E rieccomi qui, nei ritagli di tempo, a cercare di terminare la storiella iniziata in questo post. Ad introdurre il tutto, una strip ambientata durante i primi anni del mio matrimonio…

Cronache di un'imperfetta cronica
UNA LUNGA, LUNGHISSIMA STRADA (ovvero, come una perfetta imperfetta cronica cerca di gestire vita e matrimonio)

Dopo quella sera, la ragazza non fu più la stessa. Dove, dove cercare quella maledetta felicità, che non le riusciva di trovare in niente e nessuno, nemmeno nello shopping più sfrenato?

Oh, la risposta le era ben chiara. Quell’estate, lei e suo marito non erano riusciti ad ottenere le ferie nello stesso periodo, ma non era stato affatto un problema (con suo estremo disappunto, si era resa conto già da tempo che, in viaggio, sempre insieme ventiquattr’ore su ventiquattro, la loro resistenza massima era di sedici ore compreso quelle di sonno, dopodiché attaccavano a litigare fino alla fine della vacanza): al contrario, lei si era divertita un sacco, giocando a fare la fumettista per tutto il tempo, nel suo studio in mansarda con i suoi gatti e la sua musica.

Ma non era una soluzione proponibile. Il fumetto non era il suo lavoro, ormai era tardi per ritornare sui propri passi, esattamente come non poteva riprendersi indietro il piccolo Whisky.

Quindi, che fare?

Esternamente, proseguì con la solita vita, ma internamente era agitata da un tormento continuo; tormento che aumentò quando gli adottanti del micetto telefonarono, disperati, comunicando la sua morte, caduto da un balcone e poi investito da un’automobile.

Se fosse rimasto con noi, sono sicura che non sarebbe successo, rifletteva la ragazza. E’ colpa mia se è morto. Non avrei dovuto lasciarlo andare, avrei dovuto insistere con Daniele. Anche lui era affezionato a Whisky, avrebbe ceduto, e sono sicura che ora sarebbe qui con noi, con me.

Ennesima decisione sbagliata, dunque. Come un Re Mida al contrario, lei sembrava provocare catastrofi in ogni settore della propria vita in cui si arrischiava a mettere mano.

Fu proprio in quel periodo che, su una rivista, trovò la pubblicità di una scuola di fumetto, in una città non troppo distante dalla sua, Bologna, che teneva corsi serali. Tre lezioni alla settimana di due ore e mezza ciascuna, da ottobre a maggio. Poteva essere fattibile: se in quei giorni avesse lasciato l’ufficio alle 17.30 puntuali e avesse preso il treno delle 18.15 da Lugo per Bologna, sarebbe riuscita ad arrivare a lezione per le 20.00.

E per il ritorno, c’era un treno giusto giusto alle 23.30.

Ma sarebbe stata una nuova decisione sbagliata? Avrebbe avuto meno tempo per dedicarsi a suo marito e alla casa, ed anche alle tre gatte, in quei mesi avrebbe dovuto rinunciare alla palestra, e di certo sarebbe stato impegnativo e faticoso.

Tuttavia, voleva provarci, e il marito la spalleggiò, proponendosi di fare i lavori di casa al posto suo se lei non vi fosse riuscita. E così, s’iscrisse.

Come aveva previsto, fu impegnativo. A casa, c’erano compiti da svolgere, lezioni da studiare. Certo, come facevano altri allievi che, al pari di lei, già lavoravano, avrebbe potuto non studiare e non disegnare le tavole richieste se non trovava il tempo, oppure addirittura mollare. Ma lei tenne duro, fino alla fine: lo considerava troppo importante. Non tanto perché avrebbe potuto, in futuro, tentare di fare del fumetto la sua professione – era ormai troppo disillusa per crederci davvero – ma perché ci teneva ad imparare le regole di ciò che fino ad allora aveva fatto sperimentando come autodidatta, senza una vera guida.

Tuttavia, proprio alla fine, ebbe un crollo. L’ultima sera del corso, appena uscita dalla scuola con gli altri allievi rimasti – cinque sui venti iniziali – si sentì male. Si sentì così stanca da avere la nausea, così stanca da non riuscire quasi a raggiungere a piedi la stazione, a due chilometri di distanza.

