Nel post precedente ho scritto che mi sarebbe piaciuto raccontare del mio parto (o meglio del parto di Tommaso, perché in realtà ha fatto ben più lui di me!), e quale occasione migliore di questa canicola che, rendendo la mansarda peggio di una sauna, m’impedisce di stare nel mio studio a disegnare (non ho voluto installare l’aria condizionata, al contrario che nel resto della casa, perché tanto io non temo il caldo: mea culpa, e finiamola qui)? Così, scrivo, visto che il pc me lo posso portare anche giù, dove fa sempre più fresco, o in giardino, facendomi una pipata (il mio nuovo amore, che sta sostituendo le sigarette, eccetto la Marlboro del mattino): e, comunque, non farò mancare la vignetta finale.

Per parlare del parto, tuttavia, non posso non raccontare anche della gravidanza, sicché gli articoli saranno due: vista la complessità degli argomenti, temo che un articolo solo finirebbe per assomigliare, in lunghezza, ai Promessi Sposi.

Certo, potrei anche disegnare un’intera graphic novel su gravidanza e parto, e lo troverei parecchio divertente ma, con il tempo a mia disposizione in questi anni, fatico persino a disegnare una tavola o due per il mio diario a fumetti, figurarsi una storia di un centinaio di pagine (pagine, non tavole); tra l’altro, ne ho già un’altra in mente, alla quale m’interesserebbe di più dedicarmi in questo momento, ma per ora ho rimandato il progetto a tempi migliori. Scrivere non è più facile che disegnare fumetti, ma è certamente più veloce ed immediato, e allora andiamo di prosa.

Dunque: non avevo mai pensato di avere figli. Anzi, fino ai trent’anni, ho sempre categoricamente escluso questa possibilità. La ragione? Paura, pura e semplice: anzi, fifa nera: di cosa, ne ho accennato di tanto in tanto nei miei post e nei miei fumetti, ma la questione principale era: sarei stata in grado di essere una buona madre, a causa del mio carattere a dir poco difficile e a causa della mia malattia? E: gliel’avrei trasmessa, insieme alle emicranie e al difetto cardiaco con il quale sono nata, che ora è riconoscibile e talvolta curabile persino nei feti, ma che mi ha tanto traumatizzata, essendo stata operata all’età di tre anni, portandomi ad odiare e temere medici e ospedali?

Poi, dopo i trenta, non so se a causa dell’orologio biologico impazzito, dello stabilizzarsi della mia malattia (stavo godendo di un lungo periodo di benessere e, non per la prima volta nella mia vita, mi ero illusa, da pura sciocca, di essere guarita, e che mi bastasse assumere i farmaci adatti per stare bene ed affrontare la buona e la cattiva sorte con i miei occhi, non con gli occhiali di pece nera che mi provoca la depressione), o di entrambe le ragioni insieme, ho iniziato a trovare l’idea non più così impossibile. Nel senso che avevo iniziato a pensare: Certamente non ora, ma in futuro, chissà.

In seguito, alla fine di gennaio del 2007, a quasi 86 anni, è morta mia nonna Angelina, la madre di mia madre, uno dei miei punti di riferimento e conforto fin dalla prima infanzia. Per fortuna il suo calvario è stato breve: una domenica pomeriggio è caduta nel suo appartamento, dove viveva sola con la sua soriana Sandy dopo la morte di suo marito qualche anno prima, rompendosi il femore destro – o forse, come spesso accade, è caduta dopo che il femore aveva ceduto? Portata in ospedale, è stata operata due giorni dopo ma, a seguito dell’intervento, sono intervenuti problemi cardiaci: aveva una coronaria ostruita, cosa che non era stato possibile diagnosticare in precedenza dall’ECG pre-anestesia. E’ stata portata in terapia intensiva – sempre lucida e non troppo sofferente, se non per il gonfiore agli arti – in attesa di un intervento di angioplastica, eseguito il lunedì successivo.

L’intervento non è andato a buon fine e quella sera tutti, lei compresa, sapevamo cosa sarebbe successo a distanza di poche ore.

