Vi avverto subito che ho deciso di dividere la cronaca della mia gravidanza e parto in tre articoli, e non nei due preannunciati, per evitare che questo secondo diventi eccessivamente lungo e cada nel noioso. Sapevo di avere molto da raccontare, ma non avrei mai creduto fosse così tanto!

Quindi, armatevi di pazienza: oggi si parla “solo” di pre-parto.

Dal momento che non c’è bisogno di essere degli Sherlock Holmes per capirlo, e quei pochi che seguono questo blog già lo sanno – ricordo di averlo già scritto in un post o in una strip, o addirittura in entrambi – vi anticipo fin dall’inizio che Tommaso è nato con parto naturale, alle 23.27 di domenica 13 luglio 2008. Segno zodiacale cancro con ascendente ariete, profilo astrale (elaborato da una mia compagna di danza orientale esperta in queste cose, ed esatto al millesimo di millimetro): carattere forte, testardo e permaloso all’ennesima potenza, attaccatissimo alla famiglia. Altezza, 49 cm., peso, 2,440 kgs.; caratteristiche fisiche: magro, leggera peluria castana con “lecchi” dappertutto sulla testa tonda, sopracciglia inesistenti, occhi azzurro-bluastri (come quelli di tutti i neonati, certo: ma siccome quello degli occhi chiari è un gene recessivo, e sia io sia Daniele abbiamo occhi chiari, sapevamo con certezza che Tommy non avrebbe avuto occhi scuri), naso a patata, fossetta sul mento, nonché ai lati della bocca (a sinistra, più definita di quella a destra, che si vede solo quando sorride), e mani e piedi enormi.

Da allora, l’unica cosa che è cambiata, a parte ovviamente altezza e peso e l’aver messo su i denti, sono i capelli: dopo avere perso la peluria ed essere rimasto pelato fin quasi ad un anno, ha sviluppato una capigliatura biondo scura, folta, liscia e fine, con gli stessi “lecchi” di quando è nato – la mia parrucchiera mi ha spiegato che manteniamo per tutta la vita la stessa attaccatura capillare con cui nasciamo. Quanto a colori e aspetto fisico, si è rivelato un misto fra Daniele e me e, obiettivamente, è sempre stato un bellissimo bambino. Altrettanto obiettivamente, Daniele ed io siamo persone abbastanza ordinarie, né superfighe né inguardabili, ma Tommaso ha preso di entrambi le caratteristiche migliori. Avesse preso quelle peggiori, non gli avrei voluto meno bene, ma sono felice che possa usufruire di quella falsa qualità da sempre tanto osannata, ma irrimediabilmente effimera, che è la bellezza. Inoltre, il mio lato da artista ama naturalmente il “bello”, in tutte le sue forme, sia effimere sia eterne, e ammetto di provare un moto d’orgoglio ogni volta che lo guardo – anche se non è certo merito mio e di Daniele se i nostri geni si sono combinati in maniera tanto perfetta.

Ma come siamo arrivati a qui?

