… ma qualcuno, ovvero la sottoscritta, ancora non se n’è fatto una ragione. Per cui, come rain or shine, per ora continuo a starmene a scrivere e disegnare fumando la pipa: al sole, quando c’è, oppure al riparo del piccolo portico che dà sul giardino, se piove. In questo caso, so bene che Rodomonte non ne è molto contento, in quanto odia la pioggia, ma sembra tenerci particolarmente a starmi attaccato come una cozza e resta a tenermi compagnia (grazie Roddy per la tua abnegazione: lo sai che, una volta in casa, per te c’è sempre un biscottino). Se volete saperne di più, andate direttamente alla vignetta in fondo al post; se invece vi va di conoscere qualcosa di più su di una giovanissima ma già piuttosto esperta imperfetta cronica, leggete la storiella che segue…

UNA LUNGA, LUNGHISSIMA STRADA (ovvero, gli inizi di una perfetta imperfetta cronica)

C’era una volta, non troppi anni fa (che non è così vecchia: ad oggi, nel 2017, ha solo poco più di quarant’anni), una bambina che desiderava sopra ogni cosa essere felice. E siccome era ancora piccola e priva di esperienza, aveva identificato la felicità con il sentirsi amata ed apprezzata dalla gente.

Come tutti i bambini, le prime persone nelle quali cercava amore erano i suoi genitori, seguiti dal resto della famiglia. I suoi primi, confusi ricordi, nonché le vecchie foto, le restituiscono l’immagine di una bimba sorridente, quindi in apparenza piuttosto felice. In confronto alle altre, era comunque parecchio strana: inquieta, solitaria e misantropa fin quasi a preferire la compagnia dei gatti di sua nonna paterna a quella di altri bambini (eccetto la sua migliore amica, di due anni più grande, alla quale era legatissima, unita ai suoi vicini di casa, con i quali trascorreva le estati a giocare nell’ampio cortile che univa la casa dei nonni paterni al condominio dove viveva, in appartamenti separati, con i suoi genitori, i nonni materni e gli zii, e dov’era situata anche l’officina meccanica di proprietà del padre), fin da piccolissima era capace di abbandonarsi per ore ed ore a leggere, disegnare e poi, verso gli otto anni, anche a scrivere, per poi sfogarsi fisicamente ballando al suono della radio, asserendo convinta che, se non l’avesse fatto, un bagarone bianco, come lo definiva a tre anni (nella sua testa, l’essere aveva le sembianze di un incrocio fra un ragno ed uno scarafaggio, di un lucido colore bianco), le avrebbe mangiato il cervello. Chiaro che, in un’ordinaria famiglia composta da un meccanico per automobili e un’impiegata, aveva tutte le carte in regola per essere considerata strana; di conseguenza, crescendo, si era sentita sempre più fuori posto, specialmente dopo la nascita di una sorellina, quando lei aveva sei anni. Sorellina che, a giudizio della bambina, aveva presto e facilmente spodestato la bambina stessa dal ruolo di principessa della casa, soprattutto nel cuore della madre. Prima della nascita della sorella, sua madre non l’aveva mai apostrofata con frasi come “Ti ho fatta, ma ti disfo anche”, o “Se quella volta mi fossi buttata dalla finestra”, mentre la picchiava con uno zoccolo di legno. Oggi questo genere di cose non si grida più ai bambini, i quali men che mai si picchiano, né a mani nude, né con uno zoccolo, un manico di scopa o la cinghia di una cintura, ma negli anni ’80 era pressoché normale; tuttavia, la bambina era rimasta particolarmente colpita da affermazioni del genere, che le dolevano più delle battute, in particolar modo in quanto pronunciate solo dopo la nascita della sorella più piccola, verso la quale, insieme all’affetto, iniziò a provare una forte gelosia.