Non scendo nei dettagli dell’addio che siamo riuscite a scambiarci, né della chiamata ricevuta intorno a mezzanotte (io sapevo che l’avremmo ricevuta, perché Sandy, che avevamo da subito adottato, nonché Sylvie e Kiki, che erano affezionatissimi alla nonna, sulle 23-23.30 avevano iniziato a dar segni di estremo disagio, cosa mai accaduta né prima, né dopo), né del funerale, né delle lettere trovate in casa sua, né della cremazione e tumulazione, per la quale abbiamo dovuto attendere fino al venerdì successivo. Anch’io, come lei, ho sempre desiderato essere cremata, ma dopo quest’esperienza non ne sono più tanto sicura: per chi rimane, il periodo di attesa è ancor più straziante del funerale stesso. Dopo un funerale ordinario, dove la bara contenente il corpo viene sepolta, la faccenda è in qualche modo chiusa, quanto la tomba, e si può iniziare a cercare di rimettere insieme i cocci, per quanto penoso possa essere – l’avevo già fatto per mio padre, nel 1990, l’altro lutto che ha davvero segnato la mia vita. Al contrario, con la cremazione, bisogna attendere: dopo il funerale non è tutto finito, si resta come sospesi in un limbo di dolore finché il corpo della persona cara non viene finalmente arso, raccolto in un’urna e tumulato. Non ho voglia di far passare a chi mi vuol bene un’esperienza simile – e credo che nemmeno la nonna Angelina avrebbe voluto, se fosse stata a conoscenza delle procedure necessarie.

In ogni caso, dopo le prime settimane dalla tumulazione, in cui il dolore era talmente bruciante da farmi sentire annebbiata, come costantemente ubriaca o sotto effetto di una pesante dose di Valium – lo ammetto: in quel periodo, ogni tanto ho fatto ricorso a questi palliativi, ma non tanto spesso quanto si può pensare, e solo di sera, mai durante il giorno, tantomeno al lavoro – nonché incredula per quanto tutto si fosse svolto velocemente (ma anche ringraziando, per questo, il solito Chissàchiocosa: so che mia nonna, sempre attiva nonostante gli acciacchi e i malanni più o meno gravi, come me avrebbe preferito morire piuttosto che trovarsi immobile in un letto, o comunque impedita nelle proprie attività giornaliere), ho iniziato a poco a poco a sentirmi meglio e, dentro di me, ero orgogliosa di come fossi riuscita a superare anche questo colpo.

Sono recidiva, non c’è che dire: esattamente come quando è morto il babbo, non avevo superato proprio un bel nulla. Ho continuato il corso di danza orientale e mi sono fatta lunghissime sedute di ellittica, che ho in mansarda insieme a un sacco da boxe e ai miei kettlebels – lo sport mi dava sollievo – ma non ho avuto il cuore di andare a Roma al concerto finale della reunion dei miei adorati Genesis (e dire che, prima della morte della nonna, avevo contato i giorni che mi separavano da quel 14 luglio), e quasi avevo smesso di disegnare, scrivere e persino leggere: al contrario, ero diventata campionessa di Tetris, giochino che avevo installato sul cellulare, uno dei pochi videogiochi che mi abbia mai appassionata negli anni ’80, e al quale ricorrevo ogni volta che non avevo niente da fare, per tenermi occupata in qualcosa di meccanico, che mi tenesse la mente impegnata senza obbligarla a lavorare, come la scrittura e il disegno. Anzi: la nonna Angelina mi manca ancora adesso, e il fatto che non pianga più – del resto, a parte nei primi quindici giorni dalla morte, durante i quali ogni occasione era buona per farmi aprire i rubinetti, poi non ho più pianto – significa solo che ci ho fatto l’abitudine. E credo che, se non fossi stata tanto sconvolta (credendo di non esserlo), non avrei deciso di “buttarmi” e provare a fare un bambino.

Comunque, è andata così. Se la nonna fosse morta più avanti, e/o in maniera meno veloce, forse sarebbe andata diversamente – o forse sarebbe andata nello stesso modo, chi lo sa. Fosse successo quando avevo oltre i trentacinque anni, credo che non avrei provato: oltre a tutte le paure che già avevo a trentuno, non avrei sopportato che il mio bambino potesse rischiare anche qualche malformazione a causa della mia età avanzata.

Daniele? Beh, ormai si era messo il cuore in pace sul fatto di non avere figli, ma non gli è sembrato vero ed ha subito acconsentito. E, due mesi dopo aver smesso di usare il preservativo (non prendevo più la pillola da un sacco di tempo perché, anche quella più leggera, mi aggrava e aumenta le emicranie), sono rimasta incinta.