Bene: alla trentottesima settimana ero pronta per il parto cesareo, fissatomi per il venerdì 19 luglio all’ospedale civile di Faenza, che avevamo preferito a quello di Lugo dopo avere ascoltato diversi pareri e opinioni. Avevamo reimbiancato i muri di casa, fatto il trattamento agli scuri delle finestre, pulito tutto quanto, riordinato e gettato cianfrusaglie inutili da cassetti e armadi in modo da avere più spazio, impostato la predisposizione della cameretta di Tommaso, quella adiacente alla nostra, che chiamavamo “stanza del casino” in quanto, al pari dello spazio dietro l’armadio in mansarda, dove sta la caldaia, era occupata dai miei vecchi mobili (armadio e letto, che comunque abbiamo deciso di tenere in quanto ancora praticamente nuovi – ah, il vecchio legno massiccio di una volta!) e utilizzata come sgombraroba – ora è tornata una “stanza del casino”, sebbene per motivi diversi. Avevamo fatto la lista di nascita nel negozio di articoli per l’infanzia più fornito di Lugo – già qui, mi era venuto il sospetto che la gestione di un neonato fosse una questione un tantino complicata: quante cose strane, di alcune delle quali ignoravo persino l’esistenza, sembravano essere invece necessarie! – e ritirato il tutto, ripromettendomi di riservare la trentanovesima settimana per montare quel che doveva essere montato e leggere un po’ di manuali di istruzioni sull’uso di vari oggetti a me assolutamente sconosciuti. Il mio trolley per il ricovero era pronto, insieme al kit per la crioconservazione delle cellule staminali del cordone ombelicale, effettuata in un istituto privato di San Marino, le cui lunghe e noiose pratiche burocratiche erano state tutte sbrigate con successo – avendo io avuto l’epatite B, sebbene sia perfettamente guarita e assolutamente non contagiosa, non potevo donare il cordone ombelicale, come non posso donare né il sangue né gli organi (mi secca alquanto, ma non posso farci niente); però nulla mi vietava di conservare le cellule staminali per un eventuale utilizzo da parte dello stesso Tommaso: cosa, questa, totalmente indesiderabile, grazie, ma è un po’ come per l’assicurazione sulla vita, sulla macchina, sulla casa, persino sul cane, che le fai sperando di non doverle mai usare.

Ero persino andata dalla parrucchiera a farmi regolare i capelli in maniera professionale, anziché continuare a tagliarli in casa con la macchinetta, come faccio in estate, e come avevo fatto anche quell’anno fino a quel momento

L’unica cosa che non avevo completato era il corso pre-parto: ma, dopo il primo disastroso incontro, ho deciso che non faceva per me. Daniele era a casa ad imbiancare, con i miei zii, ed io mi sono trovata da sola, in mezzo a coppie tutte felici e contente, con gestanti del tutto esenti dai disturbi dei quali soffrivo io – al peggio, avevano accumulato una quindicina di chili già al sesto mese ed invidiavano la mia invidiabile linea (costatami i poco invidiabili sei mesi di vomito e crisi emicraniche pressoché ininterrotte), avevano le gambe gonfie a causa del caldo e della normale ritenzione idrica e non riuscivano a piegarsi a causa del pancione, tutti disagi normali per una normale gravidanza. Vi ho già detto che, come ha sempre (a ragione) asserito mia mamma, sono fatta al contrario: come potevo dunque sperare in una gravidanza ordinaria?

Inoltre, la dottoressa che teneva l’incontro ha iniziato fin da subito con l’illustrarci il programma: si sarebbe parlato solo di gravidanza e parto, mentre tutto ciò che m’interessava davvero, cioè il dopo, come accidenti si fa ad accudire un neonato quando non ne hai nemmeno una mezza idea, non era compreso. Avrei dovuto aspettarmelo: in fondo, era un corso pre-parto, non un corso post-nascita; il problema era che, fra i vari manuali, internet e medici, nonché l’esperienza personale, le magagne della gravidanza non mi erano nuove (sebbene fossero l’opposto di quelle che mi sarei aspettata), e sapevo bene che il parto, che tu respiri correttamente o meno, si riduce in molto, molto, moltissimo dolore. Se sei tanto fortunata da partorire naturalmente, non è forse qualcosa – qualcuno – delle dimensioni di un’anguria, che deve passare per un orifizio con le dimensioni di un piccolo limone? Sicché, a volte, c’è bisogno di intervenire con un’episiotomia, o qualcosa di peggio, con rischi anche per il nascituro, non solo complicanze e disagi post-parto per la madre. E se invece vieni sottoposta ad un cesareo, è comunque un intervento chirurgico, con annessi e connessi, che non sono mai piacevoli.