Che mi succede? Si chiedeva la ragazza, nei giorni successivi. Si sentiva stanca, stanca, stanchissima, fisicamente e soprattutto mentalmente, tanto che avrebbe voluto dormire per una settimana di fila, tanto che il solo fermarsi a fare la spesa, o togliere il bucato dalla lavatrice e stenderlo, le sembrava un’impresa titanica, tanto da non accorgersi quasi – e da fregarsene – dello sciame sismico che quella primavera interessò la sua zona, terrorizzando i suoi conterranei.

Che mi succede? Dovrei essere felice, sono riuscita a terminare il corso con successo, so molte più cose, posso disegnare una storia a fumetti con cognizione di causa… e invece, sono così maledettamente stanca da desiderare di dormire per una vita.

Il marito si accorse che c’era qualcosa che non andava e contattò una psichiatra, come aveva fatto qualche anno prima, quando la ragazza abitava ancora con la madre e la sorella. La prima specialista l’aveva curata con i farmaci, proponendole anche un lavoro di psicoanalisi, che la ragazza aveva però rifiutato: perché dover andare a parlare ogni settimana dei fatti propri con una sconosciuta, quando le medicine erano sufficienti a farla stare bene? Se solo l’avesse saputo in quarta superiore, la prima volta che aveva avuto un vero e proprio attacco depressivo, si sarebbe rivolta subito a un medico e avrebbe evitato mesi e mesi di tale sofferenza – ma allora, nemmeno sapeva che si era trattato di un attacco depressivo!

Il problema, che la ragazza ancora non riconosceva, era che da questo tipo di malattia non si guarisce mai del tutto, è sempre pronta a tornare, sia quando si è sottoposti a un qualsivoglia stress, sia senza cause apparenti e, se non curata, a volte cessa da sé (come le era successo quando aveva sedici-diciassette anni), mentre a volte si aggrava fino alle estreme conseguenze. E, soprattutto, non è una questione di forza di volontà: è una vera e propria patologia, una questione di chimica, di fisiologia, di sostanze in difetto o in eccesso nel cervello, e come tale va trattata. Quindi, mai abbassare la guardia né, quando si inizia a migliorare, smettere di prendere i farmaci, come aveva fatto lei, trattando la depressione alla stregua di un’influenza.

Fu la seconda specialista ad aprirle gli occhi su queste cose e a consigliarle, per il suo bene, un ciclo di psicoanalisi.

“Ma per quanto dovrò continuare?” domandò ingenuamente la ragazza.

“Anche per anni”, spiegò la dottoressa. “Ma al punto in cui sei, te la consiglio. Hai troppa carne al fuoco nel tuo passato, e i farmaci non fanno miracoli.”

Così, la ragazza ci provò. E gli anni passarono, e si accumularono.

E nel frattempo, accaddero tante cose. Dapprima si ammalò e morì il nonno materno, seguito l’anno successivo dalla più vecchia nonna paterna. Poi, l’adozione di due cagnolini (una Bolognese, desiderata dal marito, poi un meticcio Maltese trovato in canile, dove la ragazza ogni tanto si recava a coccolare gli ospiti più anziani), e infine la morte della nonna materna e l’arrivo della sua gatta, a completare quella che era diventata una vera Tribù. E per fortuna che il marito non aveva voluto tenere Whisky, rifletteva a volte la ragazza; ma, se ci fosse stato Whisky, non avrebbero certo deciso di adottare Sylvie, il suo primo cane, che le fece iniziare ad amare i canidi, oltre ai felini. Forse era vero che, a volte, non tutto il male viene per nuocere.