Ve l’ho già anticipato all’inizio: questo post, come il prossimo, sarà lungotto, ma per chi non abbia voglia di leggerselo tutto e passare direttamente alla strip finale, anticipo che per definire la mia gravidanza sarebbero sufficienti due parole: un macello. Se scopro chi ha definito la gravidanza come un periodo magico per le donne (un maschio, suppongo), lo strangolo. Poi lo so, nessuna gravidanza è uguale all’altra, nemmeno nella stessa persona: ma la mia è stata un’esperienza poco gratificante, soprattutto dal lato fisico, e non ho la benché minima intenzione di riprovarci, grazie tante. Unica cosa che ho mooooolto apprezzato, la mancanza delle mestruazioni – con tutti i disagi che ho dovuto affrontare, ci mancava solo che facessi parte di quel piccolo gruppo di donne che soffrono di perdite mensili malgrado siano gravide.

Ma andiamo con ordine.

Prima di scoprire di essere incinta, ho iniziato a bere come una spugna. No, cos’avete capito? Arsa da una sete inestinguibile, mi scolavo litri di acqua – sebbene a volte non disdegnassi una birrozza, o un bicchiere di vino, o un aperitivo: il mio solito Negroni, al massimo un Martini o un Margarita – ma poi ci bevevo ugualmente un litro d’acqua dietro. Di solito mi succede prima e durante il ciclo, e avevo dato la colpa all’ambiente secco e asciutto della fiera Medica, a Düsseldorf, dove andavo ogni metà novembre, e al fatto che fossi nel periodo premestruale. Poi, a casa, quando ero ormai in ritardo una settimana (di solito, a parte nei periodi di stress, con il ciclo sono puntuale), ho fatto il test, e… felicità: ero incinta.

Tuttavia, nemmeno due settimane più tardi, eccomi con un mal di schiena pazzesco,che mi impediva di stare seduta per più di mezz’ora di fila, una stanchezza che mi faceva cascare dal sonno neppure due ore dopo essermi svegliata, una debolezza tale da farmi venire il fiatone anche solo dopo essere salita in mansarda, e una tremenda nausea con annesso saporaccio metallico in bocca ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette, che mi faceva spesso vomitare e mi ha accompagnata ininterrottamente fino circa al quarto mese. Chi è stato quel bastardo che le ha definite “nausee mattutine”?!? Di nuovo, immagino, un maschio che non le ha mai sperimentate.

Tuttavia, il peggio sono state le emicranie. Come sapete, soffro di emicrania con aura: per chi non lo sapesse, un attacco parte con disturbi visivi, afasia, nausea, paralisi della lingua, del naso, di un braccio, una mano, una gamba o un piede o una parte del viso– a me, di solito, succede a sinistra – per poi evolvere, a sintomi esauriti, in un mal di testa atroce, che solitamente prende una parte del capo. L’espressione “mal di testa atroce”, comunque, non è sufficiente a descrivere quel che si prova quando ti sembra che qualcuno ti abbia dato fuoco al cervello e cerchi di strappartelo via con un paio di tenaglie. In ogni caso, a parte gli attacchi davvero “brutti”, che mi vengono due o tre volte all’anno o anche meno, se prendo il mio Brufen in tempo riesco a gestirla abbastanza bene.

In gravidanza, figuratevi se si può assumere il Brufen. Anche un semplice Moment è considerato veleno: l’unica cosa che mi era concessa era una pastiglia di Tachipirina, massimo due. L’effetto era quello di un bicchiere di acqua fresca, e allora mi ero risolta di non prendere niente.

E gli attacchi si erano improvvisamente moltiplicati ed aggravati. Due, tre, anche quattro alla settimana. E, senza poter assumere farmaci, è stato terribile. Già avevo nausea e vomitavo; poi, durante gli attacchi, non riesco a mangiare e spesso rigetto… insomma, un disastro.

Fino al parto è stato così, con l’aggravante, verso il settimo mese, che Tommaso (già in posizione a testa in giù e pronto per uscire dal quarto), mi aveva letteralmente schiacciato lo stomaco con il suo tondo, adorabile sederotto, sicché mangiare, e persino bere, erano una tortura.