Dopo aver sentito varie volte parlare i suoi genitori della sua passione, il disegno, come di una sciocchezza per bambini, che non l’avrebbe mai condotta a trovare un buon lavoro sicuro come il loro (ecco un altro dei miti degli anni ’80, il tanto decantato lavoro sicuro), malgrado fosse evidentemente portata per esso e per la scrittura, nel tentativo di essere apprezzata iniziò ad autoconvincersi di volere tutt’altro dalla vita. E fu così che, durante le scuole medie, iniziò a dichiarare di voler diventare interprete o hostess d’aereo. Quei mestieri a contatto con il pubblico non le si addicevano, ma non le importava: in quel modo, i genitori, sua madre per prima, sembravano accettarla maggiormente; e comunque le lingue straniere le piacevano. Tutto sommato, le sembrava un prezzo abbastanza conveniente da pagare, in cambio del premio da lei più ambito, l’amore dei genitori. Se avessero preteso che diventasse ragioniera, o impiegata di banca, o maestra d’asilo, lei che non era assolutamente portata per le materie tecnico-matematiche e per accudire i bambini, non si sarebbe mai sentita in grado di soddisfarli, semplicemente non avrebbe potuto, nemmeno impegnandosi al massimo, ed avrebbe fallito miseramente sia nella conquista del cuore dei suoi genitori, sia nel lavoro, che lei, seppur così piccola, aveva già compreso trattarsi di una parte importante della vita degli adulti. Del resto, sua madre non le ripeteva di continuo che il suo lavoro era la scuola? E fra le lezioni al mattino e lo studio al pomeriggio, la scuola impiegava parecchio del suo tempo; per fortuna, le piaceva imparare cose nuove, e, per orgoglio personale, nonché per compiacere i genitori, ci teneva a prendere buoni voti.

Arrivata alla fine delle scuole medie disegnando e scrivendo pressoché in segreto, dovette decidere a quale istituto superiore iscriversi. I genitori le avevano dato tre possibilità di scelta: Liceo linguistico, ragioneria (“Perché così trovi lavoro di sicuro”, era la solita frase che accompagnava quest’opzione), o un istituto tecnico sperimentale di indirizzo linguistico, tutti e tre in una città vicina. Lei non era del tutto convinta, la voglia di imparare a disegnare seriamente stava diventando piuttosto pressante ma, purtroppo, il Liceo artistico si trovava in una città più lontana, e i suoi genitori non si fidavano abbastanza di lei da lasciarla andare. Del resto, le era stato sufficiente sentirli parlare del suddetto Liceo come di un luogo pieno di studenti sfaccendati e poco di buono, dove circolavano droga e sostanze varie, per desistere dal pensiero di ascoltare quello che il proprio cuore timidamente le suggeriva. Lei si sarebbe iscritta non per diventare una drogata nullafacente, bensì per studiare, diplomarsi e poi iscriversi all’Accademia delle Belle Arti, come aveva fatto il suo prozio, che insegnava educazione artistica alle scuole medie e nel tempo libero lavorava come pittore, ma i suoi genitori avevano la loro ferma convinzione in proposito. Forse avevano ragione a non fidarsi, forse la conoscevano meglio di quanto lei conoscesse se stessa (erano adulti, quindi più saggi, no?), e in ogni caso, chi era lei per contrariarli, pena l’essere definitivamente considerata la pecora nera della famiglia? Ci sarebbero stati litigi a non finire, litigi che avvenivano già abbondantemente a causa del suo carattere a dir poco difficile e della gelosia che provava verso sua sorella, lei sì, sempre abbastanza bella, abbastanza brava, abbastanza buona, litigi che peraltro non avrebbero portato a niente se non a farla soffrire, poiché era convinta che non l’avrebbero mai lasciata andare, come non l’avevano mai lasciata andare al corso di pallavolo, come l’avevano fatta smettere di frequentare quello di danza classica, iscrivendola invece a nuoto e ginnastica artistica, e come non le avevano permesso di praticare il nuoto, in cui eccelleva, in maniera agonistica.

Del resto, quanto avevano litigato, quando aveva deciso di unirsi alla squadra di palla tamburello a cui l’avevano introdotta alcune sue compagne di classe, abbandonando il nuoto, quasi per ripicca verso chi le aveva proibito l’agonismo! In quell’occasione aveva dapprima frequentato gli allenamenti di nascosto e poi, venuta a galla la verità, aveva tenuto duro, riuscendo a spuntarla, ma la sua famiglia non mancava mai di rimarcare la propria contrarietà verso quello sport che considerava “da poco”. Lei , però, abituata a sport individuali, si divertiva un sacco in allenamento con le sue nuove amiche e, pian piano, diventò sufficientemente brava per entrare nella squadra titolare come spalla, il ruolo che preferiva, dandole il modo di correre a fondo campo per tutto il tempo, sfogando la sua rabbia nei colpi di tamburello che sferrava alla pallina.

