, quando non ho i miei attacchi depressivi che mi fanno vedere tutto nero, ne sono grata: perché mi guardo intorno e vedo che, soprattutto in questi anni, c’è chi non ha nemmeno la minima parte di ciò che abbiamo noi. Ce lo siamo sudati, è vero, ma c’è anche chi suda più di noi e, vuoi per sfortuna o per destino o per chiamalo-come-ti-pare, non ottiene niente. Sicché, taccio e ringrazio.

Inoltre, coltivo ancora il sogno, quando Tommaso sarà un po’ più autosufficiente, di essere ammessa all’Accademia delle Belle Arti, conoscere altri artisti, imparare ancora, perché non è solo un proverbio: veramente non si finisce mai di imparare e, più ne sai, più ti rendi conto di non sapere.

Infine, last but not least: Rodomonte. Lo ripeterò all’infinito: sono stata affezionata a tutti i miei amici pelosi, ma è inevitabile che ti affezioni di più ad alcuni che ad altri, per una sorta di alchimia che si crea fra i due temperamenti, per le esperienze condivise e per tutta una sorta di circostanze che chi ha sempre avuto amici animali conosce bene. E Roddy, inutile dirlo, mi ha davvero rubato il cuore. Il solo guardarlo mi mette il sorriso, e mi basta pensare che lui è a casa che mi aspetta, e al mio ritorno mi accoglierà come una Regina, anzi come un’Imperatrice, per farmi sopportare una mattina terribile in ufficio.

A proposito delle tare genetiche di cui ho parlato sopra, voglio raccontare una storiella che mi è capitata la settimana scorsa. In verità mi piacerebbe disegnarla, in acquerello bianco e nero con un tocco di colore (poi capirete quale) ma, lenta come sono, fra un mese sarebbe già “scaduta”, perché è legata all’ultima volta che mi sono venute le mestruazioni e, mentre disegnavo quella che pubblico oggi, ho già semi impostato una strip di due tavole che voglio realizzare per prima, che chissà poi quando riuscirò a completare: la signora gentilissima che mi aiuta tre ore alla settimana con le pulizie di base (spolvero, sanitari e pavimenti) ha un focolaio di polmonite e ultimamente non è riuscita a venire, Tommaso è di nuovo sotto gara e da quindici giorni si allena cinque volte alla settimana (e chi è che lo porta e a volte lo ritira, e a volte assiste agli allenamenti? Ad essere sincera, io rimarrei più spesso, e il Maestro ci incoraggia in questo senso, perché sono agonisti e devono abituarsi ad avere un pubblico, ma Tommy non gradisce molto di essere guardato da me e Daniele in allenamento, e allora resto meno volte di quanto vorrei: lo capisco, anche a me non piace essere guardata mentre disegno o scrivo). Inoltre, la settimana prossima iniziano le vacanze di Pasqua per le scuole (mammamia, ma siamo già arrivati a Pasqua?!?), sicché, quando non sono in ufficio, l’avrò costantemente a casa, e quasi-addio tempo libero!

Allora, andiamo con la storiella: mentre disegnavo la strip di questo post, mi sono dovuta interrompere a causa di un’emicrania. Ora, io soffro di emicrania con aura, disturbo ereditato da mio padre, non pericoloso ma parecchio seccante e invalidante, che mi viene quando sono stressata e, al 90% delle volte, con il ciclo – i neurologi sostengono che, per le donne, dipende soprattutto dall’oscillazione ormonale, e in effetti ciò può essere vero, in quanto in gravidanza ho sofferto anche di tre o quattro attacchi alla settimana, con l’handicap di non poter assumere nessun farmaco che non fosse l’innocua Tachipirina. Ebbene, questa volta mi è presa in ufficio, e non avevo la solita medicina con cui bombarmi. Il Moment della cassetta del pronto soccorso, al pari della Tachipirina e di tutti gli altri normali antidolorifici da banco, è per me acqua fresca; ho rimediato un Oki dal magazziniere ma, rispetto al mio solito Brufen 600 (o 800) è ben poca cosa. Ho voluto fare la stoica e sono rimasta a lavorare, ma sono arrivata a casa distrutta. Ho ovviamente preso il mio Brufen, e altrettanto stoicamente ho voluto fare i lavori e provare a disegnare, poi era mercoledì, il giorno più incasinato della settimana, con Tommy da seguire e portare prima alla British e poi a Kung Fu… in definitiva, come sovente mi capita se non riesco a prendere la medicina appena mi accorgo che arriva l’attacco, e in più se non mi metto a riposo (come però faccio di rado, a meno che non mi venga una crisi davvero forte), al primo attacco ne segue un altro, o anche due. E mercoledì scorso non ha fatto eccezione: alla sera eccoti arrivare il secondo, peggiore del primo, con tutti i crismi, dallo scotoma (questo è il termine tecnico, ma io lo chiamo pallino, perché la prima volta mi è venuto a forma di cerchio: è un disturbo visivo, che parte piccolo piccolo, baluginante e colorato, quasi affascinante se non sai cosa anticipa, poi si allarga fino ad oscurarti la visuale. Può durare da pochi minuti fino ad un’oretta e, quando dura così tanto, so già cos’aspettarmi dall’attacco in questione – per fortuna, non succede troppo spesso), alla paralisi del braccio sinistro, e/o di metà faccia o della lingua o del naso o di tutti, all’afasia, talvolta esasperata al punto da non capire se ti parlano in italiano o inglese o francese o addirittura esperanto (e quindi non riuscire nemmeno a rispondere coerentemente); disturbi al termine dei quali si presenta il mal di testa, che definire poi mal di testa è un eufemismo… e prima dello scotoma, per la seconda volta nella mia vita, ho perso conoscenza: ma avevo già avuto quest’esperienza, mi sono resa conto di cosa stava succedendo, sono riuscita in qualche modo ad appoggiarmi al tavolo della cucina e sedermi su una delle sedie, e non è successo niente di grave.