Capiamoci bene: gravidanza e parto non sono faccende naturali. Non è forse vero che, prima dell’avvento della medicina moderna, molti neonati nascevano morti, o morivano poco dopo? E quante donne sono morte di parto, o in conseguenza ad esso? Non si è mai fatta una stima ma, credo, non tante meno degli uomini che perdevano la vita in guerra.

Il mio primo incontro si è concluso con un’emicrania. Nel parcheggio, ho telefonato a Daniele, che stava finendo di imbiancare con i miei zii, gli ho detto che mi stava venendo un attacco e che avrei atteso nel parcheggio dell’ospedale finché non mi fosse passato il “pallino”, poi sarei tornata a casa per ficcarmi a letto. E la mia esperienza con il corso è terminata lì: avevo di meglio da fare, per impiegare il mio tempo, che stare a sentire cose che già sapevo, quando avrei voluto imparare cose che ignoravo totalmente.

Tuttavia, malgrado per la mia ginecologa fosse fonte di preoccupazione, a causa dei lievi difetti cardiaci che mi aveva scoperto lo specialista, io continuavo a sperare in un parto naturale, ed ero sempre più convinta che avremmo potuto farcela: Tommaso si era girato a testa in giù già dal quarto mese e, sebbene a quel tempo avesse ancora abbondante spazio per le sue acrobazie (la sua preferita era la capriola, con zuccata finale contro la parete in basso a destra nel mio povero utero), alla fine ritornava sempre lì. Inoltre, già da un po’ il mio pancino da sempre basso si stava costantemente abbassando, e dalla fine della trentaseiesima settimana avevo iniziato gradualmente a perdere il tappo di muco che chiude l’utero per proteggere il neonato da infezioni e ad avere, puntualmente dalle 23.00 alle tre di mattina circa, le contrazioni preparatorie, chiamate “contrazioni di Braxton Hicks”. Per nulla dolorose, m’impedivano comunque di dormire, sicché, anche a causa del caldo di quei giorni (abbiamo installato il condizionatore solo quando Tommaso ha compiuto un anno), scendevo al piano di sotto, aprivo la finestra per far entrare il fresco della notte e, con tutta la Tribù al seguito, guardavo i film trasmessi in seconda serata su Canale 5: ricordo in particolare “The full monty”, “Forrest Gump” e “Nato il 4 luglio”.

E pensavo: Dai, Tommy, che ce la possiamo fare davvero.

Arrivata al giovedì della trentottesima settimana, al mattino avevo appuntamento in ospedale per gli esami del sangue, l’ECG e i controlli pre-anestesia, e alla sera il colloquio con l’anestesista. Siccome avevamo lo Scénic in riparazione, eravamo andati a Faenza con la Matiz, poi ero tornata a casa lasciando Daniele al lavoro, a Barbiano. Il programma era di andarlo a riprendere all’uscita, recarci nuovamente a Faenza per la visita con l’anestesista, e poi andare a mangiare una pizza –altra cosa che, stranamente, Tommaso mi lasciava digerire abbastanza bene; vero è che non amo le pizze troppo farcite, al massimo ordino una margherita con una o due verdure crude… e sarà un caso che Tommy ha sempre amato la pizza, per giunta nei miei stessi gusti?

Quando fai un piano, è risaputo che andrà tutto in altro modo. E infatti, sono arrivata a casa, ho fatto i miei 40-50 minuti di ellittica, stretching, una doccia, fatto fare pipì a Sylvie e Kiki, uno spuntino, poi mi sono lavata i denti e… mi sono ritrovata stanca. Prima di avere Tommaso ero una nottambula, alla notte disegnavo e scrivevo fino a tardi: vero è che mi svegliavo anche più tardi: ora sono per forza mattiniera, con Roddy (che, vi ricordo, non fa i bisogni in giardino, al contrario di Sylvie e Kiki, con i quali potevo permettermi di fare la camminata mattutina soltanto nei giorni liberi), e spesso Tommy da aiutare a preparare per la scuola, ma alla fine ci si abitua a tutto, malgrado le tendenze fisiologiche. In ogni caso, non sono come Daniele, che ha bisogno di dormire dodici ore per star bene: a me ne bastano, di solito, cinque o sei o anche meno. Tuttavia, soprattutto dopo un periodo stressante, o nel quale ho dormito veramente poco, sento il bisogno di andare a letto prima, o meglio, se posso, di appisolarmi un’oretta al pomeriggio. Da quando il mio sonno notturno era così disturbato, avevo iniziato a fare abitualmente questo riposino: tanto, ero a casa dal lavoro, e non avevo bambini piccoli da accudire.