Come tutte le donne, avevo i miei disgusti e le mie voglie: io, grande bevitrice di caffè, non ne sopportavo più l’odore, come quello dei profumi troppo forti (non amo truccarmi, ma adoro i profumi: in quel periodo usavo qualcosa di Hermès, e dovetti ripiegare su una più smorta essenza al tè verde, che mai utilizzerei in condizioni normali, nemmeno sotto minaccia di tortura: il tè verde mi piace, ma da bere); il minimo boccone di carne mi tornava su e ne sentivo l’odore in bocca per giorni (prima di restare incinta, dopo più di venticinque anni di vegetarianesimo, avevo ricominciato a mangiarne, insieme al pesce, due o tre volte alla settimana, credendo che avrebbe fatto bene al bimbo/a); affettati, ancora peggio (e pensare che, dalle analisi, è risultato che ho avuto la toxoplasmosi, quindi ne sono immune, quindi avrei potuto mangiarli senza pericolo: da sbellicarsi, se penso alle mie amiche non immuni che avevano voglia di prosciutto o salame, tartare o sushi e sashimi e non potevano farlo); non digerivo più il cioccolato né l’anguria (ma amo questi cibi, e ogni tanto li ho mangiati lo stesso, conscia delle ovvie conseguenze); non riuscivo a bere che acqua frizzante e di alcune marche, quella naturale solo Rocchetta o San Benedetto (non rompete, non la considero pubblicità); il vino bianco mi stomacava, come il tartufo; i funghi mi sembravano viscidi come la pelle dei serpenti, e anche le sigarette non mi attraevano più tanto (questo non era affatto un male, l’ammetto): sono arrivata alla fine della gravidanza terminando il pacchetto di Marlboro quasi vuoto che avevo in borsa quando ho scoperto di essere incinta, e ne ho inaugurato uno nuovo, fumandone tre o quattro. In compenso, digerivo bene verdure, yogurt, mele e pere, minuscole porzioni di parmigiano e grana, pesce, riso e pasta: in particolare, ricordo di essermi rimpinzata di carciofi: crudi, lessati, al vapore, in vellutata, sott’olio – i carciofi mi piacciono, ma non così tanto. E che voglia di peperoncino e birra, diamine: non volevo che facessero male a Tommy – il primo stimolando i movimenti intestinali ed uterini, inducendolo ad uscire prematuramente, la seconda… beh, non è che in gravidanza ti incoraggino a bere birra, no? – ma non riuscivo proprio a resistere. Così, non senza un po’ di imbarazzo, durante una visita ho domandato alla ginecologa se potessero davvero nuocere a Tommaso, in dosi “umane” s’intende. Risposta: No, se il tuo corpo te li chiede, a dosi umane si possono assumere. E allora, ho continuato a spolverare i miei cibi di peperoncino come al solito (senza eccedere come avrei voluto) e, quasi ogni sera, mi facevo una piccola birra da 33 cl.

Come se non bastasse, forse per le difese immunitarie ridotte, ho subito più acciacchi che in una vita intera: un blocco al collo (ero letteralmente inchiodata, impossibilitata a girarlo anche solo di un millimetro), una dolorosa otite all’orecchio sinistro, una brutta gastroenterite, una dermatite alle braccia (mamma che prurito!), naso costantemente chiuso ed epistassi (io che non ne ho mai sofferto), un tremendo patereccio (meglio conosciuto come giradito) all’alluce sinistro, causato da un lieve schiacciamento, che dopo una notte di dolori pazzeschi mi ha fatto prima annerire, poi cadere l’unghia… tutte, ovviamente, impossibili da curare con i medicinali tradizionali. E, sempre ovviamente, non potevo assumere i miei soliti antidepressivi con il risultato che, in certi giorni, anche a causa delle oscillazioni ormonali tipiche delle donne gravide, il morale mi scendeva sotto i piedi.

Io avrei voluto continuare a lavorare fino alla fine – facevo l’impiegata, e non ero esposta a sostanze pericolose o a rumore – ma, dopo l’ennesimo feroce attacco di emicrania (ricordo che era la settimana prima di Pasqua, ed ero a tiro per l’ecografia morfologica), a causa del quale stetti a letto una settimana, rincoglionita al punto da non capire se mi si parlasse in italiano, in inglese, in francese, in tedesco, in dialetto romagnolo o in antico aramaico, ho deciso di starmene a casa. Di certo i miei datori di lavoro non ne sono stati felici (sanno bene che soffro di emicrania ma capisco che, se non se n’è mai fatta esperienza, si è portati ad associarla a un banale mal di testa, che la persona sofferente sopravvaluta, o prende come scusa per non fare quello che deve, come le faccende di casa o recarsi al lavoro), ma io ero arrivata al limite. Ero stanca, snervata, e ogni volta che sentivo arrivare l’ennesimo attacco avrei picchiato qualcuno dalla rabbia. E iniziavo ad avere paura di guidare sotto attacco, non tanto per me (l’ho sempre fatto, e lo faccio tuttora, con la massima attenzione e andando piano), quanto per Tommaso.