Apro una parentesi (tanto, questo articolo è già lungo: e allora mi concedo di allungarlo ulteriormente, e chi non ha voglia di leggerlo, vada direttamente alla fine a vedersi la vignetta): la prima volta mi è successa qualche anno fa, e ora ci rido sopra, sebbene allora non mi sia granché divertita – mi fosse accaduto cinque minuti prima, mentre ero in automobile, mi sarei divertita ancora meno, e adesso avrei ancor meno da ridere, o forse non riderei affatto. Era metà dicembre, il 16 per la precisione, e mi trovavo al Penny Market, dove mi ero fermata a comprare la lettiera per le micie prima di andare a prendere Tommy dall’asilo: ricordo solo un gran capogiro, la madre di tutti i capogiri che abbia mai sperimentato, e non arrivai a pensare “Cazzo un’emi-” che tutto si fece nero e andai giù come una pera – devo essere andata giù come una pera, ma in realtà non me lo ricordo, l’ultimo mio ricordo sono le mie mani che si aggrappano alla sbarra del carrello, e poi il buio. Quando mi ripresi, mi ritrovai al pronto soccorso con una flebo nel braccio, immobilizzata da un tutore al collo, tutta indolenzita nella parte destra del torace (poi mi trovai un livido esagerato dalle costole fino alla chiappa destra) e un’emicrania da non vederci, mentre qualcuno dietro di me mi ricuciva uno sbrago nel retro della testa. Ero un tantino confusa, non ricordavo di avere assunto una dose esagerata di benzodiazepine mischiate a gin, come avevo fatto l’estate precedente, anzi mi sembrava di essere normalmente andata a fare la spesa prima di andare a ritirare mio figlio dall’asilo ma, in certe circostanze, e soffrendo di certi disturbi, posso confermarlo, i ricordi s’incasinano che è un piacere, così tentai uno scontatissimo “Cos’è successo?” con l’infermiera che mi stava ricucendo.

Risposta, del tutto serafica: “Tranquilla, hai avuto un attacco epilettico”.

Tranquilla?!? Mi avesse detto che mi ero fatta un’altra volta di benzodiazepine e gin, peraltro senza ricordarmene, non mi sarebbe crollato il mondo addosso come mi crollò allora. Scoppiai in lacrime senza ritegno, singhiozzando: “Ma è mia sorella che soffre di epilessia! Io ho solo emicranie e depressione e disturbi di personalità!!! Ho quasi quarant’anni e non ho mai sofferto di epilessia, non posso iniziare adesso ad avere anche questo!!!!!”.

Per inciso: prima o poi, con il suo permesso (già avuto), disegnerò anche anche dell’epilessia di mia sorella,  perlomeno di come l’ho vissuta io quando ero adolescente.

Ovviamente non ho iniziato a soffrire anche di epilessia alla mia età: di solito, questo disturbo si manifesta molto più precocemente, ma l’infermiera non poteva saperlo. Tuttavia, sono ancora sbalordita dalla sua mancanza di tatto: e perché poi avesse pensato che fossi caduta a causa di una crisi epilettica, anziché, più banalmente, per uno sbalzo di pressione, lo sa solo lei. In ogni caso, da tutti gli esami, è risultato che ho perso conoscenza a causa del forte attacco di emicrania (preciso che alla sera ho firmato per passare la notte a casa: i tecnici che mi avrebbero scandagliato testa, collo e rachide, avevano già staccato e sarebbero tornati solo il mattino successivo e, dopo avere trascorso un mese in una clinica psichiatrica nell’autunno precedente e con l’atroce emicrania e il fastidioso indolenzimento che mi ritrovavo, non avevo per nulla voglia di trascorrere quella notte in un letto di ospedale: volevo vedere mio figlio e i miei pelosotti, darmi una lavata, stendermi nel mio letto con mio marito e i miei amici pelosi e al mattino, se fossi riuscita ad inghiottire qualcosa, fare colazione nella mia cucina): evento mai accaduto in precedenza, come ho già scritto, ma a quanto pare c’è sempre la prima volta.