Quel giorno, mi sono sdraiata a letto e, attorniata dalla mia Tribù, ho praticato a Tommaso un trattamento Reiki, come avevo iniziato a fare in quell’ultimo mese – ho il secondo livello: chi non sa cosa sia il Reiki se lo googli, ma per questo post vi basti sapere che è, in parole povere, l’apertura dei canali di una persona all’Energia Universale, che in questo modo può trasmetterla a se stessa o agli altri (ridete pure, ma intanto funziona, anche se non per vincere malattie mortali come sostengono alcuni estremisti – ormai lo sapete che sono poco amica di qualsiasi “ismo”). C’è chi sostiene che i trattamenti Reiki non andrebbero praticati su una donna gravida, ma quella del Reiki è un’energia estremamente positiva, e ho sempre dubitato che potesse arrecare un qualsiasi danno a me e Tommy: al contrario, praticarmi un autotrattamento mi ha sempre rilassata, tanto che a volte mi addormento in corso d’opera, e in gravidanza provavo la stessa sensazione; inoltre, speravo che giovasse anche a Tommaso, rilassasse anche lui dopo la gravidanza travagliata dai miei malesseri (nessuno è mai riuscito a convincermi che lui non li sentisse), gli comunicasse il mio affetto e quanto desideravo conoscerlo di persona, e magari gli facilitasse e accelerasse la discesa e il passaggio: a ben pensarci, il parto dev’essere evento traumatico quasi più per il neonato che per la madre.

Dopo il trattamento, rilassata malgrado il caldo, mi sono appisolata. E sono stata risvegliata dalle contrazioni. No, non quelle solite preparatorie di cui soffrivo di notte: la tensione muscolare che avvertivo era la medesima, ma queste erano dolorose. Sempre più dolorose e sempre più ravvicinate, tanto che ho faticato a vestirmi, andare in bagno, e scendere al piano di sotto: quando s’interrompevano, la tensione e il dolore scomparivano come per magia e potevo agire ma, mentre la contrazione era in atto, non potevo fare altro che tenermi la pancia e respirare.

Sono arrivata in sala accompagnata dalla Tribù, tutti solleciti e incuriositi e, prima di telefonare a Daniele – non avrei potuto certo guidare in quelle condizioni, non fino a Faenza, a venti, venticinque minuti da Lugo a velocità normale– ho dovuto sedermi sul divano, in preda ad una nuova contrazione. Da un lato ero felice, forse sarei riuscita a partorire naturalmente, ma dall’altro… beh, forse non ci credevo, e forse avevo un po’ paura: se Daniele non fosse arrivato in tempo, avrei partorito in casa, da sola, e il mio cuore, che avevo tanto allenato, mi avrebbe aiutata o mi avrebbe tradita? E come cavolo si faceva a partorire da soli? Sottolineo che non temevo tanto per me, ma per Tommaso: in caso di un mio ictus si sarebbe ritrovato, nella migliore delle ipotesi, con una mamma incapace di prendersi cura di lui.