Alla fine, optò per l’istituto tecnico linguistico: sapeva che in una ragioneria, fra economia, contabilità, matematica e stenografia, non avrebbe superato nemmeno il primo anno; quanto al Liceo, non aveva voglia di impegnarsi in qualcosa per il quale, alla fine, avrebbe dovuto per forza iscriversi all’Università. Che ne sapeva di quello che avrebbe voluto fare a diciott’anni? Magari, il suo desiderio di imparare a disegnare sarebbe esploso e, dopo essere uscita da un Liceo linguistico le sarebbe stato più difficile accedere all’Accademia delle Belle Arti. Un istituto tecnico, al contrario, le lasciava aperte maggiori possibilità: anche quella, nel caso, di voler provare a trovare il tanto osannato lavoro sicuro e andare via di casa, magari studiando disegno nello stesso tempo. Sarebbe stato difficile, ma c’era chi lo faceva, quindi non era impossibile.

Ultimo, ma non meno importante, quando era in seconda media, sua sorella iniziò a soffrire di attacchi epilettici, e questo portò un grave sconvolgimento in famiglia. E chi era lei per creare ulteriori casini con la scelta della scuola, con il dolore e l’apprensione in cui erano già immersi i suoi genitori e gli altri familiari? Come se ciò non fosse sufficiente, la malattia della sorella le diede la conferma che, malgrado le apparenze, fra i suoi genitori il rapporto era ormai logorato. Da un po’ di tempo lo sospettava, ma non aveva mai voluto rendersene conto, per non soffrire ulteriormente; tuttavia, ora la questione era troppo palese per essere negata.

Quegli ultimi due anni delle scuole medie furono un incubo. La sorella, accompagnata dalla madre, entrava e usciva dall’ospedale, ma sembrava che nessuno riuscisse a trovare la cura adatta. Del resto, in casa si evitava di parlare apertamente di epilessia: si diceva che la sorellina aveva qualcosa, ma i medici non trovavano cosa, e la madre, per non dare nell’occhio, comprava i medicinali prescritti nelle farmacie dei paesi vicini, oppure se li faceva arrivare tramite un distributore suo vicino di casa, dove mandava la ragazzina a pagarli e ritirarli.

La ragazzina, curiosa, una sera si fermò per strada e lesse i bugiardini, piuttosto chiari in proposito, e capì immediatamente quale fosse la patologia della quale soffriva la sorella: tuttavia, quello che non capiva era perché in famiglia tutti si ostinassero a non nominarla. Già: quello che non aveva ancora capito era che vivere in un piccolo paese di campagna, negli anni ’80, era ancora una brutta gatta da pelare.

Il periodo peggiore fu certamente quando, proprio l’ultimo giorno dell’anno, sua sorella ebbe una grave crisi, e venne portata in ospedale a Modena dove restò, in compagnia della madre, per buona parte dell’inverno. Il padre tornò ad alloggiare da sua madre, mentre la ragazzina si trasferì dai nonni materni: abitavano nello stesso caseggiato, ed era una soluzione comoda per tutti. Dal canto suo, la ragazzina cercava di dare quanti meno problemi possibile: si sforzava di andare bene a scuola malgrado la situazione la portasse spesso ad avere la mente da un’altra parte, non osava disobbedire ai nonni, non chiedeva mai di uscire di sera con le compagne di squadra o con la sua migliore amica e la sua compagnia, rifugiandosi in camera sua a disegnare, scrivere o leggere, insieme al suo inseparabile gatto bianco a cui aveva dato l’improbabile nome di Belfry.

Quando finalmente la sorellina e la madre ritornarono, tuttavia, la situazione era cambiata, se possibile, in peggio: la piccola continuava ad avere attacchi, e la madre, nell’estremo tentativo di mantenere la speranza, iniziò ad affidarsi a benedizioni, esorcismi e visite a sedicenti “mistici”: visite a cui non mancava di trascinare anche suo marito e la ragazzina che, a poco a poco, si convinse di essere lei la ragione della malattia di sua sorella. Quante volte, in quel periodo, convinta dai suddetti “mistici”, la madre le aveva ripetuto che la malattia della sorella era causata da una persona invidiosa, che l’invidia si attacca, e le aveva gridato: “Sei tu che me la fai ammalare”? Ebbene sì, era la verità, la persona invidiosa era proprio lei: lo era sempre stata, sapeva che era una cosa di cui andare tutt’altro che fiera, ma non riusciva in alcun modo a combatterla, sebbene, grazie alla sua natura pragmatica, dubitava fortemente che fosse a causa della sua invidia se sua sorella soffriva di epilessia. Ed anche allora, malgrado desiderasse con tutte le proprie forze che i medici trovassero la cura adatta per sua sorella, non poteva evitare di continuare ad invidiarla, malattia inclusa (quanto, oh quanto avrebbe desiderato svegliarsi una mattina nel corpo di sua sorella!), in quanto sembrava che l’amore e le attenzioni di sua madre fossero, inevitabilmente ed inesorabilmente, sempre più tutte per lei.