Ora, se c’è una cosa che mi irrita, è stare poco bene, ed essere impedita nelle mie attività; in questo, sono degna nipote di mia nonna Angelina. E la gravidanza l’ho vissuta così: come un grave impedimento allo svolgersi della mia vita quotidiana. Per non farmi vincere da tale stato, per dimostrare, soprattutto a me stessa, che tale stato non sarebbe mai riuscito a vincermi, quando stavo bene, facevo: dalle pulizie di casa, allo scrivere (in quel periodo disegnavo poco, ma scrivevo un sacco), leggere e tradurre testi in inglese, al prendermi cura della mia Tribù di pelosi e fare lunghe camminate con Kiki – Sylvie era una pigrona patentata, quindi, da sempre, giretto breve con entrambi, poi, a parte tre-quattro volte alla settimana in cui, con suo supremo disappunto, la obbligavo a venire con noi per tenerla in forma, passavamo da casa a lasciarla andare a stravaccarsi sul divano, ed io e il mio patatotto ripartivamo per una camminata seria.

E quanto sport ho fatto! Il sollevamento pesi era sconsigliato, per via dei legamenti più allentati in gravidanza, e non mi sono arrischiata, ma in quel periodo praticavo danza orientale, e ogni settimana mi recavo prima a Faenza poi a Forlì, quando la nostra insegnante faentina, incinta a sua volta dal maggio precedente, ha partorito e ci ha consigliato un’altra scuola affidabile.

Inoltre, 40-45 minuti di ellittica al giorno, almeno cinque volte alla settimana, non me li levava nessuno. Lo facevo per stare in forma (con quello che mangiavo non c’era problema, ma non volevo minimamente rischiare di ingrassare troppo, né che i miei bei muscolotti si atrofizzassero: da sportiva, ho sempre tenuto al mio fisico), perché mi stimolava le endorfine facendomi stare bene, mi scaricava i nervi… e perché, su richiesta della ginecologa, a causa dell’intervento al cuore che avevo subito a tre anni, mi ero fatta visitare da un cardiologo, con il responso che, a causa dei materiali poco elastici utilizzati in quei primi interventi sperimentali, ho ancora un piccolo rigurgito alla valvola aortica, nonché un lieve prolasso della valvola mitralica. A causa di ciò, sarebbe stato meglio partorire con un cesareo programmato: se il parto fosse stato difficoltoso e/o prolungato, a causa delle apnee durante le spinte, avrei potuto avere un ictus, che non sarebbe stata una gran cosa, con un neonato da accudire (per la stessa ragione mi hanno sconsigliato il nuoto subacqueo: per fortuna che non ho mai avuto voglia di provare, sebbene da bambina abbia praticato un sacco di nuoto “normale”).

In ogni caso, io non volevo sottopormi a un nuovo intervento chirurgico. Non per partorire, almeno, cosa che, volendo, si può fare anche in maniera naturale: ho visto bene la differenza c’è nel dopo, fra le mie amiche che hanno partorito naturalmente e quelle che hanno dovuto sottoporsi ad un cesareo. Io sopporto bene il dolore, ma questo mi disturbava assai – ve l’ho detto, odio gli ospedali e odio i medici tanto che, se fosse stato possibile farlo in sicurezza, avrei preferito partorire nella tranquillità di casa mia. Così, cercavo di tenere il mio corpo e soprattutto il mio cuore allenati, in vista di un possibile (quanto ci ho sperato!) parto naturale prima del giorno dell’intervento, che di solito si effettua la settimana precedente al termine: e comunque, sapevo che l’attività fisica stimola le contrazioni – quante volte ho detto a Tommaso: Forza, che ce la possiamo fare da soli!

Quindi, quando potevo, mi allenavo.