Terminata la contrazione, ho raggiunto il telefono fisso e chiamato l’ufficio di Daniele. Non ricordo se ha risposto lui o se me lo sono dovuta fare passare, ma ricordo benissimo le mie parole, dette col tono più calmo e tranquillo che riuscivo a mantenere, nonché alla massima velocità, perché le contrazioni, ora, erano davvero ravvicinate: “Guarda, magari appena metto giù il telefono non me ne vengono più, ma qua io sto avendo delle contrazioni della miseria!”

Cosa?

“Queste mi fanno male, nonriescoaguidare!” ho ribadito, e a causa di una nuova fitta mi sono seduta direttamente sul pavimento.

Daniele ha capito – sapeva bene quello che mi stava succedendo nell’ultimo periodo: è sempre stato partecipe nella gravidanza, quanto lo è come babbo (a volte penso che sia più lui di me a svolgere il ruolo di “mamma”, nella nostra famiglia, ma questo argomento esce decisamente di tema e, come si dice, è un’altra storia, che racconteremo un’altra volta). Sicché, ha risposto: “Arrivo subito”, e si è fatto accompagnare a casa da un collega.

Il quale, non ricordo chi fosse (sono una grande azienda, non come dove lavoro io che non arriviamo a quindici) ma, durante il tragitto, gli raccontò qualcosa su una sua parente, o sorella, o addirittura sua moglie, che non riuscì a raggiungere l’ospedale e partorì in automobile. Incoraggiante, no?

Nel frattempo, come avevo previsto, dopo altre tre contrazioni fortissime, praticamente senza interruzioni l’una dall’altra, mi si è fermato tutto. Sono rimasta incredula: un momento avevo un dolore atroce, il momento dopo non avevo più niente, se non i muscoli dell’addome un po’ tesi. E quando Daniele è arrivato, dieci minuti dopo, non ho potuto fare altro che scusarmi, ridacchiando imbarazzata per il falso allarme.

Tuttavia, era palese che qualcosa fosse in atto, sicché ho telefonato all’ospedale di Faenza e spiegato l’accaduto alla caporeparto, che mi ha detto di recarmi in ginecologia a farmi visitare, prima di andare al controllo con l’anestesista.

Risultato? Non mi hanno nemmeno visitata poiché, a parole della dottoressa, “Se ti visito, ti stimolo ulteriormente e finisce che partorisci stanotte”.

Non avrei chiesto di meglio, ma mi sono morsa la lingua. Era un periodo in cui era di moda il “tutto naturale”, dal parto all’allattamento, in contrasto al periodo precedente, in cui si ricorreva al cesareo quasi senza bisogno e si cacciava il biberon in bocca al bambino fin da subito, se appena la mamma mostrava di avere poco latte – le mode hanno corsi e ricorsi, spesso si passa da un eccesso all’altro – e la dottoressa non era molto convinta del consiglio del cardiologo e della mia ginecologa di ricorrere al cesareo anticipato. La cosa mi aveva non poco infastidita: io per prima non avrei voluto operarmi, ma dal momento che in quel modo avrei potuto evitare rischi peggiori di un taglio in pancia, mi ero rassegnata, e non avevo proprio voglia di discutere con una dottoressa che sosteneva che “bisognava lasciar fare il suo corso alla natura”.

Comunque, alla fine ho fatto la visita dall’anestesista, siamo andati a cena fuori, e ho continuato ad avere nuove contrazioni preparatorie – non dolorose – alla notte, fino al sabato.

La domenica mattina, quando mi sono alzata, scusate la crudezza ma non posso dirlo in altri modi, la testa di Tommy era totalmente incanalata, la sentivo premere contro la vagina. Per avere conferma delle mie sensazioni, mi sono tastata, mi sono guardata allo specchio e mi sono detta, fra eccitazione e timore: “Così, non arriviamo a sera.”

Poi, dopo colazione, mi è scoppiata l’ennesima emicrania: non fortissima, ma tale da farmi sdraiare a letto e dormire tutto il giorno –quando sto male, soprattutto a causa degli attacchi di emicrania, se riesco ad addormentarmi il più è fatto.

