Mentre lavoravo a “Leaving out all the rest”, quando avevo terminato le matite ed iniziato con il lettering, ho beccato il virus intestinale che ha massacrato tre quarti d’Italia, con il risultato che, per due giorni, non sono proprio riuscita a toccare le tavole. Però, mentre correvo dal letto al bagno e mi ritrascinavo dal bagno al letto, mi è venuta un’idea: perché non fare un “making of” di questa storiella?

Siccome l’idea mi è venuta a matite ultimate, non ho foto della loro realizzazione: tuttavia, l’operazione in sé è abbastanza semplice da spiegare – quel che è complicato è realizzarla. Innanzitutto, mi tolgo il famigerato dente con una delle operazioni più noiose, sebbene meno complicate, che comporta fare l’autrice di fumetti (ovvero, farti tutto da te, ma proprio tutto-tutto-tutto, dall’inizio alla fine): prendere i fogli, tagliarli in A4 e squadrarli a matita – solitamente lascio un centimetro dal bordo, più raramente mezzo. Poi, finalmente, vado con una delle parti più divertenti: appunti e scarabocchi tipo stream of consciousness (faccio parte anch’io della schiera di quelli che non sono riusciti ad arrivare alla fine dell’Ulysses e ne hanno letto solo stralci qua e là, ma sapete di cosa si tratta, vero?) su fogli a perdere, perché quando so già di voler lavorare ad acquerello e non poter cancellare troppo per non rovinare la carta, come in questo caso, voglio essere abbastanza sicura di quello che scriverò e disegnerò. Così, ho fotografato l’ammasso di fogli pieni zeppi di appunti e schizzi, che sono quelli su cui ho effettivamente lavorato, trasferendoli poi, con l’aiuto della lavagna luminosa, sul foglio definitivo.

Ma andiamo con ordine – o, quantomeno, proviamoci, poiché le cose da dire sono tante.

Tommaso ha gareggiato la mattina dello scorso 15 gennaio, e Daniele lo ha filmato con il suo smartphone – io invece appartengo alla categoria di quelli che, invece di scattare foto e fare filmati, preferisce godersi il momento. Dopo un veloce pranzo al bar del palazzetto, siamo tornati a casa verso le 14.30, in tempo per spuntino e giretto con Roddy, e per il teatro alle 16.00. Terminata la rappresentazione, ci siamo fermati a festeggiare con un apertitivo al vecchio Dolceamaro, che ha riaperto con una nuova gestione e un nuovo nome, Route 66, e ci ha subito conquistati grazie ai baristi giovani ma estremamente capaci (non c’è più la nostra Tiziana, ma spero con tutto il cuore che abbia trovato un nuovo lavoro e che, prima o poi, la rincontreremo in un altro locale).

Mentre Tommaso e Daniele si sfidavano a calcetto, invece di leggermi come al solito La Repubblica sorseggiando placidamente il mio Negroni, mi sono riguardata il video dell’esibizione di Tommy, e non ho potuto fare a meno di tirar fuori il mio Moleskine e la penna doppia giapponese, per buttare qualche appunto e uno schizzo, tratto direttamente dal video:

Come realizzare una storia a fumetti
Come realizzare una storia a fumetti

Dal momento che sapevo che, durante la settimana successiva, mi sarei dovuta trattenere in ufficio ben oltre l’orario consueto e non avrei avuto molto tempo per disegnare, onde evitare la frustrazione che mi deriva dall’aver voglia di mettermi alla scrivania ma non poterlo fare, la mia idea iniziale era quella di scaricarmi il video dell’esibizione sul pc e, utilizzando il fermo immagine, disegnare, ogni volta che avessi trovato cinque-dieci minuti liberi, veloci schizzi a matita di Tommaso in azione, da assemblare infine in due tavole, rifinendo a china e magari a carboncino o acquerello quelli più grandi o meglio riusciti. Tuttavia, mentre alla sera continuavo a scarabocchiare sul Moleskine, senza più riguardare il video, bensì facendo riferimento solo alla mia (scarsa) memoria, mi è balenata in testa la maledetta idea di una storiella un po’ più lunga che, com’è nel mio stile, prendesse spunto da un avvenimento (la gara) per parlare d’altro, in senso più generale.

Come realizzare una storia a fumetti

Così, quando ho potuto ritornare a disegnare, ormai avevo deciso: avrei sì realizzato gli schizzi tratti dal video, ma inserendoli nella storia più lunga.

