E’ sabato, ho tempo, ed ecco la quarta tavola!

L’amica pelosa di cui parlo qui è Sandy: adottata inizialmente a maggio del 1996 per venire ad abitare con Daniele e me nella casa di Lugo a settembre, dopo il matrimonio, e inizialmente accolta nell’appartamento della Nonna Angelina (e del di lei coniuge Nonno Carlo, a quel tempo ancora in vita), si era talmente affezionata alla Nonna – e la Nonna a lei – che, al momento decisivo, non abbiamo avuto cuore di separarle. E’ venuta ospite in casa nostra per qualche sporadico periodo, come quando Daniele è stato operato prima di varicocele e poi di idrocele, e in seguito quando il Nonno è rimasto fermo a letto a causa di un ictus: quindi conosceva la casa e la Tribù. Poi, nel gennaio 2007, quando la Nonna Angelina è caduta a causa della frattura del femore destro (o viceversa?) e se n’è andata dopo poco più di una settimana per problemi cardiaci, non senza averci raccomandato di volerci bene e di aver cura della sua Sandy, è rimasta in pianta stabile.

Per entrambe le questioni, ci abbiamo provato. Per quanto riguarda la prima, beh, ne ho parlato e ne sto parlando nei miei fumetti. Per la seconda, abbiamo accolto la ragazzona (di circa sette chili all’epoca, con muscoli e grasso equamente ripartiti: una bella stazza, per una micia di undici anni), ed abbiamo cercato di averne cura con tutto l’affetto. Peccato che lei fosse parecchio traumatizzata: forse aveva visto la Nonna cadere, sicuramente aveva visto l’ambulanza, i medici e gli infermieri portarla via, e quell’ultima volta che l’abbiamo portata in casa nostra si è rifugiata direttamente in mansarda, e lì è rimasta per circa due mesi, amichevole con noi, umani e pelosi, ma rifiutandosi categoricamente di scendere agli altri piani – se presa in braccio e portata di peso, tornava irrimediabilmente su.

Piano piano, grazie soprattutto a Daniele, che ogni mattina provava a chiamarla di sotto dopo che io le avevo dato acqua e cibo e pulito la lettiera, gradino per gradino, ha iniziato a scendere, per trasformarsi in una perfetta gatta di casa: addirittura, la più amichevole con gli estranei, l’unica che mi abbia mai dormito sulla testa come un toupet, al pari di Roddy oggi – nemmeno Kiki, che si considerava mio figlio peloso, nonché fratellone di Tommaso, ha mai dormito sul mio cuscino, limitandosi a starmi sulla pancia.

In ogni caso, eravamo affezionati a Sandy, io soprattutto: oltre all’affetto che provavo per lei come amica, rappresentava l’ultimo legame con la mia Nonna Angelina. Tanto che, nel 2012, quando ha iniziato ad avere problemi ai reni, avevo rifiutato di lasciarla andare, provando di tutto per tenerla in vita, anche ad alimentarla e abbeverarla con cucchiaino e contagocce. Non è servito e, giunti al limite sopportabile (per lei, arrivata a poco più di tre chili, sofferente ed incapace di muoversi, dopo una brevissima ma troppo lunga settimana di crollo: ché io, per tenerla in vita, non so cos’altro avrei tentato), ho finalmente dichiarato, a voce alta: “Okay, Sandy, adesso basta”.

Ed ho fatto quello che, mi sono resa conto, spetta ad una persona adulta: l’ho portata dal veterinario e l’ho accompagnata nel suo ultimo sonno, poi l’ho seppellita, nel grande parco dove giocavo da piccola, quello che collegava casa mia con quella della Nonna Italia e l’officina di mio padre, e dove mio padre seppelliva i suoi gatti e cani, nonché gli altri pelosi che venivano lì a morire, sotto la siepe o all’ombra degli alberi.

E’ stato uno chock, per me: come perdere di nuovo la Nonna Angelina. Ma mi è servito per non commettere lo stesso errore con gli altri amici della Tribù: quelli che ho dovuto accompagnare dal veterinario per l’ultimo viaggio, non sono mai arrivati a soffrire quanto ha dovuto soffrire Sandy. E spero che la mia bella miciona tigrata, quella che nella primavera del 1997 mi ha graffiato la mano sinistra (eh sì, sempre la stessa!) tanto profondamente che ancora porto la cicatrice sul dorso e sul palmo, perché si era spaventata al suono del campanello e mi è saltata via dalle braccia dove la tenevo, possa essersi ricongiunta alla sua adorata Nonna, e possa avermi perdonata per averla lasciata soffrire inutilmente: io, che ho sempre dichiarato che avrei preferito l’eutanasia al languire sofferente (o addirittura vegetare) in un letto.

E ora basta pensieri lugubri: questa è da ridere, con una Sandy giovane e forte, ed una Perfetta Imperfetta Cronica più imperfetta che mai. Godetevela tutta!

P.s.: nel sito de La Stampa, ho trovato le tavole della vincitrice e del secondo, terzo e quarto classificato. Devo essere sincera: al primo impatto, ci sono rimasta un po’ male: la mia Restless Heart Syndrome, al confronto, non mi sembrava affatto da scartare. Poi mi sono detta C’est la vie, lavorare alle mie tavole è stato comunque gratificante, e via che si riparte.

Cronache di un'imperfetta cronica - Restless heart syndrome

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