E rieccomi: malgrado il nuovo lavoro mi tenga super-iper-mega impegnata, non ho dimenticato le sette tavole disegnate per il concorso indetto da La Stampa e Bao Publishing!

Ormai, siccome nessuno mi ha chiamata e Lucca Comics & Games si tiene questo week end, so per certo di non avere vinto il suddetto concorso – non sono nemmeno arrivata seconda o terza, non ho avuto una menzione speciale: insomma, niente di fatto – la qual cosa mi secca eccome, per quanto finga e dichiari il contrario; tuttavia, posso iniziare tranquillamente a postare le tavole nel mio sito. Siccome fanno parte di una storia completa, ma sono leggibili anche singolarmente, non ho intenzione di postarle tutte insieme, per non sminuire questa loro caratteristica; tuttavia, per ragioni di tempo, non posso nemmeno garantire che riuscirò a postarne una al giorno per una settimana, come quelle vincenti su La Stampa: gli intervalli saranno di sicuro più lunghi.

Devo ammetterlo: malgrado immaginassi che la vittoria sarebbe stata ardua da conquistare, segretamente ci speravo – chi non spera di vincere, partecipando a una gara o a un concorso? Ho messo tutto di me in questa storia, e non è stato facile scrivere i testi, mantenendomi sincera ma cercando di guardare alla me stessa del passato con onestà, insieme a un certo distacco e alla consueta ironia. Inoltre… beh, avrei voluto una conferma che i miei disegni possono essere apprezzati anche dagli addetti ai lavori e dal grande pubblico, non solo dai soliti pochi.

Evidentemente, non possono.

Come ho già scritto nel post precedente, non sono ancora pronta mentalmente per diventare una disegnatrice professionista, che si guadagna da vivere con la sua arte, e ho avuto la conferma che è meglio così: la mia arte non è ancora abbastanza matura per essere apprezzata e farmi guadagnare da vivere.

Il cerchio si chiude, e no regrets: anche perché, il nuovo lavoro da impiegata mi piace, per quanto sia difficile alla mia età imparare qualcosa di totalmente nuovo. Non ho mai seguito l’amministrazione di una grande azienda, solo il commerciale estero, nonché le gare d’appalto di una molto più piccola; naturalmente sapevo cosa sono offerte, ordini, DDT e fatture ed entrate merce e ne ho spessissimo fatte, ma non avevo mai seguito il giro da un punto di vista diverso, senza contare che il gestionale non è il medesimo, come non è lo stesso il modo di gestire l’ufficio dei miei colleghi, ormai rodato. Tuttavia, ho scoperto che questo non mi spaventa, anzi mi sprona a fare del mio meglio per imparare, più per orgoglio personale che per il fatto che la signora che devo sostituire andrà in pensione la primavera o l’estate prossima e il tempo non è molto. E’ dal 15 di ottobre che ho iniziato, e mi rendo conto che, malgrado all’inizio facessi molte cose quasi senza capirle, ora sto entrando nel, chiamiamolo così, meccanismo, e più volte, durante la giornata, benché alla sera arrivi stremata, con la testa come un pallone e gli occhi fuori dalle orbite per tutti i nuovi concetti appresi, mi ritrovo a pensare: “Mi piace lavorare qui”.

E quando, una volta tornata a casa, magari dopo aver fatto la spesa di corsa, esco in passeggiata con il mio Roddy e con la mia pipa, mi sento felice.

Certo, mi mancano tante cose della vita di prima, quando lavoravo solo al mattino: in primis, il poter seguire Tommaso praticamente a tempo pieno – non so se avrei deciso di avere un figlio, se fossi stata impegnata tutto il giorno. Ma anche questo mi spinge a pensare che quest’opportunità sia arrivata al momento giusto: Tommy è in quinta elementare, ha ancora bisogno di qualcuno che lo porti a scuola e alle sue attività, ma è in grado di fare i compiti da solo, della babysitter che abbiamo scelto mi fido ciecamente, e fra pochi anni potrà anche spostarsi autonomamente. Quando ero più giovane e lavoravo part-time, ho potuto scegliere di fare un figlio e seguirlo meglio che potevo finché era piccolo, malgrado i miei problemi di depressione in quegli anni mi abbiano dato parecchio filo da torcere; inoltre, ho potuto avere l’opportunità di avere un cane, cosa che non avrei mai pensato di fare ai tempi del lavoro a Castel Bolognese, visto che quando facevo otto ore con una di pausa pranzo, data la distanza, non potevo tornare a casa a metà giornata per farlo giocare e sgambare.

E ancora: allora, non avevo nemmeno la testa per svolgere il lavoro di adesso: ero ancora troppo immatura, troppo insicura, nonché troppo condizionata dai miei problemi di salute. Lo so che, con le malattie psichiche, le ricadute sono all’ordine del giorno, ma ad oggi mi sento tranquilla, il farmaco che assumo è quello giusto, e francamente i miei disturbi mentali sono l’ultima delle mie preoccupazioni. Quando e se avrò una ricaduta, ci penserò: perché fasciarsi la testa senza averla picchiata?

Ed ora, passiamo alla storia, che ha il titolo di un brano dei Green Day che amo molto – sembra scritto apposta per me! – “Restless Heart Syndrome”, ed è basata sull’evoluzione che ha avuto il mio concetto di amore romantico nel corso della mia vita. Tuttavia, la protagonista non sono io: sono gli amici pelosi che mi hanno tenuto compagnia negli anni, partendo dal Persiano Musetto, per finire con l’immancabile Whippet Rodomonte.

A voi la prima tavola!

Cronache di un'imperfetta cronica - Restless heart syndrome
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