Anche per questa volta, inizio dalla tavola. Nel post precedente ho parlato del mio famigerato nonché infallibile Intuito, a cui talvolta (non chiedetemi perché, dato che ormai conosco la sua infallibilità) non presto ascolto, e avevo scritto che in futuro avrei potuto provare a disegnarlo. L’idea mi è piaciuta, e…

…bene, eccolo nella vignetta che segue, a farmi una delle solite ramanzine per non aver seguito i suoi consigli.
Cronache di un'imperfetta cronica

Come avete visto, la situazione è la stessa del post precedente, Rodomonte che si sveglia dall’anestesia dopo la detartrasi, piangendo disperato, con me che cerco di consolarlo e mi sento in colpa per non aver seguito il mio Intuito, che mi consigliava di restare con lui mentre l’addormentavano, sebbene l’anestesista mi avesse cortesemente invitata ad uscire. Ma quante potrei raccontarne, su tutte le volte che il mio Intuito mi ha suggerito di fare o non fare qualcosa, e io l’ho ignorato!

Ad essere sincera, negli ultimi tempi ho iniziato ad ascoltarlo un po’ di più: ormai lo conosco, e so che non sbaglia, specialmente quando non mi suggerisce semplicemente di fare o non fare qualcosa, ma me lo urla in tono autoritario in stile sergente Hartman. Tuttavia, quando ero più giovane, consideravo queste mie sensazioni delle sciocche stupidate, e quante cantonate ho preso…

Per fortuna, l’esperienza insegna. Malgrado ciò, ancora adesso, soprattutto quando l’Intuito mi si presenta in punta di piedi, sussurrando, a volte non so se dargli ascolto o meno: è proprio lui a consigliarmi, o si tratta davvero di una sciocca stupidata, dovuta magari al fatto che sono girata male, o che sono in fase premestruale, o che la decisione in sé non convince del tutto me per prima, sebbene sembri quella giusta?

Comunque, essendo nata in novembre, sono una Scorpionaccia; e, secondo l’anziana allevatrice di gatti Persiani ed Exotic, anche lei Scorpione ed esperta di astrologia, dall’allevamento della quale proveniva la nostra Fantàsia, il nostro segno è il più sensibile e intuitivo dello Zodiaco, e non dobbiamo perdere l’occasione di sviluppare il nostro Intuito e fidarci di ciò che ci suggerisce, anche quando ci sembra sbagliato.

Sarà. Io intanto mi sono divertita ad immaginarlo, nonché a ritornare, per quanto riguarda il disegno, ad un mito degli anni ’70-’80: i Puffi. I più giovani forse li conosceranno solo per il recente revival in computer grafica, ma io fra dieci giorni compio quarantadue anni, e sono quindi riuscita a godermi, prima ancora delle serie animate (arrivate in Italia quando ero alle elementari, e originariamente doppiati conservando i nomi anglofoni affibbiati dai produttori statunitensi), le prime vecchie storie a fumetti del belga Peyo, alias Pierre Culliford. Che vantaggio avere imparato a leggere prestissimo, e adorare questo tipo di attività!

Quattrocchi era il “Sotuttoio” del villaggio, saccente e decisamente antipatico e, nella serie animata, finiva costantemente a testa in giù, lanciato lontano dai suoi simili, che mal sopportavano i suoi rimproveri, i suoi “Te l’avevo detto”, “Che è meglio” e “Che è peggio”. Nei fumetti – forse ricordo male, ma ero piccina, avevo all’incirca tre anni e mezzo, quattro – ci guadagnava invece gli occhiali rotti e un occhio nero. In ogni caso, sia Peyo, sia gli sceneggiatori delle serie animate, sia il bravissimo doppiatore italiano Marco Guadagno, hanno fatto un eccellente lavoro su questo personaggio tanto che, immagino, sia quello che noi bambini italiani degli anni ’70-’80 non dimenticheremo mai, malgrado la sua insopportabilità – o forse proprio per quella. Da amante dei gatti, tuttavia, il mio personaggio preferito era la gatta Birba, fedele compagna del mago Gargamella, luciferina e tonta quanto il suo umano: e all’arrivo della mia prima micia rossa, come potevo non cogliere l’occasione di battezzarla con il suo stesso nome?

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