Ora, dovete sapere: quando mi siedo alla scrivania, la prima cosa che faccio è accendere il pc e, mentre controllo le e-mail, mi scelgo qualcosa da ascoltare su Youtube o sulle radio in streaming. Per la realizzazione di Leaving Out, oltre a Radio Capital, Virgin Radio e Dot Radio, mi hanno fatto compagnia principalmente i Green Day, in studio e live, dall’inizio della loro carriera ad oggi, nonché tre vecchi album: “Smallcreep’s Day” (1980), uno semisconosciuto capolavoro di Mike Rutherford, “Voyage of the Acolyte” (1975), di Steve Hackett, e “A Curious Feeling” (1979), di Tony Banks – sì, lo so che sono monotona, ma per certi lavori ho bisogno di musica che conosco bene, conciliante come la mia vecchia felpa leopardata.

Ed ecco alcuni dei miei fogliacci di schizzi e appunti preliminari (ovviamente, utilizzati fronte e retro, ché la carta non si spreca), tutti realizzati con un portamine 0,7 con mina 2B, assemblati ad arte sulla mia scrivania più piccola, compresi quelli inutilizzabili finiti nel cestino. Sfido chiunque, oltre a me, a capirci qualcosa:

Come realizzare una storia a fumetti
Come realizzare una storia a fumetti
Come realizzare una storia a fumetti
Come realizzare una storia a fumetti

Ora si passa alla fase più dannatamente complicata di cui parlavo prima: riordinare le idee, i testi e gli schizzi buttati giù come appunti in qualcosa di simile ad un layout, con le vignette, la disposizione di battute e didascalie più o meno definitive e le bozze dei disegni. Lo trovo complicato perché mi ci vuole un sacco di concentrazione, e ho bisogno di quel maledetto tempo che non trovo mai: almeno un’ora anziché 20 minuti alla volta.

Terminato con sudore, lacrime e sangue il layout (ESAGERATA!!! Però ammetto che, spesso, mi scappa qualche imprecazione che qui non sarebbe molto carino ripetere), lo traspongo sui fogli definitivi (di solito, carta ruvida da 220 grammi) con l’aiuto della tavola luminosa, più sì che no apportando ulteriori modifiche – per i testi, uso fin da subito una matita 2B, tenendomi estremamente leggera, mentre per i disegni mi servo di una matita Perpetua, rifinendoli poi con la matita morbida. Dopodiché, mi accingo all’operazione più noiosa che ci sia insieme alla squadratura: una buona pulita con la gomma pane e il ripasso dei bordi delle vignette con un pennarello Micron 08. Un tempo usavo un Rapidograph, ma con un pennarello di buona qualità il risultato è persino migliore, specialmente se, essendo pasticcioni come lo sono io, almeno due volte su dieci la china ti sbava sotto al righello, con risultati facilmente immaginabili.

A proposito della tavola luminosa: mi sono decisa a comprarne una professionale soltanto nell’agosto 2015, ma la considero uno dei miei acquisti più azzeccati di sempre. Prima di allora, ne utilizzavo una fatta in casa dal babbo di Daniele, con un neon dentro una scatola di legno e una lastra di vetro come coperchio. Ma appunto era una scatola, non potevo certo tenerla sulla scrivania, dovevo alzarmi e spostarmi ogni volta che mi serviva e, spessa com’era, era scomodissima da utilizzare. Tuttavia, mi è stata utilissima fino all’acquisto di quella professionale, e non oso gettarla perché ci sono TROPPO affezionata – e non si sa mai che i led di quella nuova si fulminino proprio di sera, o durante un giorno festivo tipo Natale, in cui sono chiusi persino i negozi cinesi.

Ma torniamo al lavoro. Dopo aver portato a termine la gravosa operazione del ripasso bordi, arrivo finalmente al lettering, cioè alla scrittura dei testi, con un Micron 05. Il lettering è una questione che considero un po’ particolare: trovo che, in un fumetto, possa fare la differenza. Per il mio diario disegnato, cerco di usare un lettering comprensibile (come dico sempre a Tommy, puoi anche scrivere la Divina Commedia, ma se il prof. non riesce a decifrare la tua grafia, ti becchi un incontestabile Inclassificato), ma lo lascio volutamente rapido ed istintivo, quasi improvvisato. Spesso, non traccio nemmeno le sottili righe a matita che molti fumettisti, servendosi di un righello, usano come guida per testi e battute: a volte, il risultato può sembrare “sgraziato”, ma è ciò che voglio ottenere.

Questa volta, le righe le ho tracciate eccome: dopo che ci pensavo già da qualche tempo, come ho già detto nel post introduttivo alle vignette, ho deciso di scrivere le didascalie in corsivo. Chi mai scrive un diario in stampato? E comunque, ho cercato di mantenere un corsivo abbastanza pulito e, aiutandomi con le linee guida, il testo è risultato chiaro e ordinato.