Anche la ragazzina, del resto, era stata malata, da piccola (e chi era stato ad invidiarla e provocarle quello di cui aveva sofferto, allora?): aveva subito un intervento al cuore a tre anni, in quanto nata priva della valvola interventricolare (buffo: chi l’aveva invidiata, prima ancora che nascesse?), poi quello di estrazione di tonsille ed adenoidi, e infine, a sette, era stata contagiata dal virus dell’epatite B, finendo per trascorrere un mese in ospedale, attaccata ad una flebo. Sua madre le aveva sempre raccontato che il contagio aveva potuto avvenire in due occasioni, entrambe accadute poco tempo prima: o quella volta che aveva frugato nel bidone della spazzatura, alla ricerca di un ciondolo che sua madre vi aveva gettato e, dopo averlo recuperato, essersi rifiutata di buttarlo di nuovo; oppure, quella volta che non aveva voluto farsi praticare il vaccino dell’antitetanica, ed era scappata dall’ambulatorio sicché, mentre sua madre e l’infermiera erano corse a riacchiapparla con la forza, la siringa si era in qualche modo infettata e le aveva trasmesso il virus – a sua discolpa, bisogna dire che la bambina era rimasta terrorizzata dai medici, a seguito dell’intervento al cuore quando, per portarla in ospedale, l’avevano convinta che stavano andando a Firenze per cercare un gatto di gomma gonfiabile come quello della sua vicina di tenda in campeggio, introvabile nel loro piccolo paese (ma, a discolpa dei genitori, va anche detto che, al contrario di quanto avviene ora, a quei tempi nessuno ti consigliava come preparare psicologicamente un bambino piccolo per un evento del genere). Il trauma crebbe in seguito quando, a cinque anni, le avevano di nuovo mentito, raccontandole che per togliere tonsille ed adenoidi fosse sufficiente bere un bicchiere di liquido medicato che le avrebbe bruciate, per poi sputarlo, dopodiché avrebbe potuto mangiare tanti gelati. Perché mangiare gelati, si era chiesta, se l’intervento consisteva in una tale quisquilia? Ma era stata sua madre a dirglielo, e lei si era fidata, aveva voluto fidarsi, e si era proibita di porsi troppe domande, per poi ritrovarsi, di nuovo, in sala operatoria dove, furiosa e umiliata, sentendosi una perfetta cogliona, aveva venduto cara la pelle per farsi anestetizzare. Ironia della sorte, al risveglio, e per la settimana seguente, a causa del dolore, aveva faticato ad inghiottire persino un cucchiaio d’acqua, figurarsi tanti gelati. Al che, la bambina aveva imparato la lezione: mi freghi una volta, sei tu nel torto; mi freghi due volte, la cogliona sono io; indi, aveva deciso di non fidarsi più di nessuno, nemmeno dei suoi genitori.

Per quanto riguarda l’epatite, quello di sua madre era un modo elegante per dichiarare che se l’era cercata. Più tardi, la ragazzina, ormai donna, capì che la cosa più probabile era che la siringa del famigerato vaccino non fosse stata sterilizzata a dovere; oppure, ancora, che la causa fosse stata dello strumento con il quale il dentista le aveva estratto il suo primo dente (a quel tempo gli strumenti monouso erano poco usati); tuttavia, sentirsi accusare di essersela cercata mentre, a sette anni, si ritrovava in isolamento in un letto d’ospedale con la flebo sempre attaccata, debolissima, martirizzata da continui prelievi del sangue (lei che temeva tanto gli aghi!) e a dieta strettissima, proprio nel periodo natalizio, fu motivo di profondo avvilimento e mortificazione per la bambina, nonché di un profondo senso di colpa: proprio come avrebbe fatto in seguito per la figlia più piccola, la madre era rimasta ad accudirla, obbligata come lei al confino in una stanza d’ospedale, ed anche sua nonna materna, con la quale trascorreva tanto tempo e che lei tanto adorava, era stata contagiata (o forse era stata la nonna ad essere stata contagiata per prima, ed avere poi trasmesso il virus alla bambina? Questo resterà per sempre un mistero).

