Durante la lavorazione di “Ever tried, ever failed…”, per completezza, mi è venuta l’idea di fare un altro making of, questa volta dall’idea alle matite finite, il lavoro per me più lungo, più incasinato, talvolta più snervante… ma anche il più divertente!

Per queste vignette, l’idea mi è venuta una mattina, mentre mi lavavo i denti, da una nefasta riflessione generata dalla voglia di primeggiare di Tommaso, che difficilmente potrà essere sempre soddisfatta, della quale avevo parlato in Leaving out all the rest. Nefasta, in quanto mi sono domandata: E io, dove mai sono arrivata prima? Cos’ho vinto nella mia vita?

Cruda risposta: Niente. Nulla. Nothing, rien, nada, eccetera. Sì, vabbé, quando avevo quattro anni ho vinto un’enorme chioccia di cioccolato, con gabbia, pulcini e ovetti inclusi, alla lotteria della pasticceria, e un’altra volta, sugli otto-nove anni, una Tania Ballerina (era la versione povera della Barbie, ma a me piaceva molto) a una tombola organizzata per le festività natalizie dal bar che frequentava mio zio, ma spero abbiate capito che intendevo cose importanti, oltre che da conquistare grazie a talento e/o duro lavoro e/o impegno, non di cose per cui è il fato, o la fortuna, o un dio, o una coincidenza, o il semplice caso, a decidere, come le due vincite di cui ho parlato sopra, o il fatto che mio figlio sia nato sano.

Apro una parentesi: considero quest’ultimo fatto una vittoria importantissima, talmente importante che ringrazio ogni giorno Nonsonemmenoiochi per averla fatta succedere ma, al pari delle due insignificanti vittorie summenzionate, non è merito mio, non mi sono impegnata per farlo nascere sano – e, del resto, che potevo fare oltre a seguire i consigli spesso contraddittori dei medici, filtrandoli con il mio istinto? L’ho solamente sperato, e sfido qualsiasi genitore a sperare il contrario per il rospetto che sta ancora al calduccio nella pancia della mamma, formandosi tranquillo tranquillo (ma è poi vero che se ne sta tranquillo tranquillo, o patisce tutti i dolori e le apprensioni che, anche nella migliore gravidanza, patisce la genitrice? O altri dolori e apprensioni, che poi non si ricordano più, come, che so, quello di sentirsi troppo stretti o di non riuscire a muoversi liberamente? O magari non sente niente, almeno fino a un certo punto prima della nascita… anche questo è un bel mistero), in attesa del momento in cui uscire fuori: ma, purtroppo, talvolta accade che qualcosa vada storto, anche in questi anni in cui, con le ecografie e quant’altro, si riesce a diagnosticare tutto, o quasi – ed è quel quasi a fare la differenza.

Comunque, non divaghiamo – non troppo, almeno. Ho fatto gare, concorsi, anche di disegno e scrittura, oltre che sportive. Ma, a parte la vittoria al Campionato Nazionale Allieve, nel 1990, con la squadra di tamburello di Cotignola (non ridete, che il tamburello era uno sport molto popolare in quegli anni, in questa zona, nel Nord e nel Centro Italia), da sola non sono mai, dico mai, arrivata prima, benché spesso abbia ottenuto buoni piazzamenti, anche terza o addirittura seconda.

Anche a scuola me la sono sempre cavata benoccio, alle superiori avevo il ruolo di scrittrice-disegnatrice della classe che mi inorgogliva assai ma, a parte in italiano, dove primeggiavo, non ho mai avuto i voti più alti: navigavo fra l’8 e il 9, (in matematica e nelle materie scientifiche stavo con gran fatica sul 7, raramente arrivavo all’8, a seconda dagli argomenti trattati), che non era male, ma non erano i voti delle prime della classe, e alla maturità sono passata con un 54/60: non un 36/60, ma non un 60/60. E non è perché ho frequentato un Istituto tecnico-scientifico: se avessi potuto frequentare un Liceo artistico, come avrei desiderato, credo che la storia sarebbe stata la stessa.

Come si definisce questa condizione, quando non si è proprio l’ultima ruota del carro ma non si riesce mai ad essere la prima; quando non si è dei falliti, si è un po’ sopra la media, anzi più verso l’alto che verso il basso, ma non si riesce mai a primeggiare? La parola esiste, non è simpatica ma non c’è scampo: questa è la mediocrità.

Poi ci ho riflettuto: ma in quanti, alla fine, vincono davvero sempre? Sempre-SEMPRE, in qualsiasi cosa facciano?

La risposta è ovvia, e ho tirato un sospiro di sollievo.

La maggior parte di noi esseri umani rientra nella mediocrità. E anche quelli che vengono considerati vincenti, non possono vincere sempre e in tutti gli ambiti. Prendo come esempio il solito carissimo Phil Collins: vincente nella sua carriera musicale, nella sua autobiografia si definisce un fallito, per non essere riuscito a dedicare abbastanza tempo ai figli e alle mogli. Quando poi ha deciso di fare semplicemente il papà per compensare questa sua mancanza, complici i problemi fisici che gli impedivano di suonare la batteria (tanto di soldi ne aveva già fatti anche per far campare da re e regine tutta la sua discendenza, fino all’estinzione del genere umano), anche il suo terzo matrimonio è andato a catafascio e lui è caduto in depressione e problemi di alcolismo.

Inoltre, pare che nemmeno nella musica si consideri un vincente, malgrado i milioni di dischi venduti e il denaro guadagnato: scrive di essere un incapace nello scegliere i brani di maggior successo (per esempio, la famosissima “Against All Odds”, un successo planetario, diventata un classicone trasmesso ancora oggi dalle radio e dalle reti musicali, aveva un titolo diverso ed era uno scarto del suo primo album da solista, tirato fuori in occasione della richiesta del produttore dell’omonimo film di fornirgli velocemente un brano per la colonna sonora) e, quando inevitabilmente la sua parabola ha iniziato a dirigersi verso il basso, ne ha sofferto parecchio, malgrado la consapevolezza che un tale successo non potesse durare.