La più assennata (e coraggiosa) è stata comunque la commessa del Penny, che a quell’ora era deserto. Chissà che strizza ha provato nel trovarsi questa qua (ovvero la sottoscritta) incosciente, lunga distesa fra le corsie, in un lago di sangue – ché la testa è piena di capillari e, anche con un piccolo taglietto da otto punti, sanguina come la gola di un maiale sgozzato. E’ stata lei a chiamare l’ambulanza, raccattare la mia borsa, i Ray Ban da vista/sole (finiti dall’altra parte del supermercato, ma miracolosamente illesi), guardare nel portafoglio e controllare la mia identità, ed avvertire mia sorella che, nel mio cellulare, è l’unica ad essere identificata con il mio stesso cognome, la quale poi ha chiamato Daniele… non so se io, al suo posto, avrei avuto un tale sangue freddo. Anzi no, purtroppo lo so: non l’avrei avuto.

Chiusa parentesi, e torniamo a noi.

Il giovedì mattina, dopo una notte tutto sommato tranquilla (quando ho l’emicrania, se riesco a prendere sonno, è fatta: pertanto, perché non aiutarsi con un po’ di caro buon Valium insieme al Brufen? Lo so che non si dovrebbe fare, ma ormai il mio stomaco deve essersi abituato quanto, in emergenza, ad assumere il Brufen a stomaco vuoto e senz’acqua – tanto, più sì che no, quando ho l’emicrania ho nausea e vomito, e chi riesce a mangiare?), quando mi sono svegliata, oltre alle recidive dell’attacco, per le quali ho deciso di portare Tommaso a scuola e passare la mattinata a letto, che tanto la medaglia non me l’avrebbe data nessuno, avevo questo bubbone enorme in mezzo alle sopracciglia, insieme ad un altro più piccolo, ma più profondo, poco più in alto. Parlo di bubboni non a caso: ne ho sofferto, a fasi alterne, dalla fine del 1999 a circa tutto il 2006 e ancora oggi, in condizioni di particolare stress, mi ritornano in forma ridotta, uno solo o al massimo in coppia. Prima o poi ne vorrei davvero disegnare: sul naso e sulla fronte, in squadre di quattro-cinque-sei alla volta, iniziavano come herpes, ma poi si trasformavano in vulcani, veri e propri crateri, buchi nella pelle con il bordo rialzato, che duravano mesi e non cicatrizzavano mai, se non quando ne avevano voglia loro. Un vero incubo, tanto più che ho fatto visite, esami, tentato veramente di tutto, mi sono sottoposta anche ad una biopsia, ma non se ne andavano e non si sono mai trovate le cause organiche. Alla fine, si è risolto che era un disturbo da stress, psicosomatico, oppure un fuoco di sant’Antonio latente e non curato che, quando ha deciso di manifestarsi, l’ha fatto in pompa magna (magari, come ha ipotizzato l’ultima dermatologa alla quale mi sono rivolta, sollecitato proprio da una situazione stressante e trascurato: in effetti, mi è iniziato quando lavoravo a tempo pieno e insieme frequentavo la scuola di fumetto, e chi aveva il tempo di fare una visita da uno specialista?). Comunque, credetemi: io sono tutt’altro che frivola, ma andare in giro con la faccia ridotta a quel modo era una sfida quotidiana.

Questa volta, il giorno successivo, il venerdì, più lucida e più propensa a dare importanza all’estetica piuttosto che al dolore alla testa, ho preso una decisione: per distogliere lo sguardo altrui dal mio viso deturpato (proprio vicino agli occhi, che sono il mio punto forte: con un bel taglio, cerulei, grigioazzurri o azzurrogrigi che dir si voglia, dalle ciglia naturalmente lunghe e scure, e le sopracciglia disordinate e folte, ma non al punto da doverle depilare), ho deciso di comprare una di quelle tinture per capelli che vanno di moda adesso, con un colore un po’ alternativo.

Ora, io adoro il blu. Ma per farsi qualche mèche o le punte blu, se si hanno i capelli castani come i miei, bisogna decolorarli, altrimenti il colore non attacca. Io non ne ho proprio voglia: già i miei sono sottili e crespi, figurarsi come diventano se li stresso con una decolorazione. Poi, così corti, li lavo almeno una volta al giorno, e il blu, come il viola, è una tinta che “slava” subito.