Inoltre, gli attacchi di emicrania con aura aumentarono, intensificandosi. Ci fu un periodo di circa cinque mesi in cui la ragazza ne soffrì quasi ininterrottamente, finendo due volte al pronto soccorso dove la trattarono con oppiacei, a causa del dolore insopportabile. Il neurologo che la seguiva le propose alcuni farmaci di nuova generazione, che però su di lei sembravano avere più effetti collaterali degli effettivi benefici, e fu una prova parecchio dura, che la snervò, la logorò, l’indebolì temporaneamente, ma non riuscì a spezzarla. Alla fine, gli attacchi si diradarono di nuovo, lasciandole la tregua necessaria per riprendersi tra l’uno e l’altro, e lei imparò a gestirli, assumendo l’antidolorifico al momento giusto, e non innervosendosi più di tanto, come aveva fatto in passato, se l’attacco era talmente forte da costringerla a mettersi a letto e lasciar perdere i suoi mille impegni quotidiani.

La cosa peggiore sul piano fisico e psicologico, però, non furono le emicranie, bensì la lotta contro i bubboni – forse non è un termine molto tecnico, ma la ragazza non ha mai trovato altro modo per definirli. Quei maledetti bubboni di cui si è già parlato, che le devastavano la faccia, soprattutto il naso, aprendosi ed eruttando pus come vulcani e non cicatrizzando se non dopo qualche mese.

In realtà, la cosa era iniziata, seppur in maniera lieve, durante il corso di fumetto, ma la ragazza, impegnata com’era, non vi aveva dato troppo peso. Poi, in qualche mese la situazione era degenerata, al punto tale che c’erano giorni in cui doveva tirare fuori tutto il proprio coraggio per presentarsi al lavoro, spesso coprendo i bubboni più evidenti con cerotti.

Ovviamente, la ragazza si rivolse a diversi specialisti, fece molteplici esami, si sottopose a una miriade di cure, convenzionali e non (omeopatia, fitoterapia e fiori di Bach si dimostrarono del tutto inutili, mentre la meditazione e l’acquisizione del primo e secondo livello di Reiki, sebbene infruttuosi per la sua faccia sfigurata, l’aiutarono se non altro  a livello di consapevolezza personale, forse quasi più della psicoanalisi): si fece fare persino una biopsia. Ma tutti i risultati erano negativi, e sembrava non esserci niente in grado di trovare la causa della patologia e curarla.

E lei si sentiva orribile. Diamine, da ragazzina aveva già vissuto l’esperienza di sentirsi brutta ma, a parte qualche brufoletto durante il ciclo, fortunatamente non aveva mai sofferto di acne. Quello che stava passando ora era molto peggio: aveva la faccia ridotta ad una pizza, e nessuno riusciva a trovare la causa e porvi rimedio.

Sia la sua Master Reiki, sia la sua psichiatra, erano convinte che fosse una sorta di disturbo psicosomatico, che faceva uscire fuori quanto, più o meno consapevolmente, si fosse sentita e si sentisse orribile, insignificante e inadeguata dentro. Ma in quel caso, se davvero era la sua mente a ritorcersi contro di lei sfigurandole la faccia, per quanto diavolo avrebbe continuato?

E se in lei c’era una mente che produceva quei bubboni, facendola soffrire fisicamente e spiritualmente, allora chi era lei? O era una perfetta masochista, o non era solo la sua mente, come aveva sempre pensato!

Ma allora, chi era?

A questo, non sapeva dare risposta: del resto, aveva problemi più pressanti da risolvere, come il suo viso massacrato, per dedicarsi a questioni irrisolvibili quanto il sesso degli angeli.

Non fosse stato per il marito, che cercava di sostenerla e l’accompagnava dagli specialisti, per la psicoanalisi e i farmaci, nonché per i suoi amici pelosi, che l’amavano indipendentemente dal suo aspetto, la ragazza aveva la sensazione che, prima o poi, sarebbe impazzita e si sarebbe strappata la pelle del viso. Aveva lasciato crescere i capelli, che di solito teneva corti, per distogliere l’attenzione dalla sua faccia martoriata, ma usciva pochissimo, e aveva persino chiuso con la palestra, dove tutti la potevano vedere, per camminare con i suoi cani ed allenarsi da sola in mansarda, con un sacco da boxe ed un’ellittica. Aveva però continuato a disegnare e scrivere, dedicandosi alla stesura di una storia a fumetti tratta da un romanzo che aveva amato, e frequentare corsi di fumetto, illustrazione e studio della figura umana, forzandosi ogni volta per andare a lezione e mostrarsi con il viso rovinato ma, una volta là, dimenticando tutto per concentrarsi sulla sua più grande passione, per dedicarsi alla quale aveva chiesto, e fortunatamente ottenuto, di poter lavorare solo part-time, al mattino.

