Come ho scritto più volte, nel mio sgangherato diario a fumetti “Cronache di un’imperfetta cronica” il mio Whippettone Rodomonte è il mio alter ego saggio, capace di guardare alla vita con ironia, britannica flemma (non per niente, il Whippet è di origine inglese) e con quel distacco, quella placidità che solo gli animali riescono a conservare di fronte alle umane miserie, senza farsi prendere dall’ansia come faccio io.

Quindi, sebbene ci troviamo frequentemente d’accordo e siamo molto legati, i nostri punti di vista su parecchie questioni non possono che essere diversi.

Anche le nostre preferenze sono spesso discordanti: per il fumetto l’ho umanizzato, traducendo i suoi (probabili) pensieri in lingua italiana, ma resta pur sempre un levriero, con gusti e disgusti canini, mentre i miei sono quelli di un’umana.

Tuttavia, abbiamo molto in comune. Entrambi adoriamo la zucca e le carote (e la birra ma, con suo estremo disappunto, quando me ne faccio una, a lui non la lascio nemmeno annusare), le lunghe camminate (sebbene lui odi quelle sotto la pioggia, sicché gli faccio fare solo una passeggiata igienica, e poi lo lascio tornare in casa, l’asciugo, e la camminata me la vado a fare da sola), stare sul divano a farci le coccole alla sera, poltrire nel letto almeno fino alle otto la domenica mattina, io con un libro e lui con la testa sulla mia schiena, e molto altro ancora.

E anche a me non piace andare dai medici, tantomeno dal dentista. In particolare, odio dovermi sottoporre all’igiene annuale, a causa dei miei denti oltremodo sensibili. Mi sono accorta tardi di soffrire di bruxismo, quando ormai gli unici denti che combaciavano, i molari, erano già tutti limati: in pratica, alla notte mi mangiavo i denti, finché non ho iniziato a mettere il bite – per farvi un’idea della potenza delle mie fauci, sono riuscita persino a spaccarne uno, dopo tre anni di onorato servizio. Ma non sto a dirvi quanto soffro, quando l’igienista me li pulisce: trovo quasi meglio quando, ogni tanto, devo rifare le sigillature che li proteggono da eventuali carie: almeno, per quanto sgradevole sia l’iniezione, per questa operazione mi sottopongono ad anestesia locale. Per fortuna, malgrado beva té, caffé e tisane e fumi, non arrivo mai all’appuntamento annuale con i denti troppo sporchi: dopo tutto quello che ho patito per sistemarli, mettendo l’apparecchio fisso dai diciannove ai ventitre anni, sono scrupolosa nell’igiene orale tanto che, se non riesco a lavarmeli dopo aver mangiato, o almeno passare il filo interdentale, provo un estremo disagio fisico e psicologico.

Malgrado in alternativa ai soliti biscotti per cani, gli abbia sempre offerto delle crocchette speciali che contengono enzimi per la salute orale (le mangiava anche Kiki, che soffriva di piorrea, ed è morto a circa dodici anni con tutti i denti in bocca, a dispetto del primo veterinario consultato, che aveva previsto che entro i quattro anni sarebbe rimasto pressoché sdentato) e, dal maggio scorso, abbia iniziato a lavargli i denti quasi ogni sera con dentifricio per cani e speciali spugnette, Roddy è un levriero, e non può certo aver cura da sè della propria dentatura come un umano. Così, insieme al veterinario, abbiamo deciso di praticargli una detartrasi, siccome gli accumuli di placca e tartaro iniziavano a diventare consistenti.

Ovviamente, per praticare la detartrasi a un cane, che non sta certo fermo a farsi ravanare in bocca, bisogna addormentarlo e, a causa del loro particolare metabolismo, praticare un’anestesia generale, seppur leggera, ai levrieri, è una questione da affrontare con cautela. Sicché l’idea era questa: Roddy ha quasi quattro anni, gli facciamo una bella pulizia ora, io continuo a lavargli i denti e offrirgli le crocchette apposite e, fra quattro anni, quando ne avrà otto, valuteremo il da farsi: proprio a causa dell’anestesia, a meno di problemi particolari, il mio veterinario sconsiglia la detartrasi nei cani… brutto definirli così, ché io considero sempre i miei pelosi come eterni cuccioloni, ma comunque: nei cani anziani; figurarsi nei levrieri anziani.