Ultimamente, avevo trovato sul mercato una tintura che promette di attaccare anche sui capelli scuri non decolorati, e di scomparire in 10-15 lavaggi. Ero tentata, ma non l’ho mai comprata.

Ma quel venerdì ho pensato: quale migliore soluzione per distogliere gli sguardi altrui dalle mie robacciacce sul viso?

Solo che… la tintura non ha avuto l’effetto sperato, sebbene l’abbia tenuta in posa dieci minuti in più di quanto consigliato. Mi ha semplicemente scurito i capelli, riflessando leggerissimamente le punte e azzurrendo la manciata dei bianchi nel piccolo ciuffo sulla fronte. Un pochino si vede, al sole… ma mi rendo conto che bisogna avere parecchia immaginazione.

Tommy, al quale avevo detto che sarei andata a riprenderlo da scuola con le mèches blu, mi ha squadrata interrogativamente, e poi mi ha domandato: “Ma non ti dovevi fare blu?!?”

Risposta (con la maggiore nonchalance di questo mondo, avvicinando la testa ai suoi occhi e tirandomi una ciocchetta di capelli): “Perché, non vedi i riflessi?”

Controrisposta (evviva la sincerità): “Non si vede una cippa.”

Immaginare la mia faccia (l’ho in testa, insieme alla faccia da controrisposta di Tommy, proprio come se le dovessi disegnare).

E immagino Roddy che ridacchia al mio avvilimento, ma poi mi da i suoi soliti bacini e mi dice (come poi facevano Sylvie, Kiki e le micie ai tempo dei bubboni): “Forza umana che, faccia rovinata o meno, ti voglio bene per quello che sei…”

Accipicchia, mi rendo conto solo ora che, in questo interminabile post, ho nominato quasi tutti gli acciacchi che ho avuto in questi 41 anni e rotti. Per completezza d’informazione, come non nominare anche l’intervento di tonsille più adenoidi a cinque anni (che c’entrava con quello alla valvola mitralica, ma non chiedetemi perché), l’epatite B a sette (un mese di ospedale, più non ricordo quanto a casa in convalescenza, e grazie a mia mamma che mi ha sempre seguita e fatto fare i compiti, sebbene in un letto con la flebo attaccata io non ne avessi per nulla voglia, sono riuscita a non perdere l’anno scolastico), l’otite acuta a dieci (che mi ha lasciato il seccante strascico di trovarmi con l’orecchio sinistro tappato se sto troppo tempo con la testa sott’acqua: e pensare che da ragazzina ho praticato un sacco di nuoto!), anoressia circa dai quattordici ai diciannove (benché mai a livelli troppo gravi: non sono mai arrivata sotto ai 45 chili, che per una persona di un metro e sessantasette, è poco ma non pochissimo), bulimia circa dai venti ai ventuno (rimedio fai-da-te: impedirsi di vomitare, con la conseguenza a breve termine di stare male come un cane e quella a più lungo termine di ingrassare. Non è stato facile, ho avuto qualche ricaduta, a volte mi sono indotta il vomito ma, zuccona come sono, alla fine ci sono riuscita), un intervento per un De Quervain al polso sinistro a trentadue (dopo tredici mesi di dolore e sopportazione, perché Tommaso era piccolo e non avevo la minima voglia di farmi operare; poi, quando hanno iniziato a cadermi le cose di mano, dopo tre inutili infiltrazioni, mi sono decisa), e una frattura da schiacciamento da kettlebell – 12 chili in volo – al terzo metatarso del piede destro a trentatré (non spiego come ho fatto, ché mi vergogno da sola della mia stupidità). Manca qualcosa? Bé, le malattie esantematiche le ho avute tutte, la parotite addirittura due volte; dai venti ai ventitré anni ho fatto un lavoraccio ai denti, togliendo i quattro premolari e mettendo l’apparecchio fisso, perché li avevo troppo stretti, avevo la mandibola troppo indietro e di notte soffrivo pure di bruxismo, sicché sono arrivata a vent’anni con i molari, che erano gli unici che combaciavano, piatti come delle tavole; soffro di artrosi alle mani, ma niente di che… molto peggio la dismenorrea e la sindrome premestruale! Come? Che dite? Mannooo… è tutto tranquillo, c’è chi alla mia età ne ha avute molte di più e di molto peggiori; e comunque, non si dice che è meglio abbondare?

E ora, dopo questo chilometrico pippone, vi meritate di godervi la vignetta, con la quale mi sono divertita a sbizzarrirmi con la china e tratta di… tutt’altro!

Cronache di un'imperfetta cronica

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