Anche con il marito, non fu facile. Lui cercava di starle vicino ma, nei periodi peggiori, quando le capitava di avere anche cinque o sei bubboni contemporaneamente, lei si sentiva talmente disgustosa da vergognarsi, ed era estremamente irritabile: ciò non giovava certo al loro rapporto, già burrascoso a causa delle reciproche differenze. Tuttavia, quando lui non era in turno e potevano stare un po’ insieme, in particolare quando lui faceva la mattina ed alla sera se ne stavano semplicemente abbracciati sul divano a guardare un film, lei si sentiva protetta e serena, perché se lui non l’aveva mollata a causa degli attacchi depressivi, non l’avrebbe certo abbandonata a causa di quello strano disturbo che le stava devastando la faccia.

Poi, una sera, mentre stava leggendo sul divano sola, attorniata dai suoi pelosi – si era ormai all’inizio dell’aprile 2005, poiché in televisione stavano trasmettendo, quasi a canali unificati, piazza San Pietro intasata dai fedeli per l’agonia di Giovanni Paolo II – ebbe uno strano pensiero: Ma perché devo attendere che mi passino questi dannati bubboni per essere felice? Per quanto ne so, potrebbero non passarmi mai.

E a questo pensiero, ne seguirono immediatamente altri: La mia vita è stata un rincorrere la felicità aspettando che accadesse – o di ottenere – qualcosa che desideravo, credendo che sarei stata felice se si fosse realizzato o se l’avessi posseduto. Ma poi, per quanto sono stata felice, una volta realizzato il mio desiderio?

Quella non era felicità: era contentezza, eccitazione, chiamala come vuoi, ma non vera felicità.

Io voglio essere felice indipendentemente da ciò che possiedo, da ciò che mi accade, dalle malattie che mi colpiscono, da ciò che pensano gli altri di me. Ce la farò mai?

Da quella sera, iniziò a cercare di fregarsene dei bubboni. E, quasi inspiegabilmente, questi, a poco a poco, si attenuarono. Non cessarono di colpo, fu un processo lento, e anche la ragazza, ogni tanto, soprattutto quando sentiva che un nuovo bubbone stava preparandosi ad uscire, ricadeva nella solita frustrazione. Ma pian piano, grazie anche a cerotti di sottile silicone medicale che le aveva consigliato l’ultima dermatologa a cui si era rivolta, che proteggevano e coprivano i bubboni aperti con un effetto simile alla pelle, la situazione migliorò.

La ragazza iniziò a sentirsi, se non bella, almeno guardabile senza provocare il vomito. Cosa mai fatta in precedenza, per nascondere le cicatrici cominciò a servirsi di correttore e fondotinta e, malgrado non fosse abituata e quella robaccia sul viso le desse parecchia noia, soprattutto con il caldo, se non altro le permetteva di guardarsi allo specchio e dirsi che ce la poteva fare.

Ricominciò ad uscire. Tagliò di nuovo i capelli, inizialmente in un caschetto sfilato, più tardi corti come di solito. Le passeggiate con i cani iniziarono a spostarsi verso il centro della città, anziché solo in campagna. Prese coraggio, e s’iscrisse a un corso di danze orientali, cosa che malgrado il suo temperamento maschile aveva sempre voluto provare, e le piacque un sacco, tanto che proseguì per diversi anni – quante sere, dopo il corso, quando il marito era di turno, era tornata a casa ed aveva continuato a ballare in mansarda, con i suoi cani e le sue gatte!

Poi, per mettersi ulteriormente alla prova, si propose nei mercatini come disegnatrice di ritratti dal vero, più o meno veloci e stilizzati secondo la richiesta del soggetto.