Il risultato? Quando mi hanno pesato in ospedale, dopo avere partorito, ero 52 chili tondi tondi mentre, quando ero rimasta incinta, ne pesavo 57. Il giorno successivo al parto, dopo la doccia, mi sono guardata nello specchio del bagno e mi sono alquanto spaventata (ora ne peso ancor meno: tendo ad ingrossarmi con il sollevamento pesi mentre, se mi dedico solo ad attività aerobiche, come le lunghe camminate, i miei muscoli si riducono – lo so, ha ragione mia mamma quando sostiene che sono fatta al contrario): sembravo anoressica, ero tutt’ossa e, invece del piccolo panciotto tondo e basso che mi aveva accompagnato negli ultimi mesi – sembrava che avessi ingoiato un cocomero – avevo, letteralmente, un buco. In compenso, anche nell’ultimo mese di gravidanza, non ho mai sofferto di gonfiori o pressione alta, sono sempre stata tonica ed elastica, mi sono sempre chinata per raccogliere oggetti (o le cacche dei cani, o gli escrementi delle micie dalla lettiera), facevo stretching con più flessibilità di una ragazzina, avevo resistenza e fiato da vendere (e non ho mai avuto bisogno di togliere, come invece mi consigliava la ginecologa ad ogni visita, il piercing all’ombelico, che tra l’altro mi ero fatta il giorno della morte della nonna) e, dopo il parto, non ho avuto i famigerati chili da smaltire – al contrario, con l’allattamento e tutto il correre che ho fatto nei primi mesi per cercare di rimettere a posto la mia vita sconvolta dalla nascita di Tommaso, sono arrivata a pesare 50 chili.

E Daniele, in tutto questo?

Beh, faceva quello che poteva; come me, del resto. Forse non era pronto; sicuramente io non lo ero. Chi ti avverte che la gravidanza ti sconvolge il corpo e la psiche, al punto da non esserne più padrona? Forse è una preparazione al dopo-parto, periodo ancora più sconvolgente, anche considerando che, al contrario della gravidanza, non ha mai fine – quando, con Tommaso urlante in braccio, me ne sono resa conto, ho passato un momento di sconvolgimento totale). Il fatto è che nessuno lo dice, nessuno ti avverte: attenzione, pericolo. Tutti ti parlano di quanto sia bello essere incinta, aspettare un bambino, allevarlo e accudirlo… mai nessuno che ti dica che ti sconvolge la vita, in meglio e in peggio. Quel che dicono, al massimo, è che “ti cambia la vita”. Ma non è che te la cambia: te la ribalta, te la destabilizza, distrugge qualsiasi equilibrio esistente, anche nella coppia, e già questi sono eufemismi!

Tuttavia, ho avuto una grossa fortuna: la mia gravidanza non è mai stata a rischio, e non mi sono mai dovuta mettere a letto, pena la perdita del bambino – a mia mamma successe durante la prima gravidanza, e subì comunque un aborto spontaneo al terzo mese. In quel caso, sarei impazzita: non sarei mai riuscita a starmene a letto inattiva per tanti mesi, probabilmente mi sarei alzata e forse avrei perso il bambino, con i conseguenti sensi di colpa per la mia debolezza. Già con le emicranie il mio pensiero costante era: “Se sto così male io, quanto sta male Tommaso?” Inoltre, ero preoccupata che, a causa della scarsa alimentazione, Tommy non assumesse i nutrienti necessari, tanto che, alla fine della gravidanza, pur di buttar giù qualcosa, tenerlo nello stomaco e non sentirmi un cinghiale dentro e sopra di esso e finire per vomitare, scioglievo degli omogeneizzati in una tazza di brodo e sorbivo il tutto lentissimamente.

La ginecologa mi rassicurava che malgrado io stessi da cani, il feto stava benissimo, ma mi sarei fatta fare un’ecografia alla settimana, pur di assicurarmi che tutto procedesse bene. Chiaro che non era possibile: e comunque, dagli esami, era vero che tutto andava per il meglio. Tommaso era in salute, perfettamente formato, si vedeva già che aveva preso il mio naso e la testa tonda, nessun difetto cardiaco, e persino l’epatite B che avevo contratto a sette anni non avrebbe influito, in quanto il mio fegato, grazie alla giovane età che avevo quando mi sono ammalata, si è perfettamente rigenerato: dagli esami risulto immune, come una persona che sia stata vaccinata, e non c’è pericolo di contagio se mi taglio e qualcuno viene a contatto con il mio sangue (in caso contrario, dovrei fare attenzione a non contagiare altre persone con il mio sangue e altri umori, e Tommaso avrebbe dovuto sottoporsi a una profilassi particolare dopo il parto). Addirittura, il piccolo non sembrava tanto piccolo: dalla misurazione dei piedi e delle ossa del femore, sembrava piuttosto quel che si definisce un bambinone. Ma, mi domandavo, come faceva un bambinone a stare dentro al panciotto che mi ritrovavo a 38 settimane, quando tutti mi scambiavano per una donna all’inizio del secondo trimestre?

La risposta nel prossimo post. E ora, godetevi la vignetta: veloce veloce, a matita e pennarelli su carta da poco – ma quanto mi diverto, ogni tanto, a scarabocchiare così!

Cronache di un'imperfetta cronica

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