In  ogni caso, sabato scorso avevamo l’appuntamento. Dopo l’ECG e gli esami del sangue, tutti perfetti, l’anestesista ha somministrato a Rodomonte un leggero tranquillante. Poi, quando in braccio a me su una poltrona della sala d’aspetto ha iniziato, come si suol dire, a calargli la palpebra, ci ha fatti entrare nell’ambulatorio dove l’avrebbero anestetizzato. Già lì si era messo sull’attenti; però non si è nemmeno mosso quando gli hanno infilato il catetere nella zampa sinistra – del resto, Roddy, con la sua passività levriera, anche se palesemente non gradisce certe manovre, raramente protesta o cerca di scappare o mordere.

Poi, l’anestesista mi ha chiesto di uscire.

Io sono sempre stata presente a tutti, ma proprio tutti, gli interventi che hanno subito i miei pelosi, anche alle soppressioni. Gli unici due casi in cui non mi hanno fatta restare fino alla fine sono stati quando abbiamo dovuto sopprimere Sandy, e quando Minou è stata inutilmente operata al fegato – ma sono comunque rimasta con loro finché non si sono addormentate. Ho provato a protestare, ma l’anestesista è stata categorica; sicché, non volendo passare per la solita piantagrane, ho abbracciato Roddy, gli ho dato un bacino sul muso, l’ho rassicurato (o mi sono rassicurata?) che sarebbe andato tutto bene, e sono uscita.

Non l’avessi mai fatto: Roddy ha sgranato gli occhi, ed è rimasto immobile, seduto sul lettino. Senza piangere, senza protestare, senza cercare di seguirmi, ma immobile come una statua, come pietrificato, con questi occhi spalancati malgrado gli stessero già iniettando l’anestetico: lo vedevo dalle persiane aperte. Poi, le persiane sono state chiuse, e non ho potuto vedere più niente.

Sarei stata tentata di entrare, di chiedere di farmi restare con il mio amico, ma sfortunatamente ha prevalso la voglia di accettare le regole; anche perché, se l’anestesista avesse insistito, e fosse nata una discussione, temevo che Roddy si sarebbe innervosito ancora di più. Che sbaglio ho fatto! Ormai dovrei sapere che devo fidarmi del mio istinto: se “sento” che qualcosa non va, che una decisione non è del tutto giusta, che una persona non mi piace alla prima impressione, eccetera, devo fidarmi, invece di considerarle sciocche paturnie, perché alla fine il mio istinto ha sempre avuto ragione – potrei disegnarlo, una di queste volte, che mi avverte: “Guarda che non stai mica facendo bene, eh?”, o che mi rimprovera, dopo che non gli ho dato ascolto e ne sto pagando le conseguenze: “Non prendertela con me, che io te l’avevo detto”.

In ogni caso, tre quarti d’ora, una cioccolata della macchinetta, una bottiglietta d’acqua e non so quante sigarette dopo (mannaggia non essermi portata una pipa e il tabacco, ma chi aveva pensato che mi avrebbero cacciata fuori? Per fortuna tengo sempre un pacchetto di Marlboro nello zaino, in caso di emergenze), mi hanno chiamata, dicendomi che tutto era andato per il meglio, i denti erano puliti e perfettamente sani, senza alcuna traccia di carie – a volte succede che ne trovino, durante l’igiene – e Roddy si stava svegliando.

Vedendomi, ancora incapace di reggersi, ha iniziato a guaire, a guaire disperato per almeno un quarto d’ora, mentre io lo accarezzavo cercando di tranquillizzarlo, ormai certa di aver fatto un grosso errore a lasciarlo solo – e, in effetti, l’anestesista e la dottoressa mi hanno detto che hanno faticato ad addormentarlo: e allora, perchè non hanno pensato di richiamarmi dentro, stavo per domandare, ma mi sono morsa la lingua: quello che m’interessava più di ogni altra cosa era che Roddy si chetasse.

In una ventina di minuti si è ripreso completamente e, dopo aver pagato il (salato) conto, siamo tornati a casa. Ma, nei giorni seguenti, non mi si è staccato un secondo da presso (più del solito, intendo), e la vignetta che segue è stata inchiostrata, invece che con lui sdraiato sul cuscino accanto a me, con lui, Whippettone di cinquantatre centimetri al garrese per circa quindici chili di peso, acciambellato fra le mie gambe incrociate.

E ho capito che, caso non voglia ma non si sa mai, se Roddy dovrà mai essere nuovamente anestetizzato, farò la figura della solita piantagrane. Ma me ne sbatterò allegramente, perché per nulla al mondo voglio che il mio migliore amico si senta nuovamente abbandonato dalla sua umana.

Cronache di un'imperfetta cronica

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