Quelle che seguono sono le foto delle operazioni di lettering, insieme alla mia scrivania incasinata al termine del lavoro:

Come realizzare una storia a fumetti
Come realizzare una storia a fumetti
Come realizzare una storia a fumetti
Come realizzare una storia a fumetti

Finalmente, dopo bordi e lettering con pennarelli, si passa ad una fase che adoro: l’inchiostrazione, per la quale, di solito, uso un pennino molto simile al classico, comune Conté che si trova in tutte le cartolerie (e infatti lo inserisco nella cannuccia di un pennino di questo tipo), ma molto più morbido. In verità, nel corso degli anni ho provato diversi pennini e, se devo realizzare lavori più grandi, spesso ne scelgo altri, con una linea più larga (spesso lavoro anche con pennini diversi): ma questo pennino, scovato nel 1999 in un negozio specializzato in articoli artistici a Ravenna, alternato al Conté che uso saltuariamente per gli sfondi in lontananza, è l’ideale per i miei disegni.

Come mi pare di avere già detto, oltre al pennino, per l’inchiostrazione uso china Winsor & Newton, il top per me (al massimo, quando sono alla fine del vasetto e diventa troppo densa, la diluisco con pochissimissima Pelikan, che in confronto è acqua sporca), e per i neri, pennelli di varie dimensioni a seconda del campo che devo riempire. Mi perdonino gli amici animalisti: non posso evitare di usare pennelli di pelo di martora; dispiace anche a me, ma con quelli sintetici proprio non riesco a lavorare, non c’è confronto. Cerco però di trattarli bene, come poi faccio con tutto il mio materiale, in modo che durino a lungo (anche perché, povere martore a parte, sono piuttosto costosi), ed in effetti, ne ho alcuni – quelli meno utilizzati – che risalgono alla metà degli anni ’90…

Di seguito, alcune fasi dell’inchiostrazione: le tavole pronte per essere inchiostrate dopo un’ulteriore passata di gomma pane (l’unico strumento che maltratto: la uso ad oltranza, finché da bianca non diventa irrimediabilmente nera e, invece di pulire il foglio, lo sporca – notare nella prima foto la gomma da gettare, che sembra quasi un prolugamento dello straccetto che uso ogni tanto per asciugare il pennino dopo averlo sciacquato, insieme a quella intonsa nella sua confezione); la tavola 1 finita; la 2 pronta per essere lavorata, e la 4 in via di lavorazione.

Come realizzare una storia a fumetti
Come realizzare una storia a fumetti
Come realizzare una storia a fumetti
Come realizzare una storia a fumetti

Una precisazione: quando disegno, il mio tratto è molto marcato e nervoso – con gli anni e l’esperienza ho imparato a stare leggera, ma ancora oggi, quando disegno di getto o prendo appunti visivi, a volte mi faccio prendere e passo in modalità trattore, lasciando sulla carta i solchi di un aratro. All’inizio, per gli inchiostri cercavo di usare un tratto lineare ed elegante, tipo Matisse (ahah… buona questa, vero?), ma dopo diversi anni (!!!) di prove sono riuscita ad arrivare all’ovvia soluzione: non funzionava. Innanzitutto, non sempre riuscivo a mantenerlo, sicché a volte le mie tavole finivano con un poco piacevole trattamento misto, lineare e frammentato insieme; inoltre, anche riuscendoci, i miei disegni risultavano penalizzati, anziché enfatizzati. Ho provato anche a servirmi del pennello invece del pennino, ma fortunatamente mi sono accorta in fretta che i risultati erano persino peggiori – e perché rinunciare al magnifico rumore del pennino sulla carta? Pertanto, realizzando che io non sono un Matisse né un Michelangelo né un Battaglia né una Nidasio né nessun altro se non una Daria Emiliani, e che l’imitazione aiuta sì ad imparare, ma infine ognuno, dal più grande dei Maestri al più scarso degli allievi, deve trovare il proprio modo di fare arte, ho deciso di esaltare il mio tratto naturale, utilizzandone uno ancora più nervoso, spezzato e istintivo di quello che uso per le matite.

Inoltre, di solito nei miei disegni a matita inserisco poche ombre e nessun nero: talvolta volte so dove li devo collocare, altrimenti scelgo durante l’inchiostrazione. Procedo in questo modo: inchiostro i contorni principali, a volte ripassando una linea per rinforzarla oppure, grazie alla morbidezza del pennino, modulandola, decidendo così la fonte di luce. Poi, in base a questa, aggiungo ombre e neri pieni, insieme ai vari motivi su stoffe, abiti o altro, tracciandoli prima a matita o direttamente a china, e infine li riempio. Tutto sommato, considero le matite un punto di partenza per gli inchiostri, e forse l’inchiostrazione mi diverte tanto proprio per questo suo lato liberatorio – a volte il risultato non mi soddisfa totalmente, ma fa parte del gioco, non tutte le ciambelle possono riuscire col buco.

