E dopo aver completato la trilogia di articoli più vignetta riguardanti la mia gravidanza e il mio parto, ambientati all’epoca della vecchia Tribù, rieccomi con il mio ordinario diario a fumetti, “Cronache di un’imperfetta cronica”, in compagnia del mio inseparabile Whippet Rodomonte!

Questa volta si parla di ritorno al lavoro dopo le meritate ferie (non ne prendo quasi mai eccetto, se possibile, il giorno in cui ho appuntamento per un tattoo), avvenimento che, secondo vari sondaggi, sembra essere una delle fonti di maggiore stress per noi italiani.

Beh, dopo tre settimane di assenza, dopo aver visionato e stampato tutte le e-mail ricevute di mia competenza, sulla scrivania mi sono trovata un piccolo delirio. Tuttavia, armata di calma e pazienza (sebbene avrei avuto bisogno anche di qualcos’altro, come poi vedrete nella strip, in quanto calma e pazienza non sono le mie migliori qualità), mi ci sono messa dietro, una pratica alla volta e, alla fine della prima settimana, ho messo a posto più o meno tutto quanto – almeno, le questioni più urgenti.

Dalla mia, avevo comunque il relax raggiunto durante le vacanze. Sarò strana, ma per me, “vacanza” significa non il dover andare per forza da qualche parte, con lo stress del fare le valigie e pulire casa, del viaggio di andata (durante il quale, immancabilmente, mi scoppia un attacco di emicrania), del viaggio di ritorno, delle valigie da svuotare, degli indumenti sporchi da lavare-stendere-stirare (per fortuna, è Daniele che stira, la maggior parte delle volte… anche perché io, i miei abiti, ho smesso di stirarli dacché ho lasciato la casa di mia mamma), degli effetti personali da rimettere a posto, della casa da ripulire… bensì starmene a casa a fare i fatti miei, quello che voglio e più o meno quando voglio. Che, tradotto in soldoni, significa disegnare, scrivere, leggere (anche La Repubblica, che durante l’anno ho smesso di acquistare poiché, come mi sembra di avere già scritto, non ho mai il tempo di leggerla con calma e ne ricavo solo un’immensa frustrazione), prendere il sole in cortile armata di zampirone, libro di turno e pipa, fare lunghe passeggiate al sorgere del sole con Rodomonte (e, se ho sonno, farmi una pennichella al pomeriggio), meditare o praticarmi un autotrattamento Reiki, curare il giardino, dedicarmi ai lavori di casa ordinari e straordinari (come lavare le tende e pulire e riordinare l’interno di cassetti e armadi) senza fretta… insomma, avete capito: tutto ciò che le persone “ordinarie” trovano noioso. Ma io, ogni tanto, trovo questa noia assolutamente necessaria, per ricaricarmi dal solito incasinato tran-tran della mia solita vita!

In particolare, anche quest’anno Daniele e Tommaso sono andati in montagna, come sempre a Vigo di Fassa, per la bellezza di dieci giorni. Gli altri anni, verso la fine della loro vacanza iniziavo a sentirne nostalgia: bene, quest’anno non mi è successo. Brutto da ammettere, ma è la verità: avevo bisogno di staccare anche da loro, dal portare Tommy agli allenamenti, dai litigi per la sua scarsa igiene personale, dai battibecchi con Daniele a causa dalla nostre visioni della vita totalmente antitetiche, dal dover fare la spesa quasi tutti i santi giorni e inventarmi qualcosa da cucinare tutte le sere e, a volte, anche a pranzo…

… nonché dalle loro lamentele per il caldo. Perché quest’anno abbiamo avuto un agosto eccezionalmente bollente, e Daniele, il caldo, proprio non lo regge.

Anch’io ho sofferto, ma relativamente: non avendo orari, portavo Roddy a passeggiare prestissimo al mattino, quando faceva ancora fresco; se dovevo fare la spesa andavo a prendere le poche cose che mi occorrevano in uno dei supermercati qui vicino, subito all’orario di apertura, a piedi (e chi aveva voglia di mettersi nella Matiz bollente?); se dovevo andare in centro, andavo sempre a piedi (non amo molto la bicicletta), con il mio Panama in testa, accompagnata da una pipa anziché dal mio cagnone che lasciavo spaparanzato sul divano, e al ritorno facevo una doccia; nelle ore più calde stavamo in sala, dove fa più fresco (la mansarda, priva di aria condizionata, era impraticabile, a meno di non voler fare una sauna), a volte accendevo il condizionatore – più per Roddy, che soffre terribilmente il caldo, che per me – e via a disegnare o scrivere; dopo le cinque ci trasferivamo in giardino, dove continuavo il mio “lavoro” finché ne avevo voglia, poi mi sdraiavo a prendere il sole, con Roddy all’ombra che mi guardava come a dire: “Ma sei scema?!?” – il fatto è che, a forza di camminate, ho acquistato la cosiddetta abbronzatura alla contadina e, lasciatemi questa frivolezza, volevo quanto possibile uniformare il mio colorito (a proposito di frivolezze, ho trovato anche il tempo e la voglia di andare, per la prima volta della mia vita, dall’estetista a farmi una pedicure professionale, cosa che, ammetto, ci voleva proprio ai miei piedi pieni di calli e duroni dovuti alle camminate). Al tramonto andavamo di nuovo a fare una passeggiata, più breve di quella del mattino, poi doccia, cena, se ne avevo voglia disegnucchiavo o scribacchiavo o leggevo un’altra oretta, ultima passeggiata con Roddy (questa volta igienica, breve come quella del mezzogiorno, giusto per fare i bisognini), un po’ di zapping alla televisione o un dvd con annessa birrozza… e la notte, dormivamo in camera, con il condizionatore finalmente acceso fino al mattino successivo – Daniele, con la scusa che l’aria condizionata lo fa ammalare e gli “inchioda” il collo, punta il timer e lo fa spegnere alle due o alle tre di notte, come ho raccontato in questo post, con il risultato che, per non svegliarmi grondante di sudore una mezz’ora dopo e trasferirmi sul divano al piano di sotto, avevo iniziato a dormire direttamente in sala.

Bella vita, eh?

C’è chi obietterà: Cheppalle!!! Ma, per me, sette-dieci giorni così all’anno sono una libidine esagerata!

E ora vi lascio alla consueta vignetta, sempre disegnata su carta da poco e usando pennarelli per l’inchiostrazione (però non vengono male, no?), in quanto fa ancora parecchio caldo, e chi ha voglia di tornare nello studio in mansarda?

Croncache di un'imperfetta cronica

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