Mi sono svegliata verso le cinque, cinque e mezzo del pomeriggio. Mi sentivo bene, ero rigenerata, tanto che… beh, ormai sapevo che sarebbe stata l’ultima volta che l’avremmo fatto per un po’, quindi ho chiamato Daniele. E dopo, come se non bastasse, sono andata in mansarda, ho puntato quaranta minuti sul timer dell’ellittica, e via a pedalare al ritmo dei Chemical Brothers.

(Un avvertimento, soprattutto ai signori maschi, più sensibili in queste cose: se provate fastidio, smettete di leggere, poiché ormai sapete che quello che racconto con prosa e disegni, se decido di raccontarlo, lo racconto fino in fondo e senza censure.)

Avevo quasi terminato, mancavano due o tre minuti ed erano quasi le 19.00, quando ho sentito distintamente un CIC! a livello della vagina. E ho iniziato a gocciolare, quasi come durante un ciclo mestruale abbondante.

Ricordo di aver pensato: Allora, il liquido amniotico è tutto qui? Poi ho chiamato Daniele.

“Cosa c’è?” ha risposto lui dalla sala, dove stava guardando il suo amato tenente Colombo, che un tempo trasmettevano alla domenica, su Retequattro, il tardo pomeriggio.

“Senti, non ti allarmare”, l’ho avvertito, scendendo in fretta le scale tenendomi l’asciugamano tergisudore fra le gambe, “Ma credo di avere appena rotto le acque.”

COOOOOSA?!?

E’ salito, e mi ha trovata in bagno, che mi approntavo a fare la doccia: non potevo presentarmi in ospedale sudata fradicia, in calzoncini e canottiera zuppi!

Solo che, appena sono entrata nella vasca (nel bagno grande, quello della zona notte notte, abbiamo la vasca, e per fare la doccia usiamo il cosiddetto “telefono”), ho iniziato davvero a perdere il liquido amniotico. Altro che ciclo mestruale: sembrava un fiume in esondazione!

Ho fatto la doccia con calma, lavandomi bene, mentre Daniele fremeva. “Tanto è il primo figlio”, lo rassicuravo io, e ne ero convinta: mi sentivo bene, di contrazioni nemmeno l’ombra. Inoltre, avevo le esperienze di amiche e conoscenti che, soprattutto con il primo figlio, avevano impiegato giorni per partorire, malgrado la rottura delle acque. “C’è tutto il tempo.”

Quando sono uscita dalla vasca, ho perso nuovamente del liquido: il flusso era stimolato dal movimento. Un assorbente da notte non era sufficiente a contenere le perdite, sicché non ho trovato di meglio che infilarmi fra le gambe un pannolino di Tommaso, fissarlo con un paio di mutande contenitive, di quelle che uso durante il ciclo, e portarmene dietro un altro, insieme a un paio di asciugamani da mettere sotto al sedile dell’auto, per sicurezza. Poi ho caricato e fatto partire la lavatrice con tutti i panni sporchi, mentre Daniele, poveretto, era arrivato al limite dell’impazienza – forse a causa della storia che gli aveva raccontato il suo collega il giovedì precedente?

E infine, siamo partiti: in auto, mentre io avvertivo i miei parenti, cioè i miei zii, mia mamma e mia sorella, Daniele, di solito attento a rispettare i limiti di velocità, andava a tavoletta, tanto che lo prendevo in giro: “Dai, cosa corri? C’è tempo, mica partorisco in macchina!”

“Sono tranquillissimo, non sto correndo!”, rispondeva, ma un po’ gli tremavano le mani.

E per ora chiudo qui, lasciandovi alla solita vignetta, dove ovviamente non compare Rodomonte – caro Roddy, non ti offendere, ma nove anni fa non erano nati nemmeno i tuoi genitori!

Cronache di un'imperfetta cronica
CANIcola
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