E ora, si passa all’acquerello. Come ho già detto, in questo caso sapevo già di voler rifinire le tavole in questo modo, nonché di colorare una parte della pag. 2, quella con i bambini nelle loro divise, ma spesso decido solo prima dell’inchiostrazione che, se scelgo di aggiungere acquerello o carboncino all’immancabile china, tengo più leggera e meno ombreggiata.

Come realizzare una storia a fumetti
Come realizzare una storia a fumetti

Come si può vedere dalle foto sopra, ho iniziato acquerellando contemporaneamente le pag. 1, 3 e 4, quelle solo in bianco e nero e, per ultima, ho lasciato la 2, dove c’è la vignetta con i bambini colorati. Mentre dipingevo le divise, avevo comunque a portata di mano il piattino con l’acquerello nero, per le rifiniture finali che… non finiscono mai! Osservando una mia tavola che considero finita, trovo sempre, immancabilmente, qualcosa da cambiare o migliorare, finché sono io stessa ad impormi che le modifiche sono sufficienti. Se potessi, cambierei il 90% di tutto quello che ho disegnato in tanti anni di disegno e, in effetti, un tempo ritoccavo costantemente i lavori eseguiti in precedenza. Poi, anche con l’aiuto dell’eseguire veloci ritratti a matita o carboncino nei mercatini dove, una volta consegnato il lavoro, errori o non errori, non puoi più metterci mano, ho capito che, okay, il perfezionismo ti aiuta a migliorare, il correggere gli errori pure, ma l’andare avanti lavorando su materiale nuovo, cercando di non ripetere gli sbagli, ti aiuta ancora di più. Ed è molto più divertente!

Acquerellate ed asciugate le tavole, ritocco con la tempera bianca le eventuali sbavature di colore nei balloons o fuori dalle vignette e, a volte, aggiungo piccoli punti luce. Infine, il fissativo. Con il carboncino è indispensabile, con l’acquerello non necessario ma, a tavole terminate, io una passata gliela do. L’ho sempre fatto, e lo considero l’atto che chiude davvero la realizzazione manuale di una tavola. Infatti, pubblicando sul web, il mio lavoro non è ancora terminato: dopo quello manuale, inizia quello digitale, a partire dalla scansione delle tavole!

Come realizzare una storia a fumetti
Come realizzare una storia a fumetti

Dato che questo post voleva essere un “making of” della parte artigianale, dall’idea alle tavole finite, per la parte digitale la faccio davvero breve, anche se in realtà ci vuole il suo tempo. Una volta scansionate le tavole in .jpg (e non sempre azzecco alla prima la luminosità, il contrasto, eccetera, sicché devo scansionarle più volte per trovare la versione che più somiglia all’originale, e che più mi soddisfa), con l’aiuto di Paint ne modifico le dimensioni per una migliore lettura sul web, e con lo stumento “gomma” le pulisco da difetti di scansione (tipo i bordi grigiastri o neri), e da eventuali altri piccoli errori di cui non mi ero accorta in fase di ritocco con la tempera bianca. Successivamente, con l’aiuto di un programmino furbo scaricabile dal web, comprimo le immagini affinché risultino più leggere quando un eventuale lettore le visualizza sul sito, le scarico e me le archivio sul mio pc nella cartella “CDUIC”, ovvero Cronache Di Un’Imperfetta Cronica, rinominandole. Infine, passo a WordPress, dove carico le tavole e scrivo l’articolo di accompagnamento – ma questa è un’altra storia. Dico solo che, finora, per inserire un nuovo post me ne clonavo uno precedente, con un’impostazione simile a quella che intendevo dare a quello in lavorazione. Per questo articolo, che ha un’impostazione del tutto nuova per questo blog, era una cosa che non potevo attuare, ma volevo provare lo stesso a fare tutto da sola. Così, provando e sbagliando e riprovando e risbagliando ancora più e più volte e, ovviamente, imprecando… sono giunta alla fine, e ho imparato (più o meno) come si usa a dovere WordPress, nonché un sacco di trucchetti!

Per terminare questo interminabile post, ecco a voi i miei must have: in inverno, la mia coperta con le maniche, perché quando sto ferma seduta mi viene un freddo cane, anzi un freddo levriero, e il mio inseparabile assistente che mi sorveglia dal divano. E chissà cosa pensa…

Come realizzare una storia a fumetti
Come realizzare una storia a fumetti

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