In ogni caso, cercate o meno, tutte quelle che aveva avuto lei erano patologie da cui si guariva in maniera definitiva (addirittura, data la giovane età, dopo la malattia il suo fegato si era come rigenerato e, al contrario di quanto comunemente accade, era rimasta immune al virus come una persona vaccinata e il  suo sangue non era affatto contagioso), mentre le era chiaro che sua sorella non sarebbe mai potuta guarire definitivamente dall’epilessia. La ragazzina si sentiva quindi lacerata fra due sentimenti contrastanti: era sì invidiosa di lei, che fin dalla nascita sembrava averle rubato l’amore di sua madre ma, a un tempo, avrebbe davvero dato qualsiasi cosa, anche la vita (della quale non le importava poi tanto: anzi, già da un po’ ogni notte si addormentava augurandosi che Qualcuno, o Qualcosa, le facesse la grazia di farla risvegliare il mattino successivo nel corpo di sua sorella o, ancor meglio, di non farla risvegliare più): avrebbe persino smesso di disegnare e scrivere, per sempre, se ciò fosse servito a far guarire sua sorella.

Ma sua sorella non guariva. Certo, stava migliorando, non aveva più crisi gravi, ma continuava ad averne, insieme a piccole assenze, molteplici volte nel corso della giornata. E c’era solo da sperare che i medici imbroccassero la cura giusta, perché tutto il resto sembrava funzionare ben poco.

Malgrado ciò, il primo anno delle superiori fu il più bello della sua vita. Al contrario di quanto era accaduto durante le scuole medie, anche con le proprie stranezze si era sentita fin da subito accettata dalle compagne di classe, che la valorizzavano per le sue doti di disegnatrice e scrittrice, al pari di due insegnanti, quella di letteratura e storia, e quella di geografia economica che poi, dalla seconda, prese il posto della prima. La quale, in particolare, da brava suora le ripeteva quasi di continuo che era Dio ad averle donato i suoi talenti, e che non doveva buttarli via, anzi doveva servirsene ed esaltarli.

Educata, come la quasi totalità degli italiani, alla religione cattolica, la ragazzina aveva iniziato a porsi delle domande in questo senso, ed era convinta che sì esistesse un Qualcosa, ma non era più tanto sicura, come lo era stata da bambina, che quel Qualcosa fosse proprio il Dio dei cristiani. Tuttavia, non capiva come le sue passioni potessero essere considerate un dono. Al contrario, lei le aveva sempre considerate una maledizione: non c’era dubbio che disegnare e scrivere fossero le cose che le piaceva di più fare, delle quali non riusciva a staccarsi, tanto da farlo di nascosto dai genitori e da considerare le verifiche d’italiano, i cosiddetti “temi”, un vero spasso, dove poteva trascorrere più di due ore divertendosi a scrivere, non c’erano temibili interrogazioni né spiegazioni di nuovi argomenti da studiare per la lezione successiva e, una settimana dopo, puntuale, ecco arrivare un bel voto come premio al proprio manoscritto. Tuttavia, era consapevole di non essere poi tanto talentuosa: il suo cosiddetto talento era solo frutto della passione e dell’impegno che metteva in queste attività. I suoi miti di disegno e scrittura dell’epoca, quelli sì che avevano talento! Perfezionista e pignola di natura, ogni frase, e soprattutto ogni linea, le costavano fatica, e quanto avrebbe desiderato avere qualcuno che le insegnasse a disegnare davvero, in modo facile e veloce, come aveva visto fare da alcuni disegnatori famosi, che azzeccavano la linea giusta immediatamente, senza decine di linee di ricerca e schizzi di prova come invece doveva fare lei che, inoltre, per disegnare qualcosa, figura umana a parte, doveva innanzitutto prendere come riferimento una foto, la realtà o il disegno di qualcun altro, per capire com’era fatto – come poi spesso le succede ancora adesso. L’italiano poteva impararlo a scuola, dalle insegnanti e da suoi amati libri ma, quanto al disegno, doveva arrangiarsi da autodidatta, leggendo ogni libro e manuale che trovava sull’argomento (e a quel tempo ne esistevano veramente pochi), nonché copiando e imitando i vari stili di libri illustrati, fumetti e cartoni animati che le piacevano, nella speranza di trovare infine il proprio.