La prima volta che si presentò aveva una strizza da far paura. Aveva sì frequentato corsi sullo studio della figura umana, copiando da modelli dal vero, ma sarebbe stata in grado di fare ritratti veloci, estemporanei, sotto la pressione del cliente e magari quella dei curiosi che la guardavano, come facevano i veri professionisti, che lei per prima si divertiva ad osservare nei luoghi di villeggiatura e nelle città d’arte?

Fu per darsi coraggio che, nel pomeriggio, si rasò i capelli. Era l’inizio di giugno, faceva già sufficientemente caldo, i bubboni erano quasi completamente spariti – uno o due solo ogni tanto, al punto raramente ricorreva ai cerotti – ed aveva bisogno di un cambiamento. Avrebbe voluto farsi fare un tatuaggio, ma il suo tatuatore di allora aveva tempi d’attesa di almeno un mese. Quale cambiamento più radicale di una bella rasata, per mostrare al mondo, e soprattutto a se stessa, che era una tosta e non aveva paura di niente e nessuno?

Il risultato la soddisfò assai. Niente più capelli crespi da tirare con spazzola, phon e piastra; occhi valorizzati; immagine grintosa; senza contare che, di profilo, la testa rotonda e il buffo naso a patata venivano enfatizzati al meglio: quello del tosarsi all’inizio del periodo estivo divenne un rito a cui la ragazza non ha più rinunciato, favorito anche dal risultato positivo di quella prima sera di ritratti, alla fine della quale aveva provato l’incredibile, inebriante sensazione del successo.

Fu così che passarono gli anni, che portarono la ragazza e il marito a raggiungere una sorta di equilibrio, malgrado le differenze fra loro aumentassero e si approfondissero. Fatto, questo, naturale poiché, da quando si erano conosciuti, avevano certo passato molte esperienze insieme, ma la ragazza, indubbiamente, ne aveva attraversate molte di più, e forse grazie o forse a causa loro era molto cambiata. Lui, invece, si era limitato a lavorare, lavorare, lavorare, inframmezzando il lavoro con qualche uscita con lei o con i colleghi, e il suo modo di vedere la vita non si era modificato negli anni, malgrado avesse fatto carriera ed avesse conquistato una posizione di alto livello nell’azienda in cui aveva sempre lavorato.

Tuttavia, una volta raggiunto questo strano equilibrio, maturarono la decisione di avere un figlio, esperienza che li destabilizzò nuovamente più di qualunque altra: ma questa è un’altra storia, che verrà raccontata in altra sede.

In ogni caso, pare che i due, a quasi dieci anni dalla nascita del piccolo, siano in qualche modo riusciti a trovare un nuovo equilibrio, anche se le cose sono molto cambiate, ne sono successe altre, e l’equilibrio raggiunto è del tutto differente dal primo. E naturalmente, l’amore degli inizi si è trasformato in qualcosa di diverso, anche grazie – e a causa – di tutte le esperienze, belle e brutte, attraversate insieme. Ora ci sono affetto, stima reciproca, complicità, cooperazione, la certezza di avere qualcuno su cui contare al momento del bisogno, al quale puoi dire tutto, malgrado le differenze e le visioni opposte della vita; senza contare che, come genitori di un ragazzino che entrambi adorano, hanno il compito di allevarlo e far sì che cresca e riesca a cavarsela da solo in questo pazzo mondo: affare che da soli sarebbe molto più complicato, sia per le questioni pratiche, sia per quelle relative all’educazione.

E forse, sperimentando in prima persona la diversità dei genitori, il figlio può uscirne arricchito – a patto che i genitori in questione siano aperti mentalmente, non si scannino per sostenere la propria posizione, e discutano civilmente come gli adulti che dovrebbero ormai essere.

Tuttavia, per i due è stato difficile arrivare fino a qui, e probabilmente lo sarà anche in futuro: bello, ma anche difficile, soprattutto dopo la nascita del bambino.

Ma, come ho già detto, i primi sei anni dopo la nascita di Tommaso, fino alla decisione che mi ha portata ad aprire questo blog, sono un’altra storia, che verrà raccontata un’altra volta…

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