Altra parentesi: leggendo la sua autobiografia, mi sono domandata più volte se ci è o ci fa. Ma conoscendo abbastanza il personaggio, temo per lui che sia buona la prima – e infatti, vedi come ha trascorso gli ultimi anni. Chiusa parentesi.

Siamo esseri umani, imperfetti per definizione. Io ho giocato su questa parola per il titolo del mio diario a fumetti ma, nell’intero genere umano, l’imperfezione è di casa, e la mediocrità è una delle sue migliori compagne.

Così, i miei appunti tipo stream of consciousness di questa volta si sono arrovellati su questi concetti, con l’idea di realizzare la classica vignetta a tutta pagina a china ed acquerello, dove ne parlo con Roddy, e il mio Whippettone caccia la battuta finale.

Poi, la mattina successiva, Tommy mi ha davvero omaggiata della sua affermazione sui veri autori di fumetti nella tavola 2, e a me è scattato un click: due tavole, a china, con Tommy, e fallimento anziché mediocrità come parola chiave, che fa più scena.

Ecco a voi i primi appunti, e come si sono trasformati dopo l’intervento di Tommy, con i due layout per la tavola 1:

Dall'idea alle matite finite

Dopo avere tagliato e squadrato i fogli necessari, sono passata alla realizzazione delle matite per la tavola 1, per la quale il secondo layout mi sembrava abbastanza efficace, e l’ho in buona misura rispettato – cosa che, sul foglio definitivo, non faccio quasi mai, soprattutto per quanto riguarda le battute, che modifico di continuo, finché non trovo la soluzione che mi piace di più.

Ecco quindi le matite terminate per la tavola 1 e, nella foto successiva, la tavola 2 pronta per essere lavorata:

Dall'idea alle matite finite
Dall'idea alle matite finite

A questo punto, per la tavola 2 dovevo ancora mettere giù un layout di massima, e l’ho realizzato rapidamente. Come potete vedere, nei miei layout non ci sono sfondi e oggetti di contorno, disegno solo abbozzi quando servono, e anche i personaggi sono semplici schizzi, quelli che io chiamo bamboccini. Preciso che, sul foglio definitivo, inizialmente scrivo le battute, poi disegno il balloon di contorno, in modo da sapere quanto spazio mi rimane per disegnare – scrivendo testi generalmente lunghi, non potrei mai fare il contrario, col rischio di dover modificare i disegni, che è più antipatico, specie se ti sono riusciti bene. Tuttavia, a volte mi è successo di modificare all’ultimo momento le battute, e allora ho cambiato la dimensione delle vignette… l’avete capito: le mie matite, anche sul foglio definitivo, specialmente quando so di non voler usare l’acquerello, per il quale ci vuole una carta il meno possibile rovinata dalla gomma, sono una modifica continua. E perché no, dato che sono matite?

Inoltre, subito non sapevo dove ambientare la scena, se in bagno o in cucina – e infatti, nella prima vignetta del layout ho scritto: ?DOVE SONO???. Poi ho scelto: l’ho ambientata fra cucina e sala, durante la colazione di Tommy, con me che spazzo, da perfetta maniaca della pulizia quale sono. Infine, come si può vedere dalle fotografie seguenti, ho scelto una diversa disposizione delle vignette (schizzata sulla destra, in piccolo, nel primo foglio della seconda foto):

Dall'idea alle matite finite
Dall'idea alle matite finite

Successivamente, terminata la tavola 2 con battute e personaggi, ho aggiunto gli sfondi, andando fisicamente al piano terra e copiando dal vero, fra cucina e sala. Lo confesso: non mi piace molto disegnare gli sfondi e gli esseri inanimati (come le automobili o gli elettrodomestici), mentre adoro disegnare persone e animali, e credo sia palese; tuttavia, quando ci vuole ci vuole e, per raccontare tramite il fumetto, è inevitabile prestarsi anche a disegnare questo genere di cose. Nella vignetta numero 3 avevo pensato di aggiungere uno sfondo, ma mi sembrava più incisivo lasciarla senza (come per il rettangolo nero in Non a tutti piacciono i tatuaggi (reprise), dove mi sono dovuta trattenere dal disegnarmi raggomitolata su me stessa in uno sfondo nero, perché l’avrei trovato sì più divertente da disegnare, ma visivamente molto, molto meno potente di un rettangolo completamente nero e basta); poi, inchiostrando, ho aggiunto un motivo, per accentuare la mia espressione sbigottita: sapevo già che lo sfondo della successiva sarebbe stato nero, quanto la mia umiliazione nel realizzare pienamente quello che Tommaso aveva appena affermato.

Ed eccoci al termine delle matite: la tavola 2 ultimata con gli sfondi… e si inizia ad inchiostrare, ripassando i contorni delle vignette!

Gli strumenti che ho usato? La solita Perpetua per la squadratura e le bozze sul foglio definitivo, e due caricatori a mina 2B, uno con punta 0,7 per il layout e i disegni sui fogli definitivi, e uno con punta 0,5 per le rifiniture.

Dall'idea alle matite finite
Dall'idea alle matite finite

E per finire, ecco il mio assistente che, con il suo raspare nel divano, mi avverte che è da troppo tempo che sto seduta, lui ha dormito a sufficienza, ed è ora di andare fuori a sgranchirsi le gambe. Come farei senza di lui?

Dall'idea alle matite finite

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