Fu in quel periodo che decise, tacendolo alla sua famiglia: al diavolo tutto, a diciott’anni sarebbe stata maggiorenne e avrebbe potuto fare ciò che voleva, indi, dopo l’esame di maturità, si sarebbe iscritta all’Accademia delle Belle Arti, per imparare quello che davvero desiderava, al termine della quale sarebbe andata via di casa, magari in Inghilterra o negli Stati Uniti (la lingua inglese, che adorava, in questo caso le sarebbe stato parecchio d’aiuto), per cercare lavoro in uno studio di animazione e dare a bambini e ragazzi le stesse emozioni che provava lei guardando i cartoni animati. Nel frattempo, aveva incominciato a scrivere brevi storie, che illustrava o a volte provava a tradurre in rudimentali tavole a fumetti: non poteva certo disegnare cartoni animati ma, per ora, quello era un compromesso accettabile per farsi le ossa.

Quell’anno, inaspettatamente, si rivelò particolarmente sereno anche per la situazione familiare. Lentamente, sua sorella iniziò a migliorare davvero, le numerose piccole crisi giornaliere cominciarono a diradarsi, come le visite ai “mistici” e gli esorcismi: segno che i medici stavano iniziando ad azzeccarci. Infine, trovata finalmente la giusta terapia, gli attacchi epilettici di sua sorella svanirono come per miracolo da un giorno all’altro, lasciando tutti dapprima increduli, poi stupefatti, poi null’altro che felici, e i suoi genitori tornarono più rilassati di quanto non fossero mai stati, sia fra di loro, sia con la figlia maggiore. Erano entrambi orgogliosi dei suoi buoni risultati scolastici, chiudevano addirittura un occhio se ogni tanto, nelle materie tecniche e matematiche, le scappava un voto sotto la media, e sembravano non preferirle più tanto la sorellina. Inoltre, convinti dai professori che la ragazza aveva del talento nel disegno oltre che nella scrittura, iniziarono talvolta a chiederle di mostrare loro i suoi lavori invece di nasconderli, come sapevano benissimo che faceva. E lei, timidamente, si azzardò a disegnare non solo nel segreto della propria stanza ma, talvolta, anche in loro presenza. Anzi, quando qualcosa le sembrava abbastanza ben riuscito (abbastanza, perché niente, in verità, le sembrava mai ben riuscito del tutto), lo abbandonava appositamente, in modo che sembrasse casuale, sulla scrivania o persino sul tavolo del salotto, in modo che qualcuno – soprattutto sua madre – lo vedesse e si convincesse che la sua strada sarebbe stata quella.

Anche le cene insieme, prima tanto fredde, nelle quali spesso si udiva solo il suono delle posate e quello del telegiornale, erano ora riscaldate dalle loro conversazioni su ciò che avevano fatto durante la giornata appena trascorsa, nonché dai loro scambi di opinioni, del tutto civili, sulle notizie dall’Italia e dal mondo, o sull’ultimo successo del cantante del momento.

All’inizio di novembre, per il suo compleanno, fu quasi un’apoteosi. Non contando gli auguri e il piccolo ma apprezzatissimo regalo da parte delle sue compagne di classe (che come accidenti avevano fatto a sapere che il suo quattordicesimo compleanno cadeva proprio quel giorno?), sua madre le propose di regalarle una pochette della marca in voga in quegli anni: l’accompagnò quindi al negozio, e non fece le solite storie quando lei scelse un modello e un colore diversi da quello più popolare. Ma fu suo padre a farle il regalo più bello: quella sera, consegnandole con fare distratto una quantità di denaro che la lasciò sbalordita, con il quale avrebbe potuto acquistare ciò che più desiderava (nella fattispecie, una radio-mangiacassette portatile, completata dall’ultima musicassetta originale di Vasco Rossi: si era alla fine degli anni ’80, non c’erano le tecnologie odierne), le fece un discorso d’incoraggiamento che non era nel suo stile, ma che lei serbò sempre nel cuore, per tutto il resto della sua vita, ancor più di quelli delle due professoresse: ora, forse, si sentiva un’inetta, sia mentalmente sia fisicamente, ma crescendo sarebbe sicuramente migliorata, e sarebbe diventata una bellissima donna, intelligente, soddisfatta e sicura di sé.

