Allora: anche per questa storiella, passiamo subito alle tavole, e a dopo le spiegazioni.

Non preoccupatevi (e voi penserete: CHI si preoccupa?!? Se hai dei problemi, cavolacci tuoi!!!): questa non parla di malattia, io non sono in crisi, me la sto cavando benoccio tra le solite magagne quotidiane di una persona comune (ovviamente con l’aiuto del mio antidepressivo, di una dose di benzodiazepine ogni tanto, e di cinque- lo so che la prescrizione classica è quattro, ma io preferisco i numeri dispari, e allora ne prendo cinque – gocce di Rescue Remedy al bisogno, che magari, come sostengono in tanti, ha solo un effetto placebo, ma se non altro ha un buon sapore di brandy). Tuttavia, nelle due tavole che seguono ci sono due citazioni, e che gusto c’è a rivelarle subito? Quindi, a dopo con i commenti, e godetevi questo episodio di vita (davvero-veramente-totalmente) vissuta!

Cronache di un'imperfetta cronica
Cronache di un'imperfetta cronica

Allora: eccoci alle spiegazioni. La prima citazione sta nel titolo, un passaggio preso da “Worstward Ho” (tradotto in italiano “Peggio tutta”) di quel grandissimo di Samuel Beckett, che in originale suona: “Ever tried. Ever failed. No matter. Try again. Fail again. Fail better.”, ovvero: “Ho sempre provato. Ho sempre fallito. Non importa. Riprova. Fallisci ancora. Fallisci meglio.”, della quale ho fatto uno dei miei motti – anch’io sono perfezionista come mio figlio, se faccio una cosa, voglio farla bene, ha-ha-ha.

Quanto alla seconda, come ho scritto alla fine della storia a fumetti, è un omaggio a quell’altro grandissimo che è stato Umberto Eco, del quale lo scorso 19 febbraio ricorreva il primo anniversario della morte, e che purtroppo ho scoperto solo molto tardi. Estasiata dal film di Annaud “Il nome della rosa”, liberamente tratto dal suo primo romanzo, mi precipitai in biblioteca per leggere l’originale controparte cartacea, ma… comprendetemi: avevo visto il film al suo primo passaggio televisivo nel 1988, sicché avevo dodici, tredici anni e, come aveva previsto la bibliotecaria con un sorrisetto maligno, arrivata a pagina venti e tentato di leggere alcuni passaggi qua e là per avere la conferma di non capirci un tubo, alzai bandiera bianca, scioccata dalla mia ignoranza – non mi era mai successo di non capire un romanzo. Per dovere di cronaca, preciso che tenni il libro per circa un mese e, quando lo riconsegnai e la bibliotecaria mi chiese com’era andata, me la cavai con un “Difficilotto, ma interessante”, per poi ritornare ai miei King, Bradbury, Asimov, Fallaci, Morante, Schulz, Quino, eccetera, e ai miei soliti manuali di disegno e anatomia.

E non toccai più nulla di Eco fino ai trent’anni, quando riprovai, per sfida, sempre con lo stesso romanzo – continuo, come tutti, a definirlo in questo modo, benché lo trovi parecchio riduttivo per un’opera come “Il nome della rosa”.

E amore fu: Eco è diventato uno dei miei scrittori preferiti, insieme alla Fallaci. E ogni volta che leggo (o rileggo) un suo romanzo, o un suo saggio… beh, la Fallaci scriveva da dio, era certo molto colta, sapeva quello che voleva dire e lo diceva di pancia e di cuore, in modo diretto e comprensibile a tutti – del resto, aveva iniziato come giornalista, e parlava per lo più di fatti e sentimenti autobiografici, o comunque tratti dalle proprie esperienze. Eco… accidenti, lo ammetto: non capisco proprio tutto-tutto-tutto ciò che scrive, specialmente quando cita altre lingue che non siano l’inglese o il francese (però ora, per fortuna-purtroppo, c’è Google)… ma per scrivere in quel modo, che razza di cultura possedeva?!?

A proposito: è chiaro a tutti il significato di Ma gavte la nata, cioè “Levati il tappo” o, come meglio tradotto direttamente ne “Il Pendolo di Foucault”, “Voglia ella levarsi il tappo”? Se non vi è chiaro, andate a leggervi il romanzo e godetevi la perifrasi con cui Eco lo fa spiegare ad uno dei protagonisti, Jacopo Belbo, nel cap. 98 (sì, è un librone, come li definisce Tommaso, ma non c’è da preoccuparsi: è un romanzo lungo e denso, i capitoli sono tanti ma brevi e affrontabili e, nel mio caso, se un libro mi piace, per quanto lungo possa essere, è sempre una sofferenza terminarlo, tanto che a volte, come mi è successo con questo alla sua prima lettura, l’ho riletto immediatamente, snobbando gli altri due o tre che tengo sul comodino per fargli da seguito).

Per terminare, il fallimento sembra essere un tema molto caro a noi esseri umani, al 99% imperfetti cronici più o meno come me (il restante 1% è tanto pieno di sé da non accorgersi di essere esattamente come noialtri: quanto invidio la loro ignoranza!), in quanto esistono innumerevoli aforismi su di esso. Così, da vera esperta (modestamente!), voglio citare alcuni dei miei preferiti.

Innanzitutto, il buon Homer Simpson diceva che “Tentare è il primo passo verso il fallimento”, e in un certo senso è vero, quasi mai le ciambelle riescono col buco; tuttavia, come diceva mia nonna Angelina, “Chi non fa, non falla!” – e, aggiungo io, non rischia nemmeno di fallare, che forse è ancora peggio, perché si resterà per sempre nell’incertezza di non averci provato, e chissà che proprio quella non fosse la famosa volta buona per un successo…

… Tuttavia, più passa il tempo, più ho iniziato a pensare che avesse ragione Billy Corgan, solista e cantante degli Smashing Pumpkins, quando affermava che “Il fallimento non è una cosa necessariamente negativa: ti dà piuttosto quel certo grado di libertà che ti permette di dire: E STICAZZI!!!

Come dargli torto?

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