E rieccomi, dopo tanto tempo in cui non è che non abbia disegnato una cippa: ho lavorato alle tavole per un concorso indetto da La Stampa e Bao Publishing, da inviare entro il 28 settembre!

Non ricordo se ho già menzionato la mia intenzione di partecipare; tuttavia, non ero certa di potercela fare davvero. Le storie, composte da sette tavole orizzontali in formato strip, con lo stesso protagonista e lo stesso argomento ma leggibili anche singolarmente, dovevano essere originali, ed io avevo scelto, come possibili soggetti, argomenti di cui non avevo mai apertamente parlato in questo blog proprio per la difficoltà che trovo ad affrontarli (è un po’ come girare il coltello nella piaga): come si è evoluta nel tempo la mia concezione dell’amore, e la mia lotta contro la depressione, soggiorni in clinica inclusi.

Ho scelto il primo ma, gente, quanto è stata dura! Disegnare è stato facile; come immaginavo, la difficoltà è stata tutta mentale ed emozionale: come concentrare in sette tavole, scritte nel mio solito stile, cercando di sdrammatizzare, un tema che trovo piuttosto spinoso, ovvero la mia esperienza dell’amore, che è passata dall’immaginarmi, da bambina, adulta bellissima e di successo, sposata alla mia cottarella dell’epoca, al non voler più saperne, poi ad innamorarmi a prima vista, inaspettatamente e follemente e senza averne la minima intenzione, a fidanzarmi con lo stesso ragazzo, a sposarlo, a faticare per far reggere un matrimonio altalenante fra alti e bassi come (credo) la maggior parte, specialmente dopo la nascita di un figlio, cosa che stravolge la vita di entrambi i coniugi e l’equilibrio (instabile) di coppia? E come dire la mia solita verità, ovviamente dal mio punto di vista, che può non essere quello dei comprimari, nei confronti dei quali ho usato tutto il tatto possibile, romanzando solamente nelle sottigliezze?

Gente, che sudata. Non pretendo certo di poter vincere, con tutte le storie migliori delle mie contro le quali le mie tavole dovranno gareggiare, ma ci ho messo l’anima e il cuore, più del solito.

E, vada come vada, ho una storiella da pubblicare sul mio blog dopo che il vincitore sarà stato premiato, al Lucca Comics & Games 2018, dal 31 ottobre al 4 novembre.

Una volta inviate, sabato scorso (dopo, mi sono sentita stranita, come se avessi fatto qualcosa di incredibile, qualcosa che davvero non mi sarei mai sognata di riuscire a portare a termine: ma io sono zuccona, se mi metto in testa di fare qualcosa, il più delle volte, a meno che non intervengano circostanze eccezionali a mettermi i bastoni fra le ruote, ci riesco), non avevo voglia di rimettermi a disegnare fumetti per il mio diario, anche perché in questo periodo sono successe diversi avvenimenti che hanno cambiato parecchio – di nuovo! – il corso della mia vita (se in positivo o in negativo, non lo so ancora); ma avevo voglia di disegnare. Così, ho scelto di copiare qualcosa, giusto per il gusto di farlo, per rilassarmi dall’aver disegnato una storia tanto emotivamente coinvolgente. E ho fatto ricorso all’anime “Anime sanjushi”, in Italia meglio conosciuto come “D’Artagnan e i moschettieri del re”, che tanto mi piaceva da ragazzina, e del quale avevo già parlato in uno dei miei primi post.

Quanto ho copiato da quell’anime! Durante ogni puntata mi mettevo a prendere appunti visivi e, quando finalmente mia madre ha comprato un videoregistratore, ho iniziato a registrare le puntate che consideravo meglio disegnate e, con l’aiuto del fermo immagine, provare a copiare le espressioni dei personaggi e qualche intera scena, sfondi compresi. Il fatto è che mi piaceva un sacco lo stile: indubbiamente giapponese, con un colore per ogni personaggio (e Milady de Winter con i capelli verdi, nonché d’Artagnan con il suo improbabile colletto giallo vivo), i capelli gonfiati da tubetti di gel e flaconi di lacca, ma le ambientazioni erano realisticamente europee, francesi in questo caso, e i personaggi sembravano davvero europei, con volti e fisicità dalle proporzioni abbastanza credibili, in contrasto con quelle degli altri anime in circolazione, con nasini piccolissimi, occhioni giganteschi e corpi che, in natura, non avrebbero potuto nemmeno muoversi, figurarsi battersi a duello, tanto erano esili e longilinei. Inoltre, come avevo già constatato allora provando a copiarlo, lo stile sembra semplice, quasi infantile, ma, appunto, è solo un’apparenza: tutte quelle inquadrature dall’alto e dal basso, per me che non capivo niente di prospettiva, sembravano fatte apposta per fare ammattire una quattordicenne disegnatrice pressoché autodidatta – a quei tempi, tutti gli anime erano prodotti a mano, e quasi non riuscivo a credere che esistessero artisti talmente bravi da riuscire a disegnare cose del genere.

Tommaso, che come me alla sua età sta cercando di trovare il proprio stile, copia qualsiasi cosa gli piaccia e s’inalbera come una iena se non gli riesce assolutamente identico, mi ha subito ammonita: “Ma quelli non sono loro!”

Beh, sono loro… ma, dopo aver tanto disegnato, e aver in qualche modo trovato un mio stile (e, sì, aver dolorosamente e faticosamente più o meno imparato le regole della prospettiva, ma evitando come la peste le inquadrature dall’alto o dal basso, che tra l’altro funzionano per i racconti d’azione, ma con le mie storie di ordinaria quotidianità c’entrano come i cavoli a merenda), li ho trasposti in versione dariesca. Che, suvvia, non è poi tanto diversa dall’originale!

Unica pecca: entrambe le illustrazioni sembrano tagliate, ma non lo sono: semplicemente, ho usato un foglio più piccolo dei soliti A4, che però ha la grana perfetta per il carboncino e la matita, di cui mi sono servita per l’illustrazione più grande.

Buona visione, e appuntamento prossimamente con il mio consueto diario a fumetti per i numerosi aggiornamenti!

D'Artagnan e i moschettieri del re

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