Ancora, nel periodo natalizio, andarono tutti e quattro insieme al mercato domenicale straordinario in una città vicina, e le comprarono un bel montgomery di lana blu scura, da adulta, invece dei soliti piumini o cappotti di taglio e colore infantili che sua madre, incurante dei suoi gusti, usava acquistarle per l’inverno. Inoltre, sua madre non era più tanto fredda nei suoi confronti e, il giorno dell’Immacolata Concezione la portò, lei sola, senza la sorellina come di solito, a scegliere i regali di Natale, nonché comprare qualcosa per vestirsi in quel giorno di festa: un paio di pantaloni color vinaccia con la cintura alta in vita, un cardigan nero, lungo a metà coscia, con disegni etnici color panna sul fondo, ed una camicia bianca con il collo ampio da mettere sotto. Abituata a jeans e magliette e felpe sobrie, e a lasciare inutilizzati nell’armadio le gonne, le maglie ed i maglioni dai colori e dalle stampe troppo femminili e bambinesche che le comprava la madre, la ragazzina si sentiva a proprio agio con quegli abiti, ed era felice che la madre, finalmente, desse segno di iniziare ad accettarla per quello che era, a partire dall’abbigliamento, e mostrasse di gradire la sua compagnia.

Tuttavia, la vita va come vuole lei, non come vogliono le persone, e questo periodo di serenità non era destinato a durare. L’ultima bella serata fu un venerdì di inizio giugno, quando entrambi genitori, insieme alle figlie, festeggiarono il compleanno della madre in pizzeria. Poi, la domenica notte, una nuova tragedia li colpì: di ritorno con la sua amante dalla casa di campagna, il padre ebbe un incidente stradale, e morì.

Il padre era spesso assente, ma in qualche modo aveva fatto da punto d’equilibrio fra la madre e la sorella più piccola da una parte, e la ragazzina dall’altra, specialmente da quando, qualche anno prima, lui si fermava qualche minuto nella sua stanza a chiacchierare quando tornava dal bar o dalla sua sconosciuta amante e, soprattutto, dalla sera del suo compleanno, in cui le aveva fatto quell’incoraggiante discorso.

Purtroppo, come spesso accade, questa tragedia, anziché unire, divise ulteriormente quel che rimaneva di quella famiglia già poco equilibrata, e la ragazzina trovò sfogo chiudendosi di nuovo in se stessa, nel disegno, nella scrittura, nello sport e nel rifiuto quasi inconscio del cibo.

Era sempre stata snella ma, nell’età dello sviluppo, si era un po’ sformata: il seno le era cresciuto pochissimo, e di questo aveva sempre ringraziato, visto che si sarebbe sentita estremamente in imbarazzo nel ritrovarsi con quello che avevano certe sue compagne (già quel poco che aveva le sembrava troppo); tuttavia, quello che non era cresciuto di sopra, sembrava essersi accumulato di sotto, sui fianchi e nel sedere, malgrado la vita sottile. Considerato poi che, grazie a tutto lo sport praticato, aveva spalle ampie e gambe forti e muscolose, che i suoi capelli erano di un banalissimo color castano, né lisci né ricci e assolutamente impossibili da tenere in ordine se non tagliati corti, in quel periodo si era sentita brutta e informe, come un ammasso di pezzi assemblato a caso senza alcuna grazia. L’unica cosa che le piaceva di lei erano gli occhi: grandi ma non enormi, dal taglio triste che rispecchiava l’inquietudine che si portava dentro, con l’iride di quell’indefinito ceruleo che a seconda della luce cambia in varie tonalità, dal grigio all’azzurro al verde mare, e le ciglia lunghe. Peccato solo per le sopracciglia scure e disordinate, per il naso a patata e per il viso piccolo e triangolare, che mal si accordava con il fisico imponente.

Ora, finalmente, stava dimagrendo, e anche la muscolatura iniziò a diminuirle. Tutti non facevano altro che complimentarsi, con sua madre in testa, che ogni tanto la portava a comprare qualche capo di abbigliamento per sostituire quelli diventati troppo larghi, lasciandola scegliere secondo i suoi gusti. Da una parte, lei ne era felice, era felice di sentirsi un po’ meno un’accozzaglia di pezzi incongrui fra loro, era felice che il suo corpo rispecchiasse un po’ di più come si sentiva dentro, senza contare la soddisfazione che le dava il riuscire a resistere a cibi che l’avevano sempre fatta impazzire. Ma, d’altro canto, a volte si trovava a pensare, rivolgendosi mentalmente a sua madre: Okay, complimentati pure, comprami pure dei vestiti nuovi, ma non ti accorgi che se voglio dimagrire è solo per attirare la tua attenzione e mostrarti che sto male?

Sciocca che era. Sciocca ed egoista, questa volta davvero, non come quando non voleva prestare i suoi giocattoli alla sorella in quanto sapeva che le sarebbero tornati indietro rotti. Anche sua madre stava soffrendo, e chissà quanto deve essere stato difficile per lei trovarsi vedova da un giorno all’altro, con una ragazzina di quattordici anni e una bambina di otto da crescere, potendo contare solo sul proprio stipendio da impiegata statale, in quanto le proprietà del marito non erano accessibili, essendo le eredi minorenni. Inoltre, il marito non l’aveva mai messa al corrente dei propri affari e delle proprie compravendite – negli anni ’80, molti, come lui, si erano lanciati nell’acquisto di terreni, case e negozi, per poi rivenderli a un prezzo superiore o affittarli – e i debitori si erano come volatilizzati, mentre i creditori non mancavano di richiedere quanto era loro dovuto.

Inoltre, c’era quella brutta storia della donna che era con lui la notte dell’incidente. Che lui avesse un’amante era una cosa ormai risaputa, la moglie sapeva che lui aveva una relazione e lui sapeva che lei sapeva, ma forse era più comodo stare insieme, almeno finché le due figlie non fossero cresciute – in quegli anni, il divorzio era legale, ma avrebbe dato scandalo nel loro piccolo paese, più dell’epilessia della figlia piccola – e comunque, forse, erano riusciti a trovare un equilibrio se non soddisfacente, almeno accettabile. A volte, in casa regnava aria di tensione, specialmente durante gli anni in cui l’epilessia della sorellina si era rivelata, ma la ragazzina non aveva mai assistito a scene di violenza. Per la miseria, non li aveva nemmeno mai visti litigare, e sì che, soprattutto la madre, ne avrebbe avuto tutto il diritto.

In ogni caso, la ragazzina, solo col senno di poi, ormai superata l’età che aveva sua madre a quel tempo, si è resa conto che anche per sua madre la vita non deve essere stata affatto facile, e che ha dovuto accettare situazioni e compromessi difficili da digerire. Al suo posto, lei che avrebbe fatto? Non lo sa, e si augura di non saperlo.

Tuttavia, a quel tempo, chiusa nel proprio dolore, senza il padre ad equilibrare, seppur in minima parte, il forte legame di sua sorella con sua madre, e tuttavia in collera con lui per essere morto in quel modo ignobile, con un’altra donna in auto (per quanto ne sapeva lei, che ne era venuta a conoscenza da una compagna di classe, poteva anche non essere l’amante del momento, bensì una prostituta: e del resto, ben si guardava di chiedere alcunché ai suoi familiari, che le avevano taciuto tutto, tantomeno alla madre, per evitare di riaprirle una piaga ancora aperta), nonché in collera con se stessa per essere in collera con un morto, che non poteva esporre le proprie ragioni, la ragazzina non riusciva a tirar fuori l’empatia necessaria per capire la madre. Del resto, malgrado la sua minuscola autostima, è ormai chiaro a tutti, da questa storia, che il suo egocentrismo era talmente sviluppato da annientare qualsiasi manifestazione di empatia: non poteva tirarla fuori, semplicemente perché non ne era dotata.

E la storia di questa bambina, diventata poi ragazzina, per ora si chiude qui. Perché quella che segue è un’altra storia: la storia di una ragazza, alla quale la vita avrebbe naturalmente riservato tantissime esperienze, tutte di diverso tipo: alcune gioiose, molte altre dolorose, alcune pressoché scontate, moltissime altre inaspettate, nonché altre che le avrebbero fatto toccare il fondo innumerevoli volte, per poi dover trovare in sé la forza di risalirne. Tuttavia, quella ragazza, poi diventata donna, avrebbe dovuto percorrere ancora una lunga, lunghissima strada, prima di capire che la propria felicità non dipende dal dimostrare alcunché a se stessi e agli altri, né dall’apprezzamento altrui…

Cronache di un'